[ANTEPRIMA] THE INVISIBLE MAN: IL GASLIGHTING C’È, MA NON SI VEDE

Una metafora per nulla sottile ma necessaria e urlata per raccontare gli orrori del gaslighting e dell’abuso psicologico in un rapporto di coppia: una storia che si ripete in continuazione, una denuncia di odiose e insopportabili pratiche di prevaricazione e coercizione. The Invisible Man di Leigh Whannell scavalca i suoi illustri predecessori e con uno scarto di qualità non indifferente pone la narrazione su un piano completamente diverso.

[Disclaimer: sono presenti spoiler]

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BLISS e VFW: BAGNI DI SANGUE AL NEON SOTTO IL SEGNO DEL PUNK HORROR

Joe Begos, regista statunitense classe 1987, dopo un interessante esordio nel 2013 con “Almost human”, ritorna con VFW e Bliss, due film appartenenti al filone del genere punk horror sorprendentemente validi, accomunati dall’affanno per una ricerca estetica votata alla violenza lisergica, dalle droghe come motore immobile dell’azione e dall’ambientazione urbana caratterizzata da un certo livello di degrado.

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[RECENSIONE] COLOR OUT OF SPACE DI RICHARD STANLEY

Se tre è il numero perfetto, Color Out of Space  è un film triplicemente fortunato: terzo riadattamento cinematografico statunitense del racconto di H.P. Lovecraft “Il colore dallo spazio“, terzo lungometraggio di Richard Stanley – regista sudafricano autore negli anni Novanta di due piccoli cult atipici a cavallo tra horror e cyberpunk postapocalittico, “Hardware Metallo letale” e “Demoniaca“, riapparso improvvisamente dalle sabbie dell’oblio – e terzo horror di successo interpretato da Nicolas Cage negli ultimi tre anni dopo “Mom and Dad” e “Mandy“.

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[RECENSIONE IN ANTEPRIMA] THE LODGE DI SEVERIN FIALA E VERONIKA FRANZ

Dopo aver stupito e centrato nel segno con il bellissimo “Goodnight Mommy” (Ich seh, Ich seh), i registi austriaci Severin Fiala e Veronika Franz ci provano ancora con “The Lodge“, un horror psicologico nuovamente a base di ragazzini problematici, nuovamente ambientato all’interno di una casa glacialmente austera, nuovamente basato sull’effetto sorpresa e quindi terribilmente prevedibile.

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[Speciale Halloween 2019] Manuale anti-crisi per la scelta del giusto film horror

La notte del 31 ottobre è arrivata, e con essa gli inevitabili e pressanti dubbi di seria portata su come festeggiarla o cosa guardare: se i listoni degli scorsi anni proponevano film horror associati al vostro mood o adatti ai diversi tipi di comitive, quest’anno si va di suggerimenti per una maratona di Halloween, con titoli abbinati per associazione d’idee, affinità o contrasto, adatti a visioni collettive o in solitaria.

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[RECENSIONE] MIDSOMMAR DI ARI ASTER

Di Midsommar – in uscita il 25 luglio in Italia con l’infelice sottotitolo “Il villaggio dei dannati” – si parla tantissimo già dallo scorso anno: perché dal regista Ari Aster, apparso dal nulla e subito promosso ad astro nascente del cinema horror col suo primo lungometraggio Hereditary, ci si aspetta grandi cose. E Midsommar non delude certo le aspettative, con una messa in scena pantagruelica all’insegna dell’eccesso e della grandiosità.

[Attenzione: contiene spoiler]

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[RECENSIONE] I MORTI NON MUOIONO (E INTANTO SI ANNOIANO)

Non tutte le ciambelle riescono col buco né tutte le “brillanti” commedie horror sono poi davvero così splendide. Nemmeno se a girarle è Jim Jarmush. Nemmeno con un cast bravo e ruffiano. Nemmeno con buone fotografia e messa in scena. Alla sacrosanta curiosità suscitata da The Dead don’t Die – appena uscito in Italia col titolo “I morti non muoiono”, non corrisponde altrettanta soddisfazione, per un horror che omaggia l’horror senza sapere perché.

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[RECENSIONE] ONE CUT OF THE DEAD – ZOMBIE CONTRO ZOMBIE!

Un film su un film dentro un film che parla di un film. Di zombie. Le premesse di One cut of the Dead – la comedy horror giapponese di Shin’ichirô Ueda uscita in Italia col titolo di Zombie contro Zombie – sono ottime: l’esecuzione è geniale e la trama, apparentemente semplice, è in realtà una pantagruelica matrioska cinematografica in cui cast, troupe e maestranze si scambiano più volte i ruoli in un esaltante gioco di specchi di estrema difficoltà tecnica.
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[RECENSIONE] Seven in Heaven, il teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto

Probabilmente tutti sanno che un titolo troppo lungo come “Seven in Heaven, il teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto ” non giova alla fruizione del post, o all’indicizzazione, ma a volte bisogna compiere scelte difficili e fare pace con l’idea che per parlare di questo film, non si possa non introdurlo come un teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto, perché così è.

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[RECENSIONE] TRAUMA – STRAZIAMI MA DI TORTURE SAZIAMI

Violenza estrema? Ce l’ho.
Stupro e incesto? Anche.
Tortura e cannibalismo? Presenti.
Contestualizzazione storica e critica sociale? Eccole.
Disintegrazione del concetto di famiglia? Subito.

Si potranno pur muovere alcune critiche a Trauma, il nuovo film del giovane cileno Lucio A. Rojas, ma non si potrà certo dire che non sia un horror completo. Completo di tutte le nefandezze che la mente umana possa concepire, una specie di inventario oltraggioso che prende spunto dagli stessi metodi di tortura che rappresenta, andando a colpire lo spettatore/vittima in maniera graduale ma continua, regalando strategici momenti di quiete tra una scarica di violenza e l’altra, costringendo infine al cedimento psicologico, alla resa, al liberatorio supplizio finale.

Quello messo in scena nel film, che si apre con un prologo ambientato a Santiago nel 1978, durante il regime di Pinochet, è il trauma personale di una vittima che si trasforma in carnefice, ma anche quello collettivo di un’intera nazione e dei crimini di cui si è macchiata: il giovane Juan viene drogato e costretto ad avere un rapporto con la sua stessa madre, imprigionata e torturata perché sospettata di tradimento e infine uccisa con un colpo di pistola alla testa nel bel mezzo dell’atto, che prosegue sotto lo sguardo compiaciuto di colui che ha premuto il grilletto: suo marito, ovvero il padre del ragazzo.  La violenza estrema dell’incipit non lascia dubbi su quale sia la vocazione della pellicola, che spostandosi avanti e indietro nel tempo, da ieri a oggi, racconta la nascita di un mostro la cui mente è stata spezzata nel più crudele dei modi e che da adulto si limita a ripetere le atrocità viste e subite con chiunque gli capiti a tiro. Juan ha all’attivo una sorella-moglie che tiene incatenata al letto, un figlio psicopatico nato dalla loro unione, il grande capannone nel quale avvennero i fatti del prologo, perfetta location per gli orrori commessi, un numero imprecisato di vittime incatenate, torturate, smembrate lentamente per essere mangiate, e il benestare dei vicini del piccolo villaggio rurale in cui vive che lo lasciano fare, a patto di non venire attaccati. A questo bizzarro quadretto familiare se ne contrappone uno tutto al femminile formato da due sorelle, Camila e Andrea, la loro cugina minore e la fidanzata di Camila, in gita da quelle parti per un weekend insieme: a poche ore dal loro arrivo nello sperduto cottage di campagna da qualche parte fuori Santiago, il loro lesbo party si trasforma in una mattanza di stupri e percosse a opera di Juan e del figlio demente, dando inizio a una specie di guerra dei sessi, ma soprattutto a una lunga lotta per la salvezza, ma anche per la vendetta, tra le due fazioni contrapposte. Chi ne uscirà vivo?

Trauma è un film crudo, esplicito e violento che poco o nulla lascia di sottinteso o incompiuto, per lo meno a livello puramente visivo e sebbene porti addosso alcuni vistosi assottigliamenti della sceneggiatura che danno vita a scene poco credibili. I temi trattati vanno però al di là del gusto per l’estremo e ci parlano di fatti realmente accaduti, di questioni ampiamente diffuse, di ciò che insomma esiste, che ci piaccia o no, e col quale dobbiamo fare i conti: la famiglia del killer è un nucleo malato e disfunzionale, nel quale chi più dovrebbe amarti ti tradisce, ti distrugge e ti insegna a perpetrare la violenza. La famiglia rappresenta in qualche modo la patria, il Cile in questo caso, e la storia, che con i suoi corsi e ricorsi vanifica ogni tentativo di affrancamento dal passato. Con l’inevitabile e conseguente interrogativo su quale possa essere l’origine del male: è  frutto dell’esperienza, di un trauma appunto, oppure è una tara ereditaria profondamente radicata in alcuni individui? Buon Selvaggio o Homo homini lupus? Sarà vero che dalla violenza nasce violenza? La risposta, tremendamente ambigua, la fornisce il finale del film. Che rappresenta il punto più alto del cinema di Rojas – ancora abbastanza giovane per permettersi certe imperfezioni, ma cresciuto e miglioratosi a colpo d’occhio – e che sciorina temi e attori a lui cari già dai precedenti Sendero e Perfidia. A proposito di precedenti, questa volta illustri: sembra impossibile non nominare A Serbian film – la pellicola estrema del 2010 che, contrariamente alla maggior parte dei film del genere, più di nicchia e squattrinati, ha avuto un grande successo di pubblico – quanto meno per alcune evidenti affinità: il passato violento di una nazione, le scene raccapriccianti e socialmente inaccettabili di violenza, la famiglia polverizzata. E a quel punto, perché non tirare in ballo anche Salò di Pasolini?
Ma Trauma di Rojas, anziché sedere sulle spalle dei giganti, cammina bene sulle proprie gambe, lungo un sentiero fatto di sangue e spappolamenti ma anche di ottime idee ben realizzate.

 

Faccio cose, vedo horror.

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