Get out – Scappa: il lato oscuro dell’interracial

Siamo nel 2017, il razzismo è vivo e vegeto e cammina in mezzo a noi.  Al di là dei tanti riferimenti al cinema di genere, al di là delle geniali incursioni blandamente comiche sparpagliate nella giusta misura, al di là dell’azzeccato e fortunato esordio registico di Jordan Peele, l’essenza di Get Out sta tutta in quel potente messaggio di fondo. L’odio razziale negli Stati Uniti non ha mai cessato di esistere, ha solo  – ehm – cambiato pelle.

Chris Washington è un fotografo afroamericano bello bello in modo assurdo. Ha al suo fianco una fidanzata tanto attraente quanto bianca, Rose Armitage. Che lo convince a conoscere la sua famiglia e a trascorrere alcuni giorni nella casa (ovviamente in stile coloniale) dei genitori, rassicurando il fidanzato su come la sua non sia affatto una famiglia razzista: il padre ha persino votato Obama, due volte! Incluse nel pacchetto ci sono alcune imbarazzanti conversazioni a tema razziale, preoccupanti segnali nei comportamenti dei pochi neri presenti – simili a morti viventi di romeriana memoria – una seduta ipnotica che anziché alleviare dei traumi ne crea di nuovi e un vicinato di anziani bianchi che ammirano le qualità fisiche del malcapitato Chris come si farebbe con la carne di taglio pregiato. O con gli schiavi.

Attraverso un abile gioco di anticipazioni e rivelazioni, spesso affidate a battute ironiche e paradossali che acquisiscono gradualmente credibilità, la trama di Get Out si dipana senza puntare troppo sull’effetto sorpresa, optando più per lo sprofondamento in un assurdo nero come la pece, come quel “luogo sommerso” dal quale il protagonista farà di tutto per scappare, come quella condizione di immobilità e quiete imposta nella quale spesso  chi è vittima di razzismo si ritrova impantanato.
I riferimenti alla cultura americana contemporanea, spesso destinati a perdersi nella traduzione italiana o semplicemente a passare inosservati, sono tanti e importanti: basti pensare alla surreale invettiva del padre di Rose contro i cervi, definiti animali odiosi e infestanti, e al fatto che la parola “buck” usata per indicare quell’animale, in gergo americano sia anche un insulto razzista. Per non parlare dell’assurda faccenda del latte, un apparentemente innocentissimo bicchiere di latte che fa la sua comparsa durante il film, divenuto a posteriori – grazie ai potenti mezzi delle mistificazioni internettiane – simbolo della supremazia bianca in quanto alimento tendenzialmente indigesto, si dice, per la popolazione afroamericana.
Senza dimenticare l’inequivocabile scena del cotone e il riferimento finale alle mattanze a sfondo razziale perpetrate dalla polizia statunitense, sui quali non mi soffermerò per evitare spoiler.

Get Out racconta insomma i capricci di certa borghesia bianca vetusta e razzista che vive nei suburbs, che maschera non troppo abilmente la propria intolleranza con maniere gentili e che utilizza il corpo dei neri per un capriccio, per interesse personale, perché resiste meglio alla fatica, perché “va di moda”, facendo propria in maniera distorta la filosofia del once you go black, you never go back.

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