The Belko Experiment, tagli molto severi al personale

Quando alcuni giorni fa ho visto l’ormai celeberrimo infame video che immortala gli impiegati di una banca cantare una canzoncina in preda al disagio più totale (video che dopo il suo glorioso ingresso per direttissima nella hall of fame dell’internet è già pronto per sparire dalle bacheche dei social ma non dalla memoria collettiva), ancora prima di farmi una sonora risata, ho riflettuto sul meraviglioso mondo del team building aziendale e su tutte quelle altre cose nominabili solo in lingua inglese che nonostante le migliori intenzioni tendono a trasformarsi in crudeli teatrini del grottesco, rendendo inconsapevolmente omaggio all’universo fantozziano.

Il salto mentale decisamente parossistico che mi ha fatto in qualche modo collegare questa notizia a The Belko Experiment di Greg McLean è stato piuttosto breve. In un ufficio-fortezza sperduto nella periferia di Bogotà in Colombia, un nutrito gruppo di impiegati statunitensi si reca come ogni giorno a lavoro, rispettando le misure di sicurezza imposte dalla pericolosità della città in cui si trovano: guardie all’ingresso, tornelli e simpatici localizzatori gps impiantati da qualche parte nel loro cranio, il cui scopo ufficiale è renderli rintracciabili in caso di rapimento, sport ufficiale della zona. Come in tutti gli ambienti lavorativi, c’è una compagine di lavoratori sorridenti che si scambiano saluti affettuosi e battute così da restituire l’idea di un team affiatato. La routine lavorativa viene però interrotta da una voce che attraverso l’interfono da il via a un esperimento sociologico piuttosto cruento: ai dipendenti viene chiesto di uccidere due dei loro colleghi, non importa il criterio in base al quale sceglieranno, né la modalità dell’esecuzione. E i dubbi che possa trattarsi di uno scherzo vengono presto dissipati: tutte le uscite e le finestre dell’edificio vengono sigillate e quattro persone muoiono, uccise proprio grazie ai localizzatori di sicurezza impiantati nelle loro teste, che si scoprono così essere controllati a distanza e predisposti a esplodere. Questa è solo la prima delle tante prove che porteranno i membri del personale a decimarsi a vicenda.

Si dice che nelle situazioni estreme le persone mostrino la loro vera natura, che in questo caso regredisce fino a collegarsi al suo lato più animalesco: l’istinto di sopravvivenza ha presto o tardi la meglio sulla capacità di razionalizzare e tenere fede ai principi etici. Così le figure tipiche di ogni ambiente lavorativo (il marpione molesto, la workaholic con lo sguardo da pazza, il simpaticone, la vecchia ciavatta, l’amico di tutti, l’entusiasta, quello che fuma erba nell’intervallo, etc…) lasciano il posto ai loro corrispettivi ferini: alcuni impiegati si trasformano in agnelli sacrificali, altri in lupi. I deboli sono i primi a morire e gli elementi alpha del gruppo si impongono sugli altri. Ovviamente il sangue scorre a fiumi e “salteranno delle teste” non sarà più una semplice espressione figurata.

È impossibile non pensare a un’allegoria estrema del mondo del lavoro che si ammazza da solo, imponendo il dictat “obbedienza o morte”, a un sistema in cui la sopravvivenza di uno si basa sulla sopraffazione dell’altro e il problema delle risorse lavorative in esubero viene risolto attraverso la concorrenza spietata. The Belko Experiment, grazie a un cast di tutto rispetto  e alla sceneggiatura di James Gunn (personalmente preferisco associarlo più Tromeo&Juliet che a Guardiani della Galassia) che regala tanta creatività e un ritmo in grado di tenere botta, non risente affatto del basso budget col quale è stato realizzato. E tra una scena notevole e l’altra, quando i simboli del lavoro iperglobalizzato vengono distrutti uno per uno, il colpo di coda finale lascia intuire la possibile realizzazione di un sequel: che l’esperimento si allarghi da un ufficio all’intero pianeta?

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