Kuso, il trash sperimentale di cui non sentivamo il bisogno

Mettiamo subito le cose in chiaro: l’unica possibile reazione a un film del genere – per chi riesce a guardarlo tutto, s’intende – non può che essere un sano e liberatorio “Ma cosa cazzo ho appena visto?”. Tra pustole, escrementi, fluidi corporei, decadenza e bruttezza diffuse 24/7 dal tubo catodico e scene imbarazzanti, è concretamente difficile seguire il filo del discorso. Sembra che alla presentazione di questo film al Sundance la gente sia andata via, disgustata. Spesso la cattiva pubblicità è manna dal cielo per i film indipendenti: gli svenimenti tra il pubblico o l’abbandono della sala durante la proiezione – due grandi classici – non fanno altro che alimentare una malsana forma di curiosità e spostare l’attenzione dalla pellicola in sé alla ricerca feticistica dell’eccesso.

Kuso è il mostro partorito da Flying Lotus, ottimo musicista statunitense al suo esordio registico ma già in confidenza col mondo del cinema, dei cortometraggi e dei video musicali.
Il mondo raccontato in Kuso – che in giapponese significa “merda”, giusto per sfatare ogni dubbio sulla vocazione del film – parla dei devastanti effetti di un ipotetico terremoto abbattutosi su Los Angeles che ne ha reso la popolazione disgustosa. Ancora più di quanto non lo fosse già. Tutti sono imbruttiti da pustole, cicatrici, pus e deformità varie, il richiamo ai postumi di un disastro nucleare è evidente. Il disagio psicologico e sociale ha toccato vette mai raggiunte e tutti i personaggi di questa vicenda corale, che non ha una trama ben definita e si configura più come un’antologia di corti, conoscono l’ansia, la sofferenza e la solitudine. Ma le loro avventure sono altamente inverosimili: un uomo tormentato dalla fobia dei seni si fa curare da una specie di blatta gigante che risiede nel colon di un finto medico. Una donna tossicodipendente trascorre il proprio tempo in compagnia di due pupazzi/televisori giganti che uccidono chiunque le si avvicini troppo, incluso il feto che porta in grembo. La vita sessuale di una coppia viene stravolta dalla comparsa di un gigantesco brufolo parlante sulla gola di lei. E via discorrendo. A condire il tutto, pubblicità e intermezzi animati veicolati dall’onnipresente schermo televisivo.

Difficile trovare riferimenti cinematografici per un’opera del genere, che ricorda per certi versi i video musicali grotteschi e inquietanti degli anni Novanta o le meraviglie nascoste nel weird side of YouTube. Volendo volare alto, è un po’ come se Ken Russell, Gaspar Noe, Terry Gilliam e Michel Gondry si fossero presi un acido dopo aver subito una lobotomia e si fossero ficcati la testa nello sfintere, in un tentativo di definire per immagini il concetto di “schifo”, ma con tanta tanta confusione in mezzo. Al di là dell’eventuale disgusto provocato dalla visione di feci, sperma e altri scarti, che lascia il tempo che trova, e nonostante un background di tutto rispetto, una bella colonna sonora e i tanti riferimenti alla cultura pop contemporanea (si pensi alla sceneggiatura scritta a quattro mani con David Firth di Salad Fingers), Kuso è una pellicola trash sperimentale in cui c’è tanto – troppo – ma manca la cosa fondamentale: il film.  E il rischio non è che non venga compreso, ma che non ci sia in realtà proprio nulla da capire.

1 commento su “Kuso, il trash sperimentale di cui non sentivamo il bisogno”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.