The Alchemist Cookbook: la strada per l’inferno è lastricata d’oro

Secoli e secoli di letteratura, testimonianze e racconti a dirci che invocare demoni per ottenere qualsivoglia vantaggio non è affatto una buona idea, e ancora non abbiamo imparato la lezione. Perché il prezzo da pagare è alto e i doni dal sottosuolo celano sempre un inganno.

The Alchemist Cookbook dello statunitense Joel Potrykus è una trasposizione postmoderna e distorta del mito del Faust, riveduta e corretta. Il protagonista è Sean, un alchimista-eremita del quale non conosciamo la storia (perché si nasconde in una roulotte fracassata da qualche parte nei boschi del Michigan? Da dove derivano la sua conoscenza dell’occulto e della chimica? Quanto è grave la sua dipendenza da psicofarmaci?). Sappiamo però che il suo obiettivo è quello di riuscire a tramutare i metalli in oro attraverso infiniti ed estenuanti traccheggi da piccolo chimico. A fargli compagnia tra i rumori sinistri degli alberi solo un gatto, le paranoie appositamente sedate con le provvidenziali pilloline e la buona musica, rigorosamente incisa su anacronistiche musicassette. Il suo unico legame col mondo esterno è l’amico Cortez, dispensatore di viveri, consigli e parolacce nonché figura essenziale per non tramutare un film già scarno di dialoghi in una pellicola totalmente votata al silenzio.
Tra un esperimento fallito e l’altro, il nostro consulta un libro per evocare il demone Belial e ottenere così attraverso un sacrificio ciò che non gli riesce d’avere manipolando le sostanze. Il suo viaggio nell’occulto avanza come i capitoli del libro che scandiscono a loro volta il ritmo del film. Un ritmo lento, lentissimo. Ma mai sbagliato.

The Alchemist Cookbook è per molti versi una pellicola sperimentale, a tratti difficile da seguire:  i dialoghi sono ridotti all’essenziale, come la trama. La solitudine del protagonista, e la sua impeccabile interpretazione, reggono praticamente da soli l’intero film. Che è stato poi distribuito nei cinema col sistema del “pay-what-you-want” ed è il primo lavoro girato non in Super 8 né con fotocamera digitale per Potrykus. E al di là di specifiche tecniche  e riferimenti interni, quella di Sean è la storia di una fuga dalla civiltà statunitense contemporanea capovolta e invertita di segno, proprio come un simbolo blasfemo: a fronte di storie di rampolli benestanti che si rifugiano nella natura per trovare sé stessi, risolvere i problemi derivanti dal benessere e spogliarsi degli impacci materiali, l’alchimista non ha altro obiettivo che diventare ricco e ottenere tutto quel danaro al quale evidentemente non ha mai potuto rinunciare. E se la ricchezza va di pari passo con l’avidità, è nell’isolamento del bosco che bisogna agire per non condividere con nessuno il proprio segreto e affrontare – o invitare – i propri demoni.

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