The Devil’s Candy: il metal non è la musica del demonio.

Più o meno. C’è  che in questo film la musica metal, in netta controtendenza rispetto alla stragrande maggioranza dei film a tema,  ha anche un potere salvifico. I demoni li tiene a bada, non li evoca. E finalmente viene dato il giusto rilievo alla natura tenera e coccolosa  dei metalhead.

The Devil’s candy, secondo lungometraggio di Sean Byrne, è anzitutto un film sull’unità familiare e sulla forza dell’amore. Da una parte abbiamo gli Smilie, una famiglia distrutta dall’interno, da un figlio che, tormentato dalla combo voci di entità demoniache e follia, uccide il padre e la madre (e non solo) riuscendo a farla franca; dall’altra ci sono gli Hellman, la versione rockettara della famiglia del mulino bianco, con il babbo artista capellone, la figlia che ne segue le orme, e la madre che li tollera, il tutto in grande armonia. I tre, come da copione, acquistano ignari la casa che è stata teatro degli efferati delitti di cui sopra. E lì, come succede con gli aloni dei quadri alle pareti, è rimasta impressa la traccia del male, che inizia a insidiare papà Hellman. Il quale però riesce a trasformare il richiamo infernale in ispirazione artistica, imparando una dura lezione: la sofferenza vende, e il prezzo da pagare per il successo è il sacrificio, soprattutto se si espongono i propri dipinti in una galleria chiamata Belial, lasciando pochi dubbi su quale tipo di accordo si stia andando a siglare.

A proposito di sacrifici, c’è anche un individuo mentalmente disturbato – Ray Smilie, interpretato dall’ottimo Pruitt Taylor Vince – con cui fare i conti. Per fortuna c’è la musica a salvare capra e cavoli: è con i Metallica sparati nelle orecchie che arriva l’ispirazione per un nuovo dipinto; è ascoltando insieme i Cavalera Conspiracy che si cementifica il rapporto padre – figlia; sarà una Gibson, la stessa strimpellata dall’assassino per provare a silenziare il male, ad aiutare papà Hellmann a salvarsi, con un espediente peraltro molto rock ‘n’ roll.

The Devil’s candy è un horror onesto, che riflette sul ruolo dell’arte e ribalta certi stereotipi, in maniera forse un po’ semplicistica, ma senza perdere mai di credibilità. E poi, inutile dirlo, ha un’ottima colonna sonora, già a partire dai primi minuti con Belürol Pusztit dei Sunn O))).

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