Film horror del 2015: i migliori, che forse non avete ancora visto

Il 2017 sta per volgere al termine e probabilmente la roba di due anni fa sembra vecchiume visto e stravisto. Però c’è un però: riguarda quel pasticciaccio brutto delle date dei film, che varia a seconda che si consideri l’anno di realizzazione, quello della prima presentazione pubblica, o quello dell’uscita al cinema o in home video, dvd, bluray. Perché soprattutto per quanto riguarda il circuito indipendente, possono passare anni prima che un film venga distribuito nelle sale, o su supporto digitale, magari dopo essersi fatto un bel giro tra i festival di cinema. E ancora, l’anno della release non  sempre è il medesimo per ogni nazione. Tutto questo per dire che, nell’elencare i film horror del 2015, farò riferimento all’anno di produzione del film secondo quanto riportato su Imdb. Ed è per questo che vedrete titoli come Anguish o The Devil’s Candy, usciti da poco nel nostro Paese.

Anguish – Angoscia (Sonny Mallhi)

Nulla a che vedere con l’omonima pellicola di Bigas Luna del 1987: Anguish di Sonny Mallhi, che da produttore indossa per la prima volta le vesti di regista, è un film che parla di presenze sovrannaturali e disagio mentale. Due mondi che, non a caso, si affacciano spesso l’uno al balcone dell’altro per corteggiarsi un po’. La protagonista è Tess, un’adolescente introversa, depressa e mentalmente instabile, debitamente imbottita di farmaci per contrastare allucinazioni, paturnie e comportamenti malsani. E se non si stesse immaginando nulla? Anguish è un film a cottura lenta, lentissima; il poco che accade, proprio come le inquietanti visioni che mette in scena, è ambiguo e di difficile interpretazione. Tess è disturbata perché vede certe cose, o vede certe cose perché è disturbata? Guardare per credere. Più o meno.

Consigliato agli skater
Sconsigliato agli ipocondriaci
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: non è uno di quei film che mette addosso paura. Ma angoscia, quella sì, e pure tanta.

 


Baskin – La porta dell’inferno (Can Evrenol)

Di quest’ottima pellicola turca s’è parlato tanto: tutto meritato. Baskin, come lascia intuire la versione italiana del titolo, è il racconto di una discesa agli inferi. L’ingrato compito spetta a un gruppo di poliziotti, diretti in un imprecisato luogo isolato, periferico e un pelo inquietante per effettuare un blitz in una casa dove si sospetta siano avvenute delle aggressioni. Peccato che, una volta entrati nell’edificio, la realtà materiale per come la conosciamo venga messa da parte, per cedere il posto a una dimensione popolata da esseri terrificanti che fanno cose indicibili. Per capirci: lì dentro, una morte immediata è la cosa migliore che possa capitare. E invece ci sono torture, recisioni, atti di cannibalismo, bagni di sangue, sacrifici, accoppiamenti animaleschi.
Ciò che rende Baskin un ottimo horror, a parte le immagini incredibilmente vive, gli spettacoli di granguignolesca marcescenza e la forza evocativa, priva di fronzoli delle scene, è il modo in cui viene costruito: la discesa agli inferi compiuta dai personaggi avviene gradualmente, in maniera strutturata. Prima ci sono le inquietudini, i ricordi degli incubi e gli incubi dei ricordi, i cattivi presagi. Ma siamo ancora nel mondo dell’hic et nunc. Poi si oltrepassa un primo confine e si scende dove non c’è più luce: è una dimensione ancora fortemente corporea ma assurda, feroce, sanguinaria. Da lì in poi, si sprofonda nelle viscere di un culto oscuro e inspiegabile, dritti tra le braccia del male, incarnato nella figura inquietante del “Padre”.  Appena oltre, c’è l’abisso.

Consigliato ai poliziotti, soprattutto quelli un po’ pieni di sé;
Sconsigliato a chi soffre di adefobia (paura di finire all’inferno);
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura delle rane.


Be my cat: a film for Anne (Adrian Tofei)

Videocronaca dettagliata di un delirio registico, Be my cat è il primo found footage horror rumeno ideato, scritto, diretto, interpretato, promosso e santificato da quel matto del regista, che ha rischiato seriamente lo sdoppiamento di personalità nell’interpretare un suo alter ego. La trama infatti, non è altro che la storia di un regista che realizza un documentario sul proprio lavoro, da presentare all’attrice Anne Hathaway come biglietto da visita. Ad andarci di mezzo sono tre attrici locali, ignare delle intenzioni del nostro.

⇒Leggi la recensione completa di Be my cat: a film for Anne 

Consigliato agli aspiranti registi e alle aspiranti attrici;
Sconsigliato a chi soffre di adefobia (paura di finire all’inferno);
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura di una canzone tradizionale rumena intitolata Nu plecam acasa

 


The Blackcoat’s Daughter / February (Oz Perkins)

Le adolescenti nascondono sempre dei segreti. Alcuni di essi sono terrificanti. Rivelare quelli delle protagoniste di questo film, però, rischia di rovinare la sorpresa a chiunque non l’abbia ancora visto. Basti sapere che la vicenda ruota intorno alle peripezie decisamente dark di tre giovani ragazze: Kat (interpretata da Kiernan Shipka, la figlioletta di Don Draper in Mad Man), che vive in un convitto momentaneamente svuotato per le vacanze invernali e aspetta – invano – che i suoi genitori vengano a prenderla. Per passare il tempo, si reca sovente nello scantinato a venerare una grande caldaia accesa, probabilmente la cosa più simile agli inferi che si trova sottoman; Rose, rimasta anche lei in convitto, teme di essere incinta e temporeggia per ritardare il momento dell’incontro coi genitori. Il suo passatempo è raccontare a Kat storiacce di suore che adorano il demonio. Da qualche altra parte poi, una ragazza di nome Joan  (Emma Roberts, stavolta la serie di provenienza è American Horror Story) scrocca un passaggio in macchina a una coppia di genitori che hanno perso la figlia anni addietro. Il suo passatempo consiste invece nell’uccidere gente a caso e reciderne la testa.
Trama complessa con tanto di plot twist multiplo carpiato, atmosfera cupa, ora ovattata ora intrisa di sangue, e regia perfettamente curata sono gli ingredienti principali di questo bel film del canadese Perkins. Che l’anno scorso ci ha provato di nuovo (senza riuscirci) con il noiosissimo I am the pretty things that lives in the house.

Consigliato alle studentesse di convitti e scuole cattoliche;
Sconsigliato alle suore;
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura delle valigie.


Cat Sick Blues (Dave Jackson)

Gatti vivi, gatti morti, gatti star di YouTube, costumi un po’ bdsm da gatti, gente ossessionata dai gatti. E tanta malata follia. Non spenderò mai abbastanza parole per questo film tanto disturbante  quanto ricco di trovate geniali, che ha come protagonisti un serial killer impegnato nella realizzazione di un bizzarro rituale per riportare in vita il suo compianto gatto e la youtuber più sfigata della storia. Dal loro incontro non verrà fuori nulla di buono, soprattutto per lei. Magari non un film perfetto, ma senza dubbio memorabile.

⇒Leggi la recensione completa di Cat Sick Blues

Consigliato agli youtuber;
Sconsigliato a chi soffre di emofobia e di ailurofobia (paura dei gatti: incredibile ma vero, esiste);
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura delle maschere e di tutto il genere umano.

 


Darling (Mickey Keating)

“Darling” è una graziosa, minuta ed elegante ragazza che lavora come custode in una casa di ricconi, a New York. Ha solo un piccolo problema: è matta da legare.
Nessuno, vedendola, sospetterebbe mai che dietro quello chignon impeccabile, quegli orecchini raffinati e quei vestitini bon ton si nasconda una mente instabile e pericolosa. Il film, girato tutto in bianco e nero, con pochissimi dialoghi, sonoro monumentale e tanti richiami alle grandi pellicole del passato – Repulsion in primis – è un po’ un esercizio di stile, un ottimo esercizio di stile però. L’attrice protagonista, Lauren Ashley Carter, è stata definita “la Audrey Hepburn dell’indie horror” e la sua interpretazione è impeccabile. Come la regia, ipnotica e votata alla ricerca maniacale della perfezione.

Consigliato a chi segue il galateo;
Sconsigliato a chi ha paura della solitudine;
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura degli incontri casuali nei bar.


Demon (Marcin Wrona)

Una festa di nozze viene funestata dall’arrivo di un ospite sgradito: un dybbuk, direttamente dalla tradizione ebraica, pronto a impossessarsi del corpo del novello sposo. L’impianto quasi teatrale del film, come la scelta di non mostrare praticamente mai nulla, lasciando spazio alle interpretazioni degli attori, all’umorismo e ai fiumi di alcol che com’è facile immaginare scorrono copiosi in un matrimonio polacco, sono allo stesso tempo il bello e il limite del film, che è un horror senza orrore e una commedia senza risate.
Il regista ha ritenuto opportuno togliersi la vita poco prima della presentazione di Demon a un festival, forse deluso per non aver ricevuto un premio, sicuramente tormentato dai suoi demoni interiori, forse gli stessi che ha immortalato nella sua ultima pellicola.

Consigliato a chi sta per sposarsi;
Sconsigliato ai wedding planner;
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura di esagerare con l’alcol ai matrimoni.


The Devil’s Candy (Sean Byrne)

I metallari non sono tutti sporchi e cattivi, anzi. Qui c’è un’intera famiglia buona e virtuosa che ascolta metal e che deve difendersi dagli attacchi di un pericolosissimo serial killer, un omone grande, grosso e mentalmente disturbato che crede di sentire il demonio e di dover obbedire ai suoi ordini. E se non lo sentisse solo lui?
The Devil’s Candy parla di famiglia, di amore ma soprattutto del potere salvifico dell’arte.

⇒Leggi la recensione completa di The Devil’s Candy

Consigliato ai fan dei Sunn O)))
Sconsigliato a chi non può permettersi di compare una Gibson Flying V;
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: episodi sparsi da sindrome di Stendhal.


Green Room (Jeremy Saulnier)

C’è un gruppo punk che adotta parecchie soluzioni punk per sopravvivere, un po’ per coerenza, un po’ perché non se la passa bene e i guadagni delle serate sono scarsi. Le cose si mettono davvero male al termine di un concerto in uno squallido covo di nazi le cui intenzioni sono tutto fuorché amichevoli. Inizia un gioco perfettamente congegnato in cui vittime e carnefici si scambiano spesso di ruolo.

⇒ Leggi la recensione completa di Green Room

Consigliato ai nazisti (spero vivamente non ve ne siano tra i lettori di questo blog);
Sconsigliato a chi soffre di cinofobia (paura dei cani);
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura dei concerti e dei backstage.


The VVitch (Robert Eggers)

Una famiglia di coloni americani – siamo nel 1630 – viene costretta a trasferirsi in una radura isolata del New England, a pochi passi da un bosco che ha più scricchiolii sinistri che fronde d’alberi. I bambini si comportano in maniera strana, gli animali danno di matto, i genitori hanno crisi mistiche e scompare pure un neonato. L’adolescente Thomasin diventa suo malgrado il capro espiatorio di tutti gli avvenimenti oscuri che accadono in casa, mentre lei guarda con sospetto il caprone che si aggira beffardo nella stalla e non sembra raccontarla giusta. L’atmosfera cupa e allo stesso tempo eterea del film fa da sfondo a una favola triste fatta di paranoie e parossismi. Si tratta solo di un’allucinazione collettiva o le streghe si aggirano davvero tra quegli alberi del bosco? La risposta non è scontata e giunge a sorpresa nel finale mistico, profano, geniale.

Consigliato a chi ama le passeggiate nei boschi;
Sconsigliato ai superstiziosi;
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: fobia delle capre!


They look like people (Perry Blackshear)

Sembrano persone, ma non lo sono. Sono alieni, sono il nemico, indossano gli umani come involucri beffardi, in attesa di fagocitare coloro che non sono ancora stati presi. Wyatt – che è stato lasciato dalla sua ragazza e non sembra passarsela granché bene né avere una casa in cui dormire – ne è convinto, tutto gli quadra: le voci al telefono glielo hanno confermato, intimandogli di tenersi pronto per il grande giorno in cui scoppierà un tremendo conflitto.
E Wyatt si prepara, fa scorte di acido nella cantina del suo amico Christian che lo ospita ignaro, mette da parte una sparachiodi, nasconde un coltello sotto il tavolo. La paura e la paranoia risucchiano qualsiasi forma di lucidità mentale rimasta in Wyatt, completamente assorbito da idee che farebbero impallidire i complottisti di mezzo mondo.
They look like people è un film dalla fortissima carica ansiogena, essenziale ed elegante come solo certi low-budget fatti bene sanno essere, è una storia di solitudine e tarli mentali e di amicizia.

Consigliato a chi riceve telefonate anonime;
Sconsigliato a chi soffre di omatofobia (paura degli occhi);
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura di ospitare gli amici in casa “per qualche giorno”.


The Visit (M. Night Shyamalan)

Che stress le visite dai nonni! Bisogna ubbidire a tutte le loro regole, ingozzarsi del cibo che ti preparano e fare pace col fatto che sono anziani e vanno un po’ assecondati. C’è poi anche una buona possibilità che siano completamente fuori di testa.
Al di là della trama e dell’ingegnoso plot twist finale sul quale si appoggia, The Visit si apprezza di più quando viene visto come una bonaria e metaforica presa in giro del genere found footage: le riprese amatoriali sono una roba da ragazzini alle prime armi che vorrebbero “fare un film” e non possono permettersi di meglio. E via di cliché volutamente aggressivi. Secondo alcuni questo è stato un flop per Shyamalan. E se invece avesse preso tutti per il naso?

Consigliato a chi la domenica va a trovare i nonnetti;
Sconsigliato a chi non sopporta i found footage no matter what;
Nuove fobie che potrebbero scaturire dopo la visione: paura di pulire il forno?


I GRANDI ASSENTI

Alcuni film che vale la pena guardare ma che non inserirei tra i migliori del 2015:

The Invitation di Karyn Kusama, quando una cena a casa di amici degenera pericolosamente e non per colpa dell’alcol. Un film tutto suggestioni e atmosfera, elegante, ben costruito e minimale, forse un po’ troppo.

We are still here di Teo Gheoghan, ottimo omaggio con citazioni, rimandi, audaci strizzate d’occhio, inchini, riverenze e baciamani al cinema di Fulci. È una storia di fantasmi in una casa, non vuole innovare né sconvolgere, e infatti non lo fa. Come si usa dire oggi, bene ma non benissimo.

The Human Centipede 3 di Tom Six, semplicemente perché dopo aver visto il primo e il secondo, non si può non completare la serie e ammirare un po’ commossi il centopiedi che cresce a cinquecento unità.

PREMIO SPECIALE “NO, GRAZIE”

 

Non supera il test della noia Crimson Peak di Guillermo Del Toro, discreta favola gotica, stra-pubblicizzata senza una valida ragione apparente.

4 pensieri riguardo “Film horror del 2015: i migliori, che forse non avete ancora visto”

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