Paura a piccole dosi: le antologie horror che forse non conoscete già

Amati o odiati ma mai passati di moda alla faccia di vuol loro male, gli horror antologici funzionano in base a un principio semplice: ci sono vari episodi, c’è un fil rouge più o meno sottile a collegarli, ed ecco servito un prodotto consumabile in porzioni più piccole, per andare incontro alle capacità mentali dello spettatore ma soprattutto dei registi.

Di seguito, una selezione di antologie horror pescate dal grande calderone del cinema indipendente contemporaneo ma anche alcune pellicole del passato che vale la pena rispolverare, dando per scontato che titoli come The ABC’s of Death, Creepshow, V/H/S o Trick ‘r Treat siano già noti.

Southbound
[USA 2015 – Roxanne Benjamin / David Bruckner / Patrick Horvath / Radio Silence]

La strada per l’inferno è una highway americana senza nome e senza fine in cui si incrociano i cammini di coloro che cercano una via d’uscita dai loro segreti più oscuri e dalle loro paure più profonde. In Southbound ogni episodio è interconnesso agli altri con una struttura a catenaccio: dove finisce una storia, ne comincia un’altra, sotto l’attenta supervisione di oscure creature scheletriche fluttuanti impossibili da definire in maniera più sintetica. Per chi non l’avesse ancora visto sarebbe però un peccato svelare la trama di ogni singolo episodio: basti sapere che tra alti e bassi si procede su ritmi serrati e atmosfere inquietanti. Ci sono apparizioni e paradossi, c’è una famiglia di psicopatici settari, c’è un ospedale abbandonato, ci sono demoni, c’è una casa presa d’assalto. Non siamo molto lontani dal mondo di V/H/S: in fondo tre dei registi provengono proprio da lì.

Il miglior episodio: The Accident di David Bruckner.

XX – Donne da morire
[Canada/USA 2017 – Roxanne Benjamin / Karyn Kusama / St. Vincent / Jovanka Vuckovic]

Un’antologia horror in quattro episodi scritti da donne, diretti da donne e con protagoniste, manco a dirlo, donne. Anche la cornice animata in stop-motion l’ha fatta una donna (Sofia Carrillo).

A eccezione del terzo frammento “Don’t fall” – sulla cui utilità mi sto ancora interrogando – le storie parlano di donne che sono madri e mogli e che devono fare i conti con le loro paure, giusto per ribaltare qualche stereotipo. Il terrore entra nelle loro famiglie sotto forma di un’inspiegabile astensione dal cibo (The Box), o con le sembianze di un costume da coniglio utilizzato per occultare un cadavere (The Birthday Party) o ancora attraverso il corpo di un figlio adolescente un po’ troppo ribelle (Her Only Living Son). Ma se da una parte il talento delle registe non si discute, e se la partecipazione attiva delle donne alla realizzazione di un film è cosa buona e giusta – sebbene non sia poi una novità – se si guarda XX senza pensare alle questioni di genere e valutando un lavoro per quel che è, purtroppo non si vola alto, anzi si rimane un po’ delusi.

Il miglior episodio: The Birthday Party di St. Vincent (Sì, sì, proprio lei, la musicista)

The Dark Tapes
[USA 2016 – Michael McQuown / Vincent J. Guastini]

A fare da minimo comune denominatore dei quattro segmenti di questa antologia sono la tecnica del found footage con cui sono girati e il tema dell’investigazione sui fenomeni paranormali. Nulla di nuovo insomma, se non il tentativo di stupire – parzialmente riuscito – con dei finali a sorpresa.
Si va dai poltergeist dell’episodio #2, The Hunters and the Hunted, in cui una famiglia chiede aiuto a una troupe di ghost hunters, agli inquietanti risvolti di una cam session del terzo segmento, Cam Girls, con due ragazze che impongono ordini sempre più estremi a un loro cliente, seguito dalla registrazione #3, Amanda’s Revenge, una storia un po’ confusionaria di traumi, avvenimenti paranormali e vendetta. L’episodio #1, To Catch a Demon, è spezzettato lungo il corso del film -per una qualche scellerata ragione che mi sfugge e che lo penalizza parecchio – come a fare da cerniera tra gli altri segmenti, coi quali non esiste però alcun collegamento logico né narrativo; qui abbiamo un gruppo di studiosi impegnati nel tentativo di provare l’esistenza di certe entità demoniache che si muoverebbero in una dimensione parallela alla nostra, in cui il tempo scorre a una diversa velocità.

Il miglior episodio: To Catch a Demon

Patient Seven
[USA 2016 – Danny Draven / Paul Davis / Ómar Örn Hauksson /  Dean Hewison / Joel Morgan / Johannes Persson / Nicholas Peterson / Erlingur Thoroddsen / Rasmus Wassberg ]

Sette episodi per sette pazienti, tutti incastrati in un manicomio criminale, messi alle strette da uno psichiatra interessato a estorcere a ognuno di loro una confessione sulla natura dei loro incubi e dei loro delitti. Il punto di forza di quest’antologia, che alterna episodi ben riusciti e ben interpretati ad altri decisamente più deboli, non è, come molti sostengono, il plot twist finale che si intravede già al decimo minuto dall’inizio del film, ma l’interessante macedonia di personaggi e situazioni che non fa mancare proprio nulla e che restituisce l’idea di caos e instabilità tipica dei manicomi: ci sono vampiri, ci sono maschere di Halloween, ci sono psicopatici, demoni, zombi e fantasmi, tutti declinati seguendo tradizioni e cliché, talvolta in maniera innovativa.

Il miglior episodio: The Body di Paul Davis

The Theatre Bizarre
[Francia 2012 – Douglas Buck / Buddy Giovinazzo / David Gregory / Karim Hussain / Jeremy Kasten / Tom Savini / Richard Stanley]

Un teatro in apparenza abbandonato prende vita sotto gli occhi della giovane artista Enola Penny, unica spettatrice di un surreale spettacolo condotto da manichini a dir poco inquietanti: questa la cornice dell’antologia horror da sei episodi, presentati uno per uno dal manichino Udo Kier e incentrati, nella loro diversità, su vicende granguignolesche incentrate sulle mutazioni del corpo, con le sue ibridazioni animalesche  (Mother of Toads), con le mutilazioni subite (The Accident, Wet Dreams), e altre variazioni sul tema della fame – di cibo, di vita, di conoscenza. Per assistere a uno spettacolo di questo tipo non è necessario esibire un biglietto, ma c’è un prezzo da pagare, ovviamente col proprio corpo.

Il miglior episodio: ex aequo tra Wet Dreams di Tom Savini e Sweets di David Gregory

I tre volti della paura
[Italia 1963 – Mario Bava]

Un super classico della tradizione antologica, sebbene non il capostipite, con tre racconti presentati da un bonario Boris Karloff e  liberamente ispirati, secondo quanto riportato da titoli di testa non troppo affidabili, a racconti di Tolstoj,  Čechov e Maupassant (ma il Tolstoj in questione è solo un cugino del famoso scrittore russo e le attribuzioni agli altri due scrittori sono inventate).  I tre volti della paura (nella versione americana Black Sabbath, proprio come la band alla quale ha dato il nome) racconta tre storie slegate tra loro, partendo da una vicenda di stalking, Il Telefono, che non ha nulla di orrorifico, passando da una storia di vampiri a tinte fosche e goticheggianti (I Wurdalak) e approdando infine al segmento de La goccia d’acqua, con una terrificante vecchina che dà il tormento a chi ha rubato un anello dal suo cadavere.

Il miglior episodio: La goccia d’acqua

Subconscious Cruelty
[Canada 2000 – Karim Hussain]

Un lavoro diviso in quattro segmenti che raccontano il legame tra vita e morte con tutte le sue sfumature e che sono accomunati dalla ricerca ossessiva dell’eccesso visivo, talvolta fine a sé stesso. Subconscious Cruelty ha incontrato parecchi ostacoli prima del suo rilascio, dai cinque anni per ultimare le riprese alla confisca per oscenità. I riferimenti palesi a Buñuel, Lynch e Cronenberg assumono tinte grottesche ed estreme, ed è un pastiche di sangue, carne, mutilazioni (Ovarian Eyeball), accoppiamenti (Rebirth), mutilazioni con accoppiamenti (Right Brain – Martyrdom), incesti   con mutilazioni e accoppiamenti (Human Larvae). Per fortuna a ‘na certa il film si ferma. Sconsigliato ai facilmente impressionabili.

Il miglior episodio: ex aequo tra Human Larvae e Right Brain/ Martyrdom.

The Strange World of Coffin Joe 
[Brasile 1968 – José Mojica Marins]

Se non conoscete ancora Zé do Caixão (o Coffin Joe), correte subito ai ripari: questo lugubre personaggio dalle unghie lunghissime e dallo sguardo allucinato altri non è che il regista stesso, immerso nel ruolo di un villain enigmatico e provocatore. Qui compare nell’ultimo dei tre episodi che compongono l’antologia, Ideologia: con tutto il sadismo di cui dispone, il professor Oãxiac Odéz prova a una coppia di sventurati interlocutori che l’istinto di sopravvivenza è più forte dell’amore e del raziocinio. L’episodio precedente, Tara, segue le avventure in salsa necrofila di un irrecuperabile feticista dei piedi, mentre il primo episodio, O fabricante de Bonecas, mostra le (dis)avventure di quattro criminali intenzionati a stuprare le figlie di un fabbricante di bambole. Si tratta di una raccolta un po’ folle, nello stile di Mojica Marins ed estrema, considerando l’epoca e il paese in cui è stata realizzata.

Il miglior episodio: Ideologia

Three… Extremes
[Hong Kong, Giappone, Corea 2004 – Fruit Chan / Takashi Miike / Park Chan-wook]

Si tratta di una produzione internazionale in cui l’oriente è estremo in tutti i sensi, a partire dal primo episodio, Dumplings: a chi non piacciono i ravioli cinesi? Sono così perfetti e delicati, e prepararli è un’arte. Qui c’è addirittura una cuoca in grado di cucinare ravioli miracolosi che fanno ringiovanire. Il segreto sta tutto nel ripieno e nel coraggio a ingerirlo, una volta scoperto l’ingrediente principale.

Segue Cut, la cronaca allucinata del confronto tra un regista giapponese e una comparsa che lo tiene in ostaggio, con un ritmo da bomba a orologeria scandito da dita rotte e ricatti grotteschi. A chiudere è Box, una storia dall’ambientazione circense in cui i ricordi di una giovane donna assumono la forma di una scatola colma di cinerei rimorsi.

Il miglior episodio: Cut di Takashi Miike

Rampo jigoku (Rampo Noir)
[Giappone 2005 – Akio Jissôji / Atsushi Kaneko / Hisayasu Satô/ Seguru Takeuchi]

Si rimane in oriente con quattro segmenti ispirati ad altrettanti racconti dello scrittore giapponese Taro Hirai (in arte Edogawa Ranpo, traslitterazione vaga ma non casuale del nome Edgar Allan Poe) per un’antologia dal ritmo lento ma dall’incredibile forza visiva: questo è Rampo Noir, che inizia simbolicamente con Mars Canal, una discesa nell’abisso condotta in silenzio assoluto e accompagnata dai ricordi di un rapporto amoroso, e prosegue addentrandosi nei meandri di un incubo sentimentale con Mirror Hell, in cui gli specchi diventano un pericoloso strumento di morte e di delirio sadico-narcisistico. E se il terzo episodio, Caterpillar, insiste nel cammino verso i risvolti più oscuri di un matrimonio metaforicamente e materialmente mutilato, quello conclusivo, Crawling Bugs, scende in picchiata nel mondo delle ossessioni e delle parafilie. Ah, l’amour.

Il miglior episodio: Caterpillar di Hisayasu Satô

Necronomicon (Book of the Dead)
[USA 1993 – Christophe Gans / Shusuke Kaneko / Brian Yuzna]

A proposito di ispirazioni letterarie, impossibile non citare anche questa antologia i cui tre episodi, che attingono a piene mani dai racconti di H.P. Lovecraft, sono racchiusi in una cornice-episodio che ha come protagonista lo scrittore stesso, impegnato a mettere le mani su una copia del Necronomicon e carpirne i più oscuri segreti. Non si tratta di uno dei migliori horror antologici, ma se si ha la pazienza di superare il primo segmento (The Drowned) e di passare attraverso le buone intuizioni del secondo (The Cold) si viene premiati con The Wispers, un body horror allucinato e crudele con tanto di mutilazioni, creature simili a mante scarnificate mangia cervelli e una tenera coppia di anziani psicopatici.

Il miglior episodio: ovviamente The Wispers di Brian Yuzna

BONUS

Masters of Horror
[Canada, USA, Giappone 2005 – ideata da Mick Garris]

Non si tratta di un film ma di una serie televisiva trasmessa da Showtime e divisa in puntate autoconclusive che possono farla passare come antologia: ogni episodio è diretto da un maestro dell’orrore (tra i più celebri John Carpenter, Dario Argento, Joe Dante, Don Coscarelli, Tobe Hooper, Stuart Gordon, John Ladis, Takashi Miike) e i risultati sono quasi sempre all’altezza delle aspettative.

Il miglior episodio: ex aequo tra Cigarette Burns di John Carpenter e Imprint di Takashi Miike.

La saga di P.O.E.
[Italia 2012-2017, aa.vv.]

Produzione italiana indipendentissima e low budget ideata dal regista Domiziano Cristopharo e incentrata sulla trasposizione cinematografica dei racconti di Edgar Allan Poe a opera di vari autori. Impossibile soffermarsi su ogni singolo frammento: esistono già tre capitoli di P.O.E. (Poetry of Eerie del 2011, Project of Evil del 2012 e Pieces of Eldritch del 2014) per un totale complessivo di trentadue episodi – tra alti e bassi, alcuni riusciti altri meno – mentre è in arrivo un quarto film, P.O.E. 4 The Black Cat. Una segnalazione sulla fiducia.

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