Horror in Bowery Street: l’irresistibile scioglievolezza del trash

Era il 1987, l’euforia del decennio più cotonato del secolo andava scemando e un giovane di nome Jim Muro ci regalava Street Trash – in Italia Horror in Bowery Street –, uno dei melt movie più famosi e apprezzati dai cultori del cattivo gusto. Si tratta dell’unico lungometraggio da regista di Muro, operatore di macchina particolarmente abile nell’uso della steadicam che avrebbe lavorato in seguito a film come Terminator 2 e Titanic.

Protagonista della pellicola è la sgangherata compagine di senzatetto accampata in uno sfasciacarrozze da qualche parte nei bassifondi di Brooklyn che vive un’esistenza all’insegna della miseria e della sporcizia, con le relative disavventure, tarate su standard comici sempre in bilico tra la gag più o meno pesante e il totale nonsense. Al centro della vicenda le bottigliette di Viper, una partita di liquore altamente tossico e corrosivo venduto a bassissimo costo e acquistato dai barboni del quartiere, che una volta bevuto scioglie il corpo dall’interno in un trionfo di vernici colorate, frattaglie gelatinose ed effetti speciali in pieno stile Troma: si pensi alla scena iconica del barbone che si liquefà andando a finire dritto nello scarico del gabinetto.

Poesia pura.

In Street Trash non c’è una vera e propria trama strutturata: è una vicenda corale in cui i vari personaggi appaiono brevemente mostrando uno spaccato caricaturale e crudele di una vita povera e brutta fatta di accattonaggio e gesti di cattiveria gratuita. C’è un veterano del Vietnam reso folle dall’esperienza traumatica della guerra che uccide, picchia e mutila chiunque gli dia noia; c’è una donna brutta e sempre seminuda che gli si concede, incurante dei maltrattamenti che subisce; c’è un giovane che riceve le attenzioni fisiche della segretaria dello sfasciacarrozze, a sua volta molestata dal suo titolare; c’è un poliziotto che indaga sulle morti dei senzatetto; c’è un uomo che stipa tutta la spesa rubata in degli enormi pantaloni e un altro che scappa in continuazione da chi vuole picchiarlo; c’è una specie di partita di rugby in cui ci si passa un fallo reciso al posto del pallone. Ogni scena è solo un pretesto per mostrare avvenimenti grotteschi e squisitamente disgustosi accompagnati da dialoghi sconclusionati e da un perfetto movimento di camera.

Si tratta di un film politicamente scorretto che offende in maniera democratica e trasversale qualsiasi gruppo etnico e classe sociale, senza risparmiare nessuno ma senza la pretesa di restituire una critica ragionata della società: i ricchi vengono trattati come carne da macello, la classe lavoratrice non riceve un trattamento migliore, la polizia è ottusa e brutale e anche gli hobo, idealmente i più deboli, sono cattivi, stupidi, immorali, compiono atti di una ferocia incredibile, non coltivano l’amore o l’amicizia, rubano le cose gli uni agli altri, violentano e uccidono senza pietà. Sequenze come quella dello stupro di gruppo ai danni di una riccona ubriaca, o quella dell’uccisione di un automobilista che mostra finta solidarietà per la classe meno agiata non vogliono trasmettere chissà quale messaggio politico – al limite mostrare come in quegli anni il numero di persone costrette a vivere al di sotto della soglia della povertà negli Stati Uniti di Reagan stesse aumentando vertiginosamente – quanto piuttosto ricordarci che è impossibile resistere al fascino del disgusto o essere immuni alle più luride bassezze, perché tutti noi siamo spazzatura e spazzatura torneremo.

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