Dellamorte Dellamore

Dellamorte Dellamore è una cosa meravigliosa

C’era una volta Dyland Dog, anzi no: c’era una volta Francesco Dellamorte, protagonista del romanzo Dellamorte Dellamore, scritto nel 1983 da Tiziano Sclavi – che avrebbe esordito con Dylan Dog tre anni dopo – ma pubblicato solo nel 1991, divenuto per coincidenza un piccolo caso letterario e tramutato in maniera quasi altrettanto accidentale in un film diretto da Michele Soavi nel 1994. Che casino.

Ma cos’hanno in comune questi due personaggi fittizi, Dyland Dog e Francesco Dellamorte, a parte il loro creatore? Tante cose anzichenò: Dellamorte è interpretato da quel bel figliolo di Rupert Everett, lo stesso Everett sulle cui sembianze è basata l’immagine di Dylan Dog. Entrambi possono contare su una spalla comica, il ritardato pacioccone Gnaghi nel caso di Dellamorte, l’instancabile barzellettiere Groucho per Dog. Entrambi hanno a che fare con l’occulto, subiscono pesantemente il fascino femminile e affrontano con un mix di umorismo e depressione le tante situazioni surreali che incorniciano le loro vite da spiantati. Ma sono e rimangono personaggi diversi, appartenenti a due universi separati: Dellamorte lavora al cimitero di Boffalora, Dog vive a Londra. Dellamorte si occupa di mandare indietro i ritornanti, ovvero i cadaveri dei cittadini di Boffalora che per qualche motivo tornano in vita poco dopo il trapasso; Dog si occupa di occulto a trecentosessanta gradi. Dellamorte è perdutamente innamorato di una misteriosa Lei (Anna Falchi negli anni di gloria completa di irresistibili tette al vento) che arriva, muore, ritorna, muore di nuovo, torna di nuovo, cambia identità e capelli, ma continua a ossessionarlo nei modi più improbabili, ci fa all’amore sulle tombe, lo convince a evirarsi, gli si concede in cambio di danaro, lo prende, lo lascia, lo conduce sull’orlo della follia. Dylan Dog vive di innamoramenti lampo e salta di palo in frasca, vivendo forse in maniera un po’ meno tragica le sue liaison passionali.

Dellamorte Dellamore Anna Falchi e Ruper Everett fanno l'amore al cimitero

A questo punto meglio chiedersi cos’abbiano in comune il fumetto di Dylan Dog e il film di Michele Soavi. Poche ma fondamentali cose, anzichenò: la sceneggiatura si basa sul libro di Sclavi, del quale vennero comprati i diritti – e qui il nostro esce di scena, non avendo direttamente a che fare con la realizzazione della pellicola. Che però risente in maniera forte e palese dello stampo fumettistico dato al libro: con Dellamorte Dellamore sembra davvero di guardare un fumetto animato, fatto di scene iconiche autoconclusive, di momenti alti e bassi sempre racchiusi dentro una cornice, di segmenti narrativi a effetto e di personaggi stereotipati e ricorrenti. Senza dimenticare il ruolo del marketing, che facendo leva sul nome di Dylan Dog fece al contempo la fortuna e la sfortuna del film, generando nell’audience – che a un certo punto del film si sarà chiesta dove fosse l’indagatore dell’incubo – sentimenti contrastanti.

Al di là di tutti i parallelismi comparativi, Dellamorte Dellamore rimane un riuscito amalgama di horror, commedia e grottesco che alterna intermezzi ora un po’ trash, ora un po’ demenziali a scene sublimi e artistiche, rivelando un dualismo di fondo che fa capolino già dal titolo con l’inevitabile richiamo all’accoppiata eros / thanatos e prosegue con scene romantiche speculari – ad esempio, al bacio tra Dellamorte e Lei reso visivamente come Gli Amanti di Magritte fa da contraltare quello tra Gnaghi e la testa mozzata, ma vivente e vorace, della defunta Valentina, figlia del sindaco di Boffalora – rendendo infine omaggio alla Morte, della quale il protagonista diventa ora supplente, ora rivale, mandando indietro chi torna dal buio della sepoltura ma anche ponendo malvagiamente fine all’esistenza di chiunque si trovi sul suo cammino.

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