Blacula 1972

Blacula: vampiro nero, amore vero

Su internet esiste una sorta di legge, simile a quella di Murphy o al principio di Peter, la rule 34, che recita pressappoco così: “esiste la versione porno di qualsiasi cosa. Senza eccezioni”. Di seguito alcuni esempi calzanti:

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In base allo stesso principio, sembra esistere la versione exploitation di qualsiasi cosa. Davvero qualsiasi: se riguarda le macchine è carsploitation, se riguarda i B-movie canadesi è canuxploitation, per i nazisti è nazisploitation e per certi film di produzione australiana si parla di ozploitation. E poi c’è la blaxploitation, ovvero quel sottogenere cinematografico in auge negli anni Settanta (e del quale, tra strascichi e controversie varie, rimangono tracce ancora oggi nel cinema statunitense) che ha come protagonisti – e come pubblico di riferimento – gli afroamericani.

E se di ogni cosa esistono in maniera inconfutabile la versione porno e, in maniera un po’ più confutabile, la versione exploitation, il corollario è che con molta probabilità di tutto ciò può esistere anche una versione horror. Nessuna sorpresa, dunque, se nel 1972 qualcuno abbia avuto l’idea di girare una pellicola blaxploitation horror avente per protagonista un vampiro dalla pelle nera: Blacula.
Blacula non è altri che il principe africano Mamuwalde, trasformato e condannato dal conte Dracula in persona in seguito a un diverbio tra i due, avvenuto a fine Settecento in Transilvania, circa la fine della tratta degli schiavi africani. Mamuwalde, reso vampiro e rinchiuso dentro una cassa, assiste impotente alla morte della sua amata compagna Luva e sopravvive per secoli, per poi ritrovarsi negli anni Settanta da qualche parte a Los Angeles, carico di livore e assetato di sangue.

Blacula, interpretato da William Marshall -non il primo stronzo che passa per la via – si distingue per alcune caratteristiche fondamentali:

– un’eleganza innata e una voce sexy e calda da arrapamento istantaneo;


– la fronte costantemente imperlata di sudore;

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– la folta peluria da lupo mannaro (?) che fa capolino a ogni giugulare morsicata;

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– la ricerca ossessiva del suo amore perduto, la bella moglie Luva che ritrova, con un’impressionante somiglianza che solo l’utilizzo della stessa attrice per due ruoli può conferire, reincarnata nella giovane e parecchio influenzabile Tina. Essa cade ai piedi del vampiro Mamuwalde nel giro di cinque secondi netti e fa tutto ciò che lui le ordina senza mai opporre resistenza. Ma Blacula è un vampiro gentiluomo e sembra poco interessato, in effetti, a seminare odio e vendetta: la scia di vampirizzati che si lascia alle spalle è più una conseguenza del suo insaziabile appetito di sangue che un’intenzionale smargiassata. A Blacula interessa solo vivere la sua storia d’amore con Tina/Luva, che non vuole trasformare in vampira, confermando la teoria per cui l’amore è un morso mai dato. Ma una lunga serie di delitti e di redivivi dai canini puntuti non passano inosservati alle forze dell’ordine, che iniziano a braccare Blacula: così tra serate al club, ottima musica, incontri clandestini e  qualche stereotipo culturale passato a mo’ di macchietta comica, il nostro, da inguaribile romantico qual è, dovrà combattere per trattenere a sé l’amore della sua vita e farla franca.

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