[Recensione] The Transfiguration: come diventare un vampiro in poche semplici mosse

Imparare a memoria la filmografia dedicata, accumulare ricchezze, bere sangue umano almeno una volta al mese. Queste le regole del perfetto succhiasangue secondo Milo, un adolescente introverso e taciturno che elabora certi traumi personali sviluppando un interesse morboso verso il mito del vampiro, creatura affascinante ma condannata alla solitudine, essere che si nutre delle vite altrui ma che dalle vite altrui è attratto, demone tanto potente quanto vulnerabile. The Transfiguration di Michael O’ Shea, ambientato nel Queens, a New York, in un isolato ad alta concentrazione di criminalità e disagio, cita in maniera aperta e speculare Let the right one in di Tomas Alfredson, la pellicola svedese del 2008 che ha cambiato per sempre il modo di guardare e raccontare i vampiri.

Se in Let the right one in si sviluppa una tenera storia d’amore tra una giovane carismatica vampira e un timido biondino vittima di bullismo, in The Transfiguration la relazione che nasce in maniera più sporca e triste è tra Milo, un silenzioso ragazzetto afroamericano che prova a diventare vampiro – con scarsi risultati – ma che nonostante la sua pericolosità, della quale nessuno si accorge, è costantemente preso di mira dalla gang locale e Sophie, un’adolescente il cui corpo, messo a disposizione di chiunque lo voglia, porta addosso segni di violenze, subite e auto-inflitte. I due vivono immersi in una realtà squallida in cui le figure genitoriali sono assenti o negative (ma nulla a che vedere, purtroppo, con la forza evocativa di Gummo di Harmony Korine che con la sua postmoderna Isola che non c’è popolata da bambini sporchi, deviati e abbandonati a sé stessi ha ritratto in maniera allucinata, feroce e straniante uno spaccato della società americana contemporanea). L’intera vicenda, scandita da continui contrasti tra principio di piacere e principio di realtà, tra idealizzazioni cinematografiche e scene di vita quotidiana, tra bene e male, tra vita e morte, tra bisogno di normalità e fuga nei propri abissi interiori, gira intorno ai silenzi carichi di significato di Milo e al fiume di parole genuinamente banali pronunciate da Sophie, agli omicidi rituali, alla trasformazione adolescenziale.

 

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È un film girato all’insegna del citazionismo spinto, The Transfiguration, con tanto di scena ripresa frame dopo frame da Let the right one in, con il Nosferatu di Murnau (tirato in ballo in più occasioni, già a partire dalla locandina) proiettato al cinema e guardato dai due ragazzi, con i cameo di Lloyd Kauffman e Larry Fassender, con la restituzione di un vero e proprio canone per la filmografia sui vampiri che predilige pellicole realistiche come Martin di Romero, Near Dark di Kathryn Bigelow o Shadow of the vampire di Elias Merhige, che schifa doverosamente Twilight e True Blood e che non si fa mancare qualche chicca della Troma.

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Ed è proprio la realtà a interrompere le fantasie del giovane Milo con il suo carico di violenza e ingiustizia sociale: bere sangue non l’ha reso immortale e amare una ragazza non l’ha reso più forte. Il destino di un adolescente del Queens è morire sotto una scarica di proiettili come forma estrema di sacrificio o scappare via, il più lontano possibile, avendo come massima ambizione la sopravvivenza.

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Siamo ben lontani dall’epilogo dolceamaro ma in fin dei conti felice di Let the right one in, con i due giovani innamorati in fuga nella benestante Svezia, con la sua tavolozza di colori chiari e puliti. Le tinte di un film ambientato in quartiere malfamato sono scure, sono quelle del sangue coagulato, di case in penombra e di metropolitane sporche. E siamo anche ben lontani dalla forza narrativa, dal senso di struggimento e dalla bellezza evocativa della pellicola europea: The Transfiguration ci prova, ma nonostante alcune ottime intuizioni e le impeccabili interpretazioni dei protagonisti non arriva abbastanza in profondità, non al punto da fare male. Proprio come i morsi di un vampiro senza canini.

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