[Recensione] Pyewacket, non disturbare il famiglio che dorme

Come risolvere una crisi familiare provocata da una morte improvvisa, esacerbata da un lutto mai elaborato e scandita dagli squilibri di una madre alcolizzata e dai disagi adolescenziali di una figlia col pallino dell’occulto? Evocando un demone, è chiaro.

Pyewacket è il titolo dell’ horror a tinte folk vergato da Adam MacDonald, ambientato in Canada e benedetto dai produttori esecutivi di The VVitch. Ma è anche il nome del demonietto-famiglio servitore di una strega secondo quando riportato dai resoconti del “Grande Inquisitore” Matthew Hopkins nel XVII secolo. Il caso vuole poi che uno dei più famosi film horror legati al folklore sia proprio “Witchfinder General” del 1966, interpretato dal signor Vincent Price e che Pyewacket sia anche il nome del gatto siamese che affiancava Kim Novak in “Bell, Book and Candle” del 1958.

Il gattino Pyewacket

In questa pellicola la stregoneria la fa insomma da padrona, parallelamente al travagliato coming of age della protagonista, intrappolata e corrotta dal Male che essa stessa evoca nel disperato tentativo di ribellarsi al volere materno: Leah è un’adolescente attratta dall’occulto mentre la signora Reyes è una madre distrutta dal dolore per la perdita del marito. Questa affoga il dispiacere nell’alcol e nelle lacrime, quella improvvisa un sofferto rituale di evocazione, incaricando il demone Pyewacket di uccidere la madre.

Ogni scricchiolio dei rami nell’immancabile bosco – l’ambientazione è canadese – così come ogni rumore di passi dalla provenienza ignota e ogni segnale ambiguo di presenze sovrannaturali rimane sempre sospeso in un limbo di ambiguità: potrebbe trattarsi di un’allucinata sovrastruttura mentale costruita dalla giovane Leah per giustificare i propri gesti o è stato davvero evocato un demone? Difficile a dirsi: Pyewacket è un’entità che non rivela il proprio aspetto per buona parte del tempo, assumendo le sembianze della madre, di una voce amica, di un’ombra rannicchiata in un angolo della stanza.

Pyewacket è un’elegante interpretazione in chiave magico-ritualistica dei turbamenti adolescenziali e del rapporto conflittuale madre-figlia, un’elaborazione cattiva e orrorifica della perdita di un amore che regala momenti di autentica paura, supportata dall’interpretazione intensa e ben riuscita delle due protagoniste, da una fotografia fredda ed equlibrata e da una regia senza fronzoli e sicura di sé.

 

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