[SPECIALE DUEMILADICIHORROR] I FILM HORROR DEL 2018 DA NON LASCIARSI SFUGGIRE

Smaltiti i postumi del 2018 ma non ancora i tanti film che ci ha regalato, è giunto il momento di trarre le somme con una selezione dei migliori film horror dell’anno appena trascorso, come sempre alla ricerca di pellicole indipendenti o ingiustamente sottovalutate. Per questo motivo, non mi soffermerò più di tanto a parlare di produzioni mainstream, seppur valide, delle quali si è già discusso tanto, sia qui e altrove, come ad esempio l’ottimo Unsane di Steven Soderberg, il soddisfacente Ghostland di Pascal Laugier, l’amato/odiato e poco compreso Hereditary di Ari Aster o ancora Climax, che è riuscito a farmi rivalutare Gaspar Noe. Ecco quindi, in ordine sparso, un elenco ragionato e impopolare degli horror meritevoli di grazia nel 2018 secondo Horror Vacui:


LA NUIT A DÉVORÉ LE MONDE (The Night eats the World) 
di Dominique Rocher

Zombi e solitudine, solitudine e zombi. La vita di un sopravvissuto all’apocalisse dei morti viventi è dura e noiosa, fatta di fughe repentine e rischiose incursioni per la ricerca di viveri. Ma anche di musica, ascoltata alle cuffie o suonata a tutto volume, e di paranoie, e di incontri singolari. Ennesima variazione sul tema degli zombi, questo film francese ricorda un po’, per analogia e contrasto, The Battery di Jeremy Gardner: nel primo il protagonista solitario si barrica all’interno di un condominio parigino in cui sogna, suona e rischia di impazzire, nel secondo due amici vagano tra le fattorie delle campagne nel New England aiutati da una mazza da baseball. In entrambi i casi la fanno da padrona il silenzio, la solitudine e una certa atmosfera da Sundance. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LES AFFAMÉS (I Famelici) 
di Robin Aubert

Nuovamente zombi, questa volta di matrice canadese, in uno dei rari casi di proposte azzeccate per la categoria horror di Netflix, che dopo una lunga serie di pellicole da lobotomia si salva in corner con piccole gemme del genere. I cliché del film di zombi ci sono tutti, ma ci sono anche gradevoli incursioni del surreale, con i morti viventi che sembrano in qualche modo ricordare e mettere in scena ciò che erano e con i vivi morenti che contemplano la caricatura metafisica di ciò che sono diventati. Les Affamés – di cui trovate la recensione completa qui – nonostante il budget ridotto e la scarsità di mezzi, è preferibile a Cargo, altro zombi movie trasmesso quest’anno da Netflix, ambientato in Australia, con una trama densa e un cast di alto livello, ma tanto, troppo retorico. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

THE CLOVEHITCH KILLER 
di Dunkan Skiles

Da qualche parte in Kentucky vive una comunità quieta e rispettabile, votata ai valori della solidarietà e della fede, dove ovviamente sono accadute le peggio nefandezze a opera di un serial killer che rapisce, sevizia, violenta e uccide donne a caso legandole e firmandosi con un bel nodo barcarolo, il clove hitch del titolo. Nessuna traccia su chi possa essere, nemmeno a dieci anni di distanza dall’ultimo delitto. Solo un giovane scout inizia a sospettare che l’assassino possa essere il suo integerrimo, rispettatissimo, perbenista ed equilibratissimo padre. Dal sospetto alla certezza il passo è breve, dall’accusa alle prove un po’ meno. L’orrore a volte non prende la forma di entità fantasmatiche o mostruose, ma di una rassicurante carezza paterna. Quale migliore occasione per lacerare ancora una volta dall’interno il ritratto della perfetta famiglia americana? 
The Clovehitch Killer fa il paio con un altro film del 2018, Summer of ’84, che sembra però una puntata molto diluita di Stranger Things  senza alieni, senza Sottosopra, senza Undici: una marea di  retro-allusioni agli anni Ottanta e citazioni dei suoi film culto, con un gruppetto di adolescenti sfigati che in sella alle loro bici vagano in cerca di un serial killer nascosto tra le quiete mura dell’ordinata cittadina statunitense in cui vivono e con un bel finale in impennata che da solo non riesce a distogliere dall’idea di essere stati presi per il culo durante tutto il resto del film.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

THE WITCH IN THE WINDOW
di Andy Mitton

Una casa comprata a basso costo perché dentro c’è morto qualcuno, la famigliola non troppo felice che va a viverci per ricominciare da capo con il sogno di una vita migliore, gli scricchiolii in cantina, le voci in notturna, che paura. Sembra davvero la solita vecchia brodaglia riscaldata e proposta per l’ennesima volta e forse in parte lo è. Ma il modo in cui è girata, rende questa pellicola di Mitton – già scafato con le storie di fantasmi del suo precedente We go on – diversa e inaspettatamente godibile. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

WILDLING
di  Fritz Böhm

L’adolescenza è notoriamente un momento complicato della vita, soprattutto se esplode all’improvviso, dopo aver trascorso l’infanzia segregata in una stanzetta buia, isolata dal mondo e sottoposta a trattamenti ormonali anti-crescita e se insieme a tette e ciglia lunghe iniziano a spuntarti peli sulla schiena e artigli da belva. Un coming-of-age con protagonista una specie di lupa mannara dal cuore tenero, a metà strada tra body horror e favola struggente. 

 

 

 

 

 

THE HERETICS 
di Chad Archibald

C’era una volta una setta che compiva terribili rituali, anzi no: c’era una volta una ragazza rapita da una setta e sopravvissuta a terribili rituali… Anzi no. In questo film, che parla di evocazioni, culti e trasformazioni demoniache, nulla è come sembra. C’è del body horror, c’è una sottile venatura comica, c’è il plot twist finale e c’è del sano intrattenimento. The Heretics non sarà certo l’horror più raffinato dell’anno, ma è ben congegnato e si lascia guardare. 

 

 

HOUSEWIFE 
di Can Evrenol

Pastiche ambizioso infarcito di citazioni e omaggi al cinema di Fulci, Bava, Argento, Polanski, Carpenter eccetera eccetera e denso di smargiassate, Housewife rientra per direttissima tra gli horror ingiustamente sottovalutati del 2018. L’ housewife che da il titolo al film è Holly, una donna dal passato traumatico che si avvicina a una strana setta il cui leader pratica una forma di manipolazione mentale. Proprio come nel precedente e pluriosannato film di Evrenol, Baskin, abbiamo a che fare con un viaggio nell’orrore degli incubi personali e con le incursioni delle entità infernali nella dimensione umana, ma anche col femminino, con gli sfasamenti spaziotemporali, con il gore. → Leggi la recensione completa di Housewife 

 

 

 

THE ENDLESS
di Justin Benson, Aaron Moorhead

Prima di guardare The Endless, sarebbe meglio cominciare con Resolution, la pellicola d’esordio dei due registi. Qui accadono fatti inspiegabili all’interno di un microcosmo i cui meccanismi verranno rivelati nel film successivo: è come osservare da molto vicino un dettaglio per poi trovarsi al cospetto del quadro d’insieme. In Resolution abbiamo due amici isolati in una vecchia casa, osservati da qualcuno che sembra monitorare ogni loro azione e addirittura predirne il futuro. In The Endless abbiamo due fratelli che tornano a visitare una strana setta da cui erano fuggiti anni prima. Come e perché queste vicende si intersechino tra loro, lo spiego nella recensione completa del film, spoiler inclusi. Anche questo film va dritto nel calderone delle chicche horror ignorate senza una ragione plausibile. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UPGRADE
di Leigh Whannel

Si sconfina nella fantascienza con questo film che ha il merito di essere ben fatto e tamarro al punto al giusto, ambientato in un futuro in cui le macchine e le biotecnologie hanno cambiato definitivamente la vita degli uomini (se in meglio o in peggio non è dato sapere) e in cui un chip può trasformare un paraplegico in un potentissimo guerriero ammazza-tutti. Con qualche accenno di body horror e tanto sangue sparso, in sottofondo la paura di un assetto distopico che non perdona, Upgrade non può che meritare e ricevere benedizioni trasversali dagli amanti del genere e non. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ATERRADOS (Terrified)
di Demián Rugna

Può un mostro nascosto sotto il letto far davvero paura? In questo film argentino sì, ed è in ottima compagnia, tra cadaveri rianimati ed entità di puro male nascoste da qualche parte in un quartiere di Buenos Aires. Interessante il contrasto tragicomico tra il poliziotto del luogo, terrorizzato dai fenomeni paranormali a cui assiste suo malgrado, e i tre anziani studiosi di occultismo che invece vanno a rintanarsi nelle case alla ricerca di creature ostili. Aterrados è da premiare per l’originalità delle trovate e per un’ottima esecuzione: il budget non sarà alto, ma i salti che fa fare sulla sedia sì. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HAGAZUSSA
di Lukas Feigelfeld

Una giovane donna sospettata di essere una strega, un villaggio arroccato sulle Alpi austriache, le angherie di contadini superstiziosi: Hagazussa è un horror- folk superbo, storicamente accurato e realistico ma allo stesso tempo allucinato e psicologico, che getta uno sguardo sulla sofferenza femminile legata alla maternità ma anche su antiche tradizioni dal fascino atavico. Si tratta di un film estremamente lento, quasi totalmente privo di dialoghi, minimalista eppure completo, nonché uno dei preferiti della sottoscritta, che non perde occasione per consigliarlo a chiunque voglia vedere qualcosa di completamente diverso . →Leggi la recensione completa del film.

 

 

PYEWACKET 
di Adam MacDonald

Ogni strega che si rispetti ha al suo servizio un famiglio, un demonietto che assume le sembianze di un animale. Leah, una teenager disagiata con grossi problemi familiari e attratta dall’occulto, non vuole essere da meno: detto fatto, evoca l’entità con un rituale e le conferisce l’ingrato compito di esaudire le sue volontà. Ma bisogna stare molto attenti a ciò che si desidera e al prezzo da pagare. Ottimo film che poggia quasi completamente sulle solide capacità recitative delle protagoniste. →Leggi la recensione completa del film.

 

 

 

 

 

 

NOVEMBER  (Rehepapp)
di Rainer Sarnet

Pellicola totalmente fuori di testa ambientata nell’Estonia rurale di qualche secolo fa, popolata da umili contadini dall’aspetto ferocemente caricaturale che seguono antiche tradizioni e superstizioni per restare in contatto con i morti, che evocano con disinvoltura i kratt (figure del folklore estone fatte di paglia o vecchi attrezzi specializzate nel furto di tesori per ordine del loro creatore) e che si esprimono in maniera allucinata e quasi priva di senso. Di horror ha ben poco, ma tira in causa demoni, fantasmi e folklore nordico, meritando un posto d’onore in questo elenco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 MENZIONE SPECIALE: il limbo dei mockumentary/ found footage

È sorprendente che nel 2018 vengano ancora realizzati film con la tecnica del found footage, ma è giusto segnalare i pochi a salvarsi, tutti ispirati a luoghi realmente esistenti e/o fatti realmente accaduti:

GON-JI-AM (Haunted Asylum) di Beom-sik Jeong, è un Grave Encounters che non ha smesso di crederci, che si è tenuto al passo coi tempi tirando in ballo un canale YouTube, un’esplorazione notturna in un ex manicomio infestato con tanto di avvenimenti paranormali organizzati a tavolino per aumentare le visualizzazioni, un apparato di telecamere nascoste, GoPro e addirittura un drone per deliziare lo spettatore. Il quale viene poi colto di sorpresa e spaventato a dovere nella seconda parte del film. 

 

 

 

 

 

 



BUTTERFLY KISSES di Erik Kristopher Myers è una contorta genialata metacinematografica, una matrioska di mockumentary e found footage in cui un documentarista, Gavin, trova una serie di filmati realizzati da due studenti di cinema in procinto di confezionare un documentario su Peeping Tom, protagonista di una leggenda metropolitana del Maryland. Degli studenti nessuna traccia, così Gavin inizia a realizzare un documentario sulla loro scomparsa, e sulla loro ricerca e su questo misterioso Peeping Tom che una volta visto, si avvicinerebbe sempre più a ogni battito di ciglia fino a raggiungere la sua prossima vittima. E così via, strato su strato, incollando spezzoni di filmati e interviste vecchi e nuovi. 

 

 

 

 

 

 

 



THE DEVIL’S DOORWAY di Aislinn Clarke deve gran parte del suo fascino all’ambientazione in una casa Magdalena irlandese degli anni Sessanta, popolata da suore malignamente piene di segreti e giovani donne considerate immorali tenute quasi in schiavitù. Due preti vengono inviati dal Vaticano per indagare su misteriosi miracoli avvenuti all’interno dell’edificio, uno di loro documenta fedelmente ogni cosa, ogni inspiegabile vocìo infantile nel cuore della notte, ogni evidente segno di presenza del Male. Sarebbe sempre la solita solfa dell’horror demoniaco, se non fosse per il fatto che è girato davvero bene.

 

 

 

 

 

 

 

 

I GRANDI ASSENTI

Ovvero alcuni film che vale la pena guardare ma che non inserirei tra i migliori del 2018:

MUSE (La settima musa) di Jaume Balagueró
A quanto pare le Muse esistono ma non hanno nulla di buono o leggiadro, e usano i poeti solo per avvelenare il mondo attraverso i loro versi. Guai a incrociarne una o a sfidarne l’ira. L’idea di Balaguerò è originale e ben strutturata, lo sviluppo del film è lento e un po’ troppo pacato: dal regista di [Rec], Fragile e Bed Time ci si sarebbe aspettati qualcosina in più.Immagine correlata

GHOST STORIES di Jeremy Dyson, Andy Nyman

 

Avete presente quando un film è ben fatto, ha buone idee e tutto al suo posto ed è potenzialmente un gran bel prodotto, ma manca di sapore e finite col dimenticarvelo dopo qualche ora? Ecco, questo è Ghost Stories, un’ottima antologia horror con un ottimo cast, un prodotto dannatamente british, con tanto di humor nero e stampo teatrale. Risultati immagini per ghost stories

APOSTLE (Apostolo) di Gareth Evans
Avete presente quando un film è ben fatto, ha buone idee e tutto al suo posto più o meno come in Ghost Stories, è inoltre in costume ed è fatto dal regista di uno dei vostri film d’azione preferiti, ma oltre a mancare di sapore e dimenticarvelo dopo qualche ora vi annoia pure? Ecco, questo è Apostle, punta di diamante delle proposte Netflix e grossa occasione sprecata.Risultati immagini per apostle netflix

REVENGE di Coralie Fargeat
Qualcuno è stato in grado di sostenere che l’emancipazione femminile passi anche da film come questo – un rape & revenge come se ne vedono da più di quarant’anni – solo perché a dirigerlo è stata una donna. Magari fosse così facile. Opinionismi a parte, Revenge è un gran bel bagno di sangue ambientato nel deserto, con una protagonista il cui apparato tette/culo e le modalità di sopravvivenza a morte certa sfidano ogni legge della fisica e della logica. Risultati immagini per revenge film

PREMIO “NO, GRAZIE”

Ovvero i film che proprio non ce l’hanno fatta e che meritano più di un eloquente silenzio.

CAM di Daniel Goldhaber
L’idea della cam girl ossessionata dall’idea di fare successo online a suon di streaming estremi era buona; anche quella del doppelgänger digitale spuntato dal nulla a rubarle l’identità avrebbe potuto funzionare. Ma a un certo punto qualcosa smette di funzionare nella sceneggiatura, data in pasto a un generatore casuale di avvenimenti più o meno sanguinari che non portano da nessuna parte. 

AWAIT FURTHER INSTRUCTIONS di Johnny Kevorkian
Una famiglia intrappolata a casa in quarantena per cause ignote, segnali televisivi che invitano ad attendere ulteriori istruzioni, poi a vaccinarsi, poi a isolare gli ammalati, in un crescendo di paranoia e perbenismi di stampo familiare tipici del cenone natalizio. Purtroppo,  l’aura da episodio di Ai confini della realtà mista a qualche eco bunueliana si dissipano nel nulla appena il film entra nel vivo, con deludenti e mal realizzate presenze aliene. 

MAY THE DEVIL TAKE YOU di Timo Tjahjanto
C’è una casa nel bosco maledetta, c’è la presenza demoniaca nello scantinato, c’è un gruppo di ragazzi intrappolati in balia del male e c’è una triste giostra di jumpscare e scene da canovaccio. Purtroppo non c’è il film, che tenta tristemente di citare Sam Raimi senza averne la vocazione. 

DON’T LEAVE HOME di Michael Tully 
A una scultrice in crisi viene commissionata la realizzazione di un’opera da parte di un’eccentrica anziana signora, in un paesino dell’Irlanda in cui sarebbero sparite misteriosamente molte persone e in cui i dipinti dell’ex prete sembrano portare parecchia sfortuna.  L’ambientazione irlandese e l’ossessivo meccanismo di tensione e sospetto fanno di Don’t leave home un film d’atmosfera. Atmosfera che però non sopperisce all’estrema lentezza di una pellicola soporifera che non si riscatta nemmeno nel finale. Peccato.

 

 

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