[RECENSIONE] THE FIELD GUIDE TO EVIL: EVVIVA IL FOLKLORE, EVVIVA L’ORRORE

Ah, le antologie horror! Croce e delizia per gli amanti della brevitas, visioni frammentarie e sbrigative di suggestioni inespresse, invitanti antipasti di un più grande banchetto, sfida aperta al talento di registi e sceneggiatori nonché scelta filmica difficile nonostante le apparenze. Delle antologie horror ho già parlato all’interno di un listone dedicato (→ Paura a piccole dosi: le antologie horror che forse non conoscete già ), ma è doveroso aggiungere all’elenco quel piccolo capolavoro autoriale che è “The Field Guide to Evil“, raccolta di cortometraggi che attingono a piene mani del folklore nazionale di ognuno dei registi autori dei singoli frammenti.

Un vago filo conduttore lega tra loro le otto parti del film, presentate come capitoli di un libro dalla vocazione favolistica con una morale conclusiva che fa da monito allo spettatore e con la rappresentazione rivisitata di creature appartenenti al folklore locale.  Ad aprire le danze è “The Sinful Women of Höllfall“, diretto dagli austriaci Veronika Fiala e Severin Franz, già coautori di quel piccolo sottovalutato capolavoro che è “Goodnight Mommy”. La protagonista è un’ ingenua contadinotta austriaca i cui impulsi sessuali vengono repressi dalla madre bigotta al grido di “non peccare, sennò arriva il trud e ti soffoca nel sonno”. Qualora vi stiate giustamente chiedendo cosa sia un Trud: si tratta di una specie di elfo malefico, un incubo della tradizione germanica, tradizionalmente rappresentato con un cappello magico dal quale trae i propri poteri. Ma la giovane Kathi pecca a suon di liaison lesbo con l’amica Valerie, terrorizzata ma anche incuriosita dalle conseguenze delle sue azioni. L’ottima fotografia e il finale a sorpresa fanno di questo episodio uno dei migliori dell’antologia.

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Haunted by Al Karisi, the childbirth djinn” di Can Evrenol – geniale regista di Baskin e Housewife – è il secondo spezzone del film che ci trasporta dall’Austria alla Turchia, mettendo in scena, come da tradizione per i film horror islamici, un Jinn. Qualora vi stiate doverosamente chiedendo cosa sia un Jinn: è un termine che indica una grande varietà di creature sovrannaturali, per lo più malefiche, assimilabili all’idea di demone (ma anche di genio). In questo segmento vediamo all’opera Al Karisi, ovvero il demone del parto, che tormenta una giovanissima puerpera costretta a casa a badare all’anziana madre e al figlio appena nato. La messa in scena è intrigante ma viene rovinata dal tripudio di jumpscare in rapida successione: da Can Evrenol ci si sarebbe aspettata qualcosina in più.

The field guide to evil_Recensione_Al Karisi

Il terzo episodio, “The Kindler and the Virgin” di Agnieszka Smoczyńska – promettente regista polacca di The Lure – mette in scena un oscuro racconto del folklore masuriano che ha per protagonista un uomo assetato di potere e conoscenza e una demoniaca vergine della foresta. Qualora vi stiate dubbiosamente chiedendo cosa sia un demone vergine della foresta: me lo chiedo anch’io. I riferimenti culturali di questa storia sono difficili da individuare, ma pare esista un libro, “Czarci Ostrów” che raccoglie antiche storie della Masuria, un luogo incantato dal paesaggio atipico, location perfetta (e nel film assurdamente poco valorizzata) per creature fantastiche e leggendarie, compresa l’eterea vergine della foresta qui all’opera. Se l’uomo mangerà il cuore di tre persone appena morte, otterrà infinita conoscenza e il potere che da essa deriva. Non è chiaro perché l’uomo si limiti a mangiarne solo due per poi attirare il demone, ucciderlo, scuoiarne la pancia e utilizzarla per farne un tamburo da guerra, ma tant’è.

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Beware the Melonheads” è il quarto segmento nonché il meno riuscito dell’intero film. Diretto da Calvin Lee Reeder e ambientato nei boschi da qualche parte nel nord degli Stati Uniti, il corto racconta il rapimento di un bimbo in vacanza con la famigliola da parte dei melon heads. Qualora non siate ferrati sull’argomento: si tratta di una leggenda metropolitana statunitense che riguarda immotivati atti di crudeltà e cannibalismo perpetrati ai danni di ignari malcapitati da parte di creature antropomorfe dalla testa grande e oblunga, a forma di anguria appunto. L’idea non è particolarmente suggestiva ma la messa in scena lo è ancor meno, con una sceneggiatura inesistente, una recitazione a dir poco dilettantistica, effetti speciali imbarazzanti e una generale mancanza di senso del corto, a fronte di un messaggio di fondo presente in tutti gli altri episodi.

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Per fortuna il film impenna subito dopo con “Whatever happened to Pagas the pagan?” del greco Yannis Veslemes – autore di un horror sui vampiri un po’ assurdo ma interessante, Norvigia – qui alle prese con un kallikantzaros. Qualora il vostro bagaglio culturale non includesse una profonda conoscenza delle tradizioni greche: si tratta di una sorta di goblin che, secondo la leggenda, dopo aver trascorso un anno nascosto agli inferi, si palesa nel periodo dei festeggiamenti natalizi per vessare gli uomini con dispetti e punizioni. Ma il protagonista, il pagano Pagas, nota subito la presenza del mostruoso essere infiltratosi nel bel mezzo di una notte di bagordi e prova a porvi rimedio. L’atmosfera inquieta ma fiabesca, la fotografia dai colori vividi ma nebulosi, i costumi e i volti estremamente caratteristici rendono il segmento greco uno dei più interessanti.

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Andiamo altrove e lontano con “The Palace of Horrors” del regista indiano Ashim Ahluwalia, che con un suggestivo bianco e nero si addentra nei meandri di un antico palazzo, nascosto nella giungla, dimora di esseri fuori dal comune. Ambientato in India, in epoca coloniale e ispirato a una non meglio specificata leggenda bengalese, il corto racconta di un agente circense in cerca di creature dall’aspetto insolito da acquistare. Inutile dire che gli strani abitanti del palazzo in cui vorrà addentrarsi di prepotenza avranno la loro vendetta. L’estetica dell’episodio è impeccabile, ma l’idea di rappresentare il freak – ovvero un individuo affetto da condizioni genetiche singolari come l’ipertricosi, il nanismo, o la presenza di arti in eccesso – come un mostro, nel 2019, sembra un po’ superata.

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Il penultimo episodio, “A nocturnal breathe” è diretto da Katrin Gebbe e mette in scena le disavventure di due giovani contadini bavaresi, fratello e sorella, perseguitati da un drude. Qualora aveste un dubbio sul significato del termine: il drude è una creatura maligna del folklore germanico, la cui peculiarità consiste nell’insinuarsi all’interno di una persona, consumandola, uscendone per compiere malefici e tornandovi all’interno per dimorare indisturbati. L’atmosfera dello spezzone è cupa e morbosa, ma la regia ha poco carattere.

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Chiude in bellezza “Cobbler’s Lot” di Peter Strickland – autore di due notevoli lungometraggi molto graditi dalla sottoscritta, Berberian Sound Studio e The Duke of Burgundy – che dimostrando una certa dose di coraggio e un approccio sperimentalista alla rivisitazione dei generi, realizza un film muto, in cui gli attori recitano con la pantomima e parlano attraverso le didascalie. Ambientato in Ungheria, paese d’adozione del regista inglese, e vagamente ispirato a un antico racconto popolare, Cobbler’s lot racconta le disavventure e i feticismi di due calzolai innamorati della medesima donna, una principessa, e disposti a fare qualsiasi cosa per poterla sposare.

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The Field Guide to Evil è un prodotto di alto livello, uno dei film più interessanti del 2019, pur con tutti i limiti tipici delle antologie: qualità altalenante degli episodi, finali frettolosi, sceneggiature ipersemplificate. Ma la qualità estetica e registica del film spazza via ogni dubbio, donando ulteriore linfa vitale al genere dell’horror-folk che negli ultimi anni sta viaggiando col vento in poppa. E poco importa che l’impianto generale sembri troppo didascalico, ogni episodio a voler imporre una morale o esacerbare un rimando metaforico: se non è certo difficile capire che il trud rappresenta il senso di colpa e la lotta contro il bigottismo, il jinn la depressione post partum, i bimbi deformi la vendetta contro l’oppressione coloniale e via discorrendo, è senz’altro più importante apprezzare un film all’insegna del multiculturalismo, che mette in scena racconti popolari, rituali e folklore in otto lingue diverse.

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