I FILM HORROR DEL 2019 CHE FORSE NON AVETE ANCORA VISTO (MA DOVRESTE)

Proprio come la rimozione tardiva degli addobbi natalizi, difficile ma necessaria, la stesura della grande lista sui film horror del 2019 da non perdere è ostica ma indispensabile: non si tratta di una classifica né di un best of, quanto piuttosto di un elenco di titoli ingiustamente sottovalutati o poco conosciuti dello scorso anno. Vale lo stesso principio applicato ai film horror del 2017 e ai film horror del 2018: niente sacra triade di prequel, sequel, remake e poco spazio alle pellicole sulle quali si è già scritto tanto, come il pantagruelico Midsommar di Ari Aster, lo stra-chiacchierato Suspiria di Guadagnino, il divisivo e poco compreso Us di Jordan Peele, l’eccentrico e tanto atteso The Lighthouse di Robert Eggers o l’insuperabile The house that Jack built di Lars Von Trier.

IN FABRIC di Peter Strickland

Il genio raffinato di Peter Strickland è tornato a colpire, dopo quei due piccoli capolavori che sono Berberian Sound Studio e The Duke of Burgundy, con una nuova pellicola tutta lazzi e fronzoli. Protagonista un vestito maledetto, venduto in una misteriosa boutique d’altri tempi, che non sembra portar fortuna a chiunque lo indossi. Con taglio intelligente e ironico, ma senza mai sfociare nel trash, In Fabric riesce a farsi prendere sul serio sfoggiando un vestito killer che sembra animato di propria volontà e intrecciando nella messa in scena feticismi stilistici misti a velate critiche al capitalismo.

 

TIGERS ARE NOT AFRAID (VUELVEN) di Issa López

Quando all’orrore vero, quello della guerra messicana tra cartelli della droga fatto di sequestri, sparizioni, sparatorie e morte si aggiunge l’orrore del paranormale, popolato dai fantasmi che quelle stesse guerre hanno creato e quando questi orrori vengono visti, vissuti e raccontati attraverso gli occhi dei bambini, orfani guerrieri costretti alla vita di strada, nascono racconti di paura a metà tra leggenda e favola urbana. Così i sicari delle bande diventano “narco-satanisti”, i bambini sono tigri, i graffiti e i corpi morti per le strade si animano, in cerca di libertà e vendetta. Tigers are not afraid non fa paura, ma tocca corde molto più profonde.

THE FIELD GUIDE TO EVIL (antologia)

Otto cortometraggi, otto nazioni, otto lingue e un solo grande impianto antologico dichiaratamente folk horror: The Field guide to Evil è un insieme di racconti dell’orrore provenienti da tutto il mondo, ricco di fascino anche se non privo di imperfezioni. Di certo, la miglior antologia horror del 2019, con buona pace di Scary stories to tell in the dark e Nightmare Cinema. [Leggi la recensione completa]

 

MATRIARCH di Scott Vickers

Una giovane coppia in attesa di un di figlio rimane impantanata, come da tradizione, nel bel mezzo della campagna inglese e, come da tradizione, viene gentilmente ospitata da una famiglia più che disfunzionale le cui redini vengono tenute dalla matriarca che dà il titolo al film, un’adorabile anziana specializzata nel plagio mentale dei bambini che rapisce e tiene per sé dopo averne ucciso i veri genitori. Si tratta di un film incredibilmente dignitoso, se si considera il modesto budget di realizzazione, e molto, molto crudele.

 

LUZ di Tilman Singer

Una giovane donna di lingua spagnola viene interrogata in un commissariato di polizia tedesco alla presenza di una detective, di un traduttore e di uno psicologo. Quest’ultimo sottopone la donna a ipnosi regressiva per ricostruire i fatti da lei vissuti nelle ultime ventiquattr’ore, ed è l’inizio della fine: lo spazio, il tempo e la realtà iniziano a destrutturarsi, mentre i ricordi, gli incubi e i pensieri si materializzano, indistinguibili tra loro. Ognuno si perde nel labirinto dell’inconscio proprio e altrui. Luz è un film che conduce parecchio lontano dalla comfort zone dell’horror di facile comprensione o categorizzazione: la possessione demoniaca è un fatto artistico, zulawskiano, privo di cliché. Sorprendentemente bello e diverso da tutto il resto.

 

ANTRUM di David Amito e Michael Laicini

Un finto documentario su un film inesistente dalla fama sinistra, pieno zeppo di messaggi subliminali e indizi volti a suggerire che dietro alla macchina da presa ci sia lo zampino registico del diavolo: Antrum non è semplicemente il racconto di un gioco innocente tra bambini – un’avventura in un bosco dei suicidi alla ricerca della porta degli inferi – che si trasforma in un incubo logorante. È una sfida aperta allo spettatore, alla sua capacità di osservare e cogliere i dettagli (nei quali si nasconde il Diavolo). [Leggi la recensione completa].

 

THE NIGHTSHIFTER (MORTO NÃO FALA) di Dannison Ramalho

Il signor Stênio lavora in un obitorio al turno di notte: cataloga, pulisce, seziona e ricuce  cadaveri. Coi quali dialoga disinvoltamente, utilizzando un dono che gli consente sin da piccolo di entrare in contatto con le anime dei defunti. Le cose si complicano terribilmente quando Stênio, contravvenendo al proprio codice morale, utilizza alcune informazioni ricevute da un cadavere per il proprio tornaconto personale, scatenando una guerra tra i clan dei vivi e l’ira funesta dei morti. Buono l’equilibrio tra lo splatter dei sezionamenti autoptici e la vaga comicità interpretativa del protagonista. Molto meglio questo Nightshifter rispetto allo statunitense “I’ll take your dead“, che tratta temi analoghi in maniera troppo melensa e prevedibile.


THE NEST (IL NIDO) di Roberto De Feo

Un bambino paralitico e una madre iper-apprensiva vivono una vita fatta di regole molto severe, quasi dogmatiche: imparare a gestire la grande e cupa tenuta di famiglia, non varcarne mai i confini, non lasciarvi entrare “gli estranei”. Psicosi materna o terribile pericolo proveniente dall’esterno? L’intero film gioca continuamente sull’atmosfera di mistero e di ambiguità, lasciando presagire ciò che – a sorpresa – verrà rivelato solo nel finale. Encomiabili le scelte di regia e di sceneggiatura, votate a ottimizzare un budget ridotto con intelligenza e buonsenso, dimostrando che per fare un horror di qualità non servono molti soldi, ma buone idee.


THEY’RE INSIDE di John-Paul Panelli

Un gruppo di amici intenti a girare un film, una casa sperduta nel bosco, due inquietanti sconosciuti che si aggirano nei paraggi. I cliché dell’home invasion e dello slasher ci sono tutti, se non fosse che il film che vediamo non è (solo) un home invasion o uno slasher. Rivelare altro rovinerebbe la sorpresa: meglio goderselo, prestando una certa attenzione ai dettagli.

 

MENZIONI SPECIALI

Tra gli horror indipendenti del 2019 non eccelsi ma comunque degni di nota, svetta PIERCING di Nicolas Pesce – già autore del meraviglioso “The eyes of my mother”. Piercing racconta le vicissitudini di un aspirante assassino e della sua (mancata) vittima, imbrigliati in un curioso rapporto bdsm: un ottimo esercizio di stile, una prova di talento e di eleganza, ma a scapito della narrazione.  Segue a ruota ARE WE NOT CATS? di Xander Robin, una tenera storia d’amore, picacismo e degrado il cui trailer suggerisce molti più contenuti di quanti il film ne abbia realmente. THE AXIOM di Nicholas Woods è la dimostrazione lampante dell’importanza di commisurare le idee, le ambizioni e la messa in scena al budget disponibile: se non ci sono abbastanza soldi per fare qualcosa, meglio non farla e basta, o sostituirla con una soluzione alternativa brillante. Ed è un vero peccato, perché la storia di una dimensione parallela alla quale si accede tra i boschi, popolata da mostri e persone intrappolate, è di per sé molto interessante. Agli antipodi è invece THE VELOCIPASTOR di Brendan Steere, godibile commedia demenziale sulle eroiche gesta di un prete che si trasforma in un dinosauro affamato di carne umana e di giustizia divina.  In questo caso, la deriva trash e le innumerevoli brutture registiche, recitative e prostetiche sono più che intenzionali.

PREMIO “NO, GRAZIE”

Tra i film dei quali non si raccomanda con entusiasmo la visione figura invece THE ISLE di Matthew Butler Hart, folk horror d’ambientazione scozzese ambientato in un’isola in cui gli abitanti sono scomparsi senza apparente motivo, le sirene passano spesso a far visita e tre marinai naufragano con risultati parecchio prevedibili. Un film all’insegna della noia pura, che fa il paio con THEY REMAIN di Philip Gelatt: due ricercatori vengono mandati in una strana “zona” in cui sono stati compiuti degli omicidi rituali per studiare alcune curiose mutazioni ambientali. Dall’inizio alla fine, non accade praticamente nulla. Segue a ruota THE NIGHT SITTER di Abiel Bruhn e John Rocco, scopiazzatura low budget della commedia horror The Babysitter uscita un paio di anni fa. Completa l’insieme, a malincuore e con riserve, IL SIGNOR DIAVOLO di Pupi Avati, perché Avati sarà pur sempre Avati ma questa storia gotica di superstizione e diavoli, d’ambientazione veneta, è mortificata nel suo grande potenziale da un modo di fare cinema troppo legato al passato, a stilemi che non possono essere ripetuti a trent’anni di distanza senza valorizzarli con qualche nuovo apporto e che non possono essere compresi e accettati se non da chi conosce bene ed è affezionato al regista romagnolo sin dai tempi della Casa dalle finestre che ridono.

 

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