[RECENSIONE] COLOR OUT OF SPACE DI RICHARD STANLEY

Se tre è il numero perfetto, Color Out of Space  è un film triplicemente fortunato: terzo riadattamento cinematografico statunitense del racconto di H.P. Lovecraft “Il colore dallo spazio“, terzo lungometraggio di Richard Stanley – regista sudafricano autore negli anni Novanta di due piccoli cult atipici a cavallo tra horror e cyberpunk postapocalittico, “Hardware Metallo letale” e “Demoniaca“, riapparso improvvisamente dalle sabbie dell’oblio – e terzo horror di successo interpretato da Nicolas Cage negli ultimi tre anni dopo “Mom and Dad” e “Mandy“.

La compagine di film horror tratti dalle opere di Howard Philip Lovecraft o semplicemente ispirati al suo immaginario è parecchio nutrita: tra i titoli più celebri, vale la pena ricordare Il seme della follia di John Carpenter, Re-Animator di Stuart Gordon e l’antologia Necronomicon. Tra le pellicole più recenti, si distinguono The Void di Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, The Endless di Justin Benson e Aaron Moorhead e Housewife di Can Evrenol. La filmografia a disposizione è davvero vasta e Color out of space è addirittura la terza versione made in USA tratta dal medesimo e omonimo racconto dello scrittore di Providence, dopo “La morte dall’occhio di cristallo” del 1956 e “La fattoria maledetta” del 1987.

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A netto di alcune sostanziali variazioni, la trama del racconto e dei film si concentra sempre sugli stravolgimenti accorsi a una famiglia a seguito della caduta di un misterioso asteroide dal cielo che contamina l’acqua, la vegetazione, i corpi e le menti. Nella versione del 2020, la famiglia dei Gardner si è trasferita in una remota casa di campagna del New England, optando per una vita lontana dalla frenesia degli ambienti metropolitani e a stretto contatto con la natura ma non per questo aliena a uno stile di vita moderno: la madre è una consulente finanziaria che lavora da casa, divisa tra conference call e problemi di connessione a internet; il figlio maggiore è un comune adolescente che indulge volentieri sulle droghe leggere procurategli dal “vicino” di casa, un eremita-hippy-complottista di nome Ezra; la seconda figlia Lavinia si diletta a praticare la wicca mentre l’ultimogenito sembra interagire malvolentieri con il mondo esterno; il padre infine, prova a mantenere le redini di casa – con scarsi risultati -dedicandosi all’allevamento di pregiati alpaca. La non-serenità del quadretto familiare viene sconvolta dall’improvviso impatto di un meteorite dalla luminosità violacea iridescente sul giardino di casa. Prima ancora che i Gardner se ne rendano conto, ogni cosa intorno a loro – l’acqua, il cibo, gli animali, i loro corpi, il tempo e lo spazio – viene contaminata dall’influsso del meteorite, che provoca allucinazioni, momenti di crepuscolo mentale, follia e aggressività, orride mutazioni e infine la smaterializzazione.

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Esistono due possibili chiavi di lettura dell’opera, entrambe legate alle tematiche peculiari della poetica lovecraftiana. La prima riconduce a una forma di pessimismo universale, per il quale il destino è ignoto e ineluttabile, ostile e misterioso: i tentativi di sfuggire al male della vita contemporanea rifugiandosi in un’oasi naturale, di preservare l’unità familiare o di sottrarsi ai meccanismi di produzione e consumo risultano totalmente vani, anzi controproducenti. La seconda segue invece il sentiero dell’occultismo attraverso piccoli dettagli apparentemente secondari ma degni di nota: la giovane protagonista del film si chiama Lavinia – come il personaggio di un altro racconto di Lovecraft, “L’orrore di Dunwich”, incentrato su pratiche di magia nera e orride invocazioni – e compare nelle primissime scene intenta a praticare il cosiddetto Rituale minore del pentagramma e interrotta sul più bello da un giovane idrologo, il quale, sfoggiando un’inaspettata conoscenza dell’esoterismo per uno studioso di idrologia, le chiede se sia “wicca” o “alessandriana”. Il riferimento è alle due principali correnti della wicca, quella appunto alexandriana nata negli anni Sessanta, e la più diffusa gardneriana, che prende il nome dal suo sacerdote fondatore, Gerald Gardner. Che, non a caso, è anche il cognome della giovane Lavinia. Sebbene non venga suggerito un esplicito legame tra i rituali praticati da Lavinia e l’arrivo del meteorite, una correlazione tra le due cose non è del tutto improbabile, se si considera che la ragazza sarà la prima a rendersi conto del pericolosità di quel colore dallo spazio e l’ultima a esserne assorbita.

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Color out of space è un horror senza infamia e senza lode, i cui punti di forza sono essenzialmente tre: il ritorno alla regia di un Richard Stanley più maturo (sarebbe auspicabile guardare i suoi precedenti horror degli anni Novanta per intuire l’evolversi di un percorso di redenzione stilistica passato attraverso alcuni documentari, cortometraggi e sceneggiature); le interessanti scelte visuali di un cromatismo estremo – impossibile non pensare a Mandy di Panos Cosmatos – e di alcuni richiami al body horror grottesco di Yuzna; l’utilizzo infine di un attore-feticcio quale Nicolas Cage, le cui limitatissime capacità interpretative gli sono valse un posto d’onore nel paradiso dei meme e una quantità imbarazzante e immotivata di ingaggi nel mondo del cinema, qui nei panni di un impacciato pater familias che perde il controllo di sé e dei propri cari.

 

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