BLISS e VFW: BAGNI DI SANGUE AL NEON SOTTO IL SEGNO DEL PUNK HORROR

Joe Begos, regista statunitense classe 1987, dopo un interessante esordio nel 2013 con “Almost human”, ritorna con VFW e Bliss, due film appartenenti al filone del genere punk horror sorprendentemente validi, accomunati dall’affanno per una ricerca estetica votata alla violenza lisergica, dalle droghe come motore immobile dell’azione e dall’ambientazione urbana caratterizzata da un certo livello di degrado.


BLISS

Dezzy è una giovane pittrice in piena crisi da blocco creativo: la sua agente e il suo padrone di casa le stanno alle calcagna, rispettivamente in attesa di un capolavoro da esporre in galleria e di una quota d’affitto che sembrano non arrivare mai. Per fortuna c’è la bliss, una scintillante nuova droga dagli effetti allucinogeni e disinibenti – descritta come una sorta d’incrocio tra cocaina purissima e DMT – che la condurrà dritta in una spirale di creatività, psicosi lisergica, sete di sangue e omicidi vampireschi che hanno come sfondo una Los Angeles vagamente pre-apocalittica.
Bliss è una pellicola visivamente molto aggressiva, tutta giocata sulla saturazione spinta dei colori, tinte fluo, effetti stroboscopici. La trama ipersemplificata e anonima rappresenta al contempo il pregio e il limite di un film basato quasi esclusivamente su uno shock sensoriale in cui l’apparenza prevale sul contenuto e l’espressione di pensieri e talento avviene previa assunzione di sostanze dall’esterno. Un piccolo e gradevole manifesto della superficialità.

 

VFW 

Il VFW Post 2494 di Irving, Texas è un circolo dei veterani di guerra che hanno combattuto all’estero. Esiste davvero, espone bandiere patriottiche e insegne della Budweiser e fa da set per un film con protagonisti dei baldanzosi anziani, scalfiti dall’età e dai ricordi del conflitto ma forti nello spirito e nel maneggiare armi. Tutt’intorno al bar regna una squallida desolazione post-urbana, fatta di edifici fatiscenti abbandonati, povertà diffusa e popolata da simil-zombie punk mutanti che rispondono unicamente al richiamo dell’Hype,  una nuova potentissima droga in circolazione. Di Hype si vive e si muore al contempo, ma chi vi dipende non sembra farci troppo caso: l’importante è averla, anche a costo di andarsela a prendere saltando giù dal nono piano di un palazzo. Nel momento in cui una ragazzina in cerca di giustizia ruba tutta la scorta di hype dal covo del boss locale, rifugiandosi proprio al circolo dei veterani, questi si ritrovano loro malgrado a combattere una nuova guerra in difesa del loro avamposto, assediato da orde di mutanti incazzati e violenti, in un tripudio di scene splatter e rimandi cinematografici di un certo spessore: da Hobo with a shotgun a Distretto 13-Le brigate della morte, da Green Room a 1997 – Fuga da New York.
In VFW, Begos propone le scelte stilistiche già adottate per Bliss ma con un generale salto di qualità: alle tinte esasperate messe in risalto da decadenti luci al neon si accompagna un’impeccabile messa in scena totalmente votata a omaggiare la tradizione di certi midnight movie degli anni Ottanta, forte di un brioso cast di settantenni e di un divertente accrocchio di trovate violente.
Si potrebbe pensare, sforzandosi di cercare un messaggio intrinseco nel film, a una metafora sullo scontro generazionale o a una velata critica al sistema americano di ieri e di oggi, ma Begos non è Romero e non è nemmeno un vecchio brontolone: è un trentenne che da bravo millennial racconta gli orrori del presente rielaborando gli stilemi cinematografici del passato e riallacciandosi con bravura e un tocco personale al filone del punk horror.

 

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