[ANTEPRIMA] THE INVISIBLE MAN: IL GASLIGHTING C’È, MA NON SI VEDE

Una metafora per nulla sottile ma necessaria e urlata per raccontare gli orrori del gaslighting e dell’abuso psicologico in un rapporto di coppia: una storia che si ripete in continuazione, una denuncia di odiose e insopportabili pratiche di prevaricazione e coercizione. The Invisible Man di Leigh Whannell scavalca i suoi illustri predecessori e con uno scarto di qualità non indifferente pone la narrazione su un piano completamente diverso.

[Disclaimer: sono presenti spoiler]

Quello dell’uomo invisibile è un topos letterario e cinematografico di vecchia data: nel 1897 H.G. Wells scrisse un romanzo che, come molte sue opere, ebbe successo e venne glorificato con numerose trasposizioni sul grande e piccolo schermo, dal primo Invisible Man del 1933, passando per remake, citazioni e parodie (si pensi a L’uomo senza ombra di Paul Verhoeven o ad Avventure di un uomo invisibile di John Carpenter) fino ai giorni nostri.
Il nucleo della storia è più o meno sempre lo stesso: uno scienziato riesce a rendersi invisibile e, reso folle dall’immenso potenziale distruttivo e manipolatorio che ne deriva, mette in atto una serie di crimini e abusi confidando nell’impossibilità di essere visto e fermato.

Il nuovo Invisble Man da un taglio decisamente più oscuro e terrificante all’intera vicenda inserendo il reboot in un contesto di dinamiche tossiche e controllanti di un rapporto di coppia destinato a finire in tragedia: Cecilia, dopo anni di abusi fisici e psicologici, decide di lasciare il suo compagno Adrian Griffin – uno scienziato miliardario e magnate dell’industria ottica d’avanguardia, che controlla ogni aspetto della sua vita – organizzando una fuga riuscita per il rotto della cuffia, grazie alla complicità della sorella che la porta al sicuro, a casa di un amico poliziotto. Cecilia fatica a ricominciare una nuova vita perché ossessionata dall’idea che il suo ex possa trovarla, stalkerarla e mettere in atto ritorsioni di ogni genere. E in qualche modo ciò avviene nell’istante in cui le viene comunicato che Adrian si è tolto la vita e le ha lasciato in eredità un’ingente somma di denaro, un modo per rimanere in qualche modo presente nella sua vita e stabilire un primo rapporto di forza basato sulla necessità economica.

Da quel momento, Cecilia inizia a notare strani fenomeni, piccoli eventi insignificanti agli occhi degli altri ma profondamente disturbanti per lei: una padella che va a fuoco come se lei l’avesse lasciata troppo a lungo sui fornelli, una coperta che scivola via durante la notte, come se lei l’avesse fatta cadere a terra, un oggetto perduto durante la fuga apparso in casa, il portfolio portato appositamente a un colloquio di lavoro scomparso nel nulla come se lei l’avesse dimenticato, e così via. L’intuizione arriva immediata per Cecilia: Adrian non è morto, ma ha messo a punto una tecnologia per rendersi invisibile e sta continuando a controllare ogni aspetto della sua vita, come promesso. Dopo i primi segnali, inizia un vero e proprio bombardamento di fatti inspiegabili, studiato nei minimi dettagli per isolare la donna da tutti i suoi cari, toglierle qualsiasi possibilità di riscatto personale, lavorativo ed economico, farla apparire folle agli occhi degli altri, e far ricadere su di lei la responsabilità dell’assassinio della sorella avvenuto sotto i suoi  stessi occhi.
Rimasta totalmente sola, accusata di omicidio e rinchiusa in un ospedale psichiatrico in compagnia dell’uomo invisibile che segretamente rimane a osservarla in silenzio e a tormentarla fino allo sfinimento, Cecilia può contare unicamente su sé stessa, sulla sua lucidità mentale e sulla capacità di convertire a suo vantaggio tutto ciò che l’uomo le sta infliggendo, tramutandosi da vittima e pedina di un crudele gioco manipolatorio a resiliente stratega dalle tante risorse, pronta a ripagare il suo aguzzino con la stessa moneta.

The Invisible man è un film che parla in maniera chiara, per quanto filtrata attraverso il linguaggio dell’horror e del thriller, di pratiche reali e odiose quali lo stalking e soprattutto il gaslighting. Questo termine, che non ha una corrispondenza in lingua italiana, prende il nome da una pièce teatrale in cui un uomo tenta di condurre la moglie alla follia alterando di nascosto alcuni oggetti della casa, ad esempio affievolendo l’illuminazione delle lampade a gas, per poi negare che sia mai successo, attribuendo queste percezioni all’immaginazione della moglie. Per estensione, il gaslighting indica tutti quegli atteggiamenti manipolatori che tendono a screditare l’interlocutore per farlo apparire poco stabile, per confutare la sua legittima percezione della realtà e attribuirle la responsabilità di inesistenti defezioni cognitive trincerandosi dietro al motto “questo non è mai successo, ricordi male, così mi fai preoccupare”.  La vicenda raccontata nel film è paradigmatica e colpisce come un pugno allo stomaco, portando l’attenzione a dinamiche invisibili, spesso sconosciute, ignorate o archiviate con un sorriso paternalista. Rimanda ai tanti, troppi casi di violenza di coppia e rientra nel magmatico calderone delle violenze di genere, spesso – anche se non necessariamente – inflitte da parte dell’uomo nei confronti della donna. Si tratta di avvenimenti impossibili da notare sul momento ma che lasciano tracce, impronte e segni indelebili a posteriori. Come le violenze perpetrate all’interno dell’ambiente domestico, dove le mura di casa e la consuetudine di sminuire o ignorare i comportamenti votati all’abuso fungono da potentissima tuta dell’invisibilità.

Il meccanismo della tensione in The Invisible Man è impeccabile, come impeccabile è l’interpretazione, nei panni della protagonista Cecilia, di Elizabeth Moss (Mad Men, The Handsmaid’s Tale), ancora una volta maestra nel rivelare una forza granitica nascosta dietro un’apparente fragilità, in grado di mettere in ginocchio anche il più astuto dei gaslighter.

 

 

 

 

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