[RECENSIONE] THE DARK AND THE WICKED di bryan bertino: IL VECCHIO E IL MALE

Un’ombra di morte e di Male, imperscrutabile eppure tangibile, cala su una sperduta fattoria texana e sulle vite dei suoi anziani tenutari. All’angoscia per l’approssimarsi sempre più evidente della fine si unisce la paura allo stato puro per il verificarsi di alcuni terrificanti – e inspiegabili, ça va sans dire – avvenimenti ai quali assisteranno i figli dei due contadini, giunti al capezzale del letto paterno per l’ultimo saluto.
Presentato alla 38esima edizione del Torino Film Festival, The Dark and the Wicked di Bryan Bertino è uno degli horror più cupi e spaventosi del 2020 nonché nuova stella di punta del cosiddetto “horror geriatrico”, che a dispetto del nome e dell’argomento trattato, sembra godere di ottima salute.

Se l’ignoto spaventa e affascina da sempre l’uomo, è inevitabile che la morte – il salto nel buio per eccellenza – venga vissuta e interpretata con un misto di angoscia, terrore e curiosità. Anche nel cinema horror, che nel tentativo di esorcizzare tali paure, le snocciola in tutte le declinazioni possibili. In The Dark and the Wicked viene raccontata la paura della morte ma anche la paura dei morti: sul piano metaforico certo, ma ancor di più sul piano narrativo. Non si conosce molto del background di ognuno dei personaggi. C’è un nucleo familiare composto da un anziano padre moribondo, privo di coscienza e di parola, una madre altrettanto anziana in preda ad atteggiamenti di delirio che la condurranno ben presto al suicidio, un figlio e una figlia entrambi increduli ma sempre più spaventati dai misteriosi avvenimenti ai quali assistono. Ciò che è noto è che la Morte non è l’unica a far visita alla loro fattoria, perché anche il Male ha deciso di trattenersi in quella casa, determinato a prendere possesso di tutte le anime che vi dimorano.
Non c’è una ragione esplicita alla base dei fatti narrati nella pellicola: avvengono inesorabilmente, non c’è cura o fede che tenga, nessun aiuto proviene dall’esterno e giorno dopo giorno la dimensione familiare viene fagocitata da quella mortifera di un’abitazione che porta via la capacità di parlare, di amare, di distinguere il vero dal falso e di riconoscere per tempo il pericolo. Chiedersi perché una presenza demoniaca abbia deciso di autoinvitarsi nella fattoria e in che modo tale presenza influisca sugli avvenimenti casalinghi equivale insomma al chiedersi perché prima o poi si muoia e come questo possa incidere sull’esistenza del defunto e dei suoi parenti.
Al di là di significati impliciti e passibili d’interpretazione, The Dark and the Wicked restituisce una dimensione concreta, quasi materica dell’orrore, legata alla rappresentazione di eventi spaventosi e di scene terrificanti, attraverso un meccanismo dell’angoscia che mantiene costante il livello di allerta – e la sensazione di disagio – per poi raggiungere picchi di terrore in un crescendo straniante di eventi orribili: dal suicidio della madre alle apparizioni del cadavere, dalle visite in casa di persone inesistenti alla moria del gregge di capre, con un sottofondo di ululati, rumori, voci e strani suoni a completare un quadro di profondo stress percettivo, con una fotografia limpida e una palette satura in cui i toni cupi degli interni contrastano con la grandezza inquietante di cielo e paesaggio agreste e con interpretazioni essenziali ma intense, mai sopra le righe.
The Dark and the Wicked non è totalmente immune da certi noiosi cliché dell’horror, ma riesce comunque a guadagnarsi a pieno il titolo di uno dei film più spaventosi del 2020.

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