WATCHER – LA PAURA STA NEGLI OCCHI DI CHI GUARDA

Watcher di Chloe Okuno – in arrivo nelle sale italiane dal 7 settembre – è un ottimo thriller d’esordio denso di suspense e pathos, che racconta in maniera impeccabile gli stadi della paura del pericolo in agguato – dalla prospettiva tipicamente femminile di chi quel pericolo ha dovuto imparare a osservarlo, riconoscerlo e stanarlo.

Una nuova casa, una nuova vita in un paese straniero, una vaga sensazione d’inquietudine e un continuo ricorrersi di sguardi – quello attento, scrutatore e terrorizzato della protagonista e quello inafferrabile, persecutore e pericoloso di qualcuno che la osserva dalla finestra del palazzo di fronte. Watcher – che non fa alcun mistero della sua vocazione già a partire dal titolo – è un thriller che affronta (anzi, guarda) il topos dello sguardo da svariate prospettive: maschile, femminile, cinematografica, sociale.

Le prime scene del film ritraggono la protagonista Julia – interpretata da Maika Monroe, consacrata dal capolavoro dell’horror indipendente contemporaneo It Follows – guardare con un mix di pacato entusiasmo e vaga curiosità fuori dal finestrino di un taxi, appena giunta in Romania insieme al suo compagno Francis – interpretato da Karl Glusman, nuovamente nei panni di partner stronzo dopo Love di Gaspar Noe – trasferitosi lì per lavoro. Julia invece un lavoro non ce l’ha: più avanti nel film, apprenderemo che la sua carriera da attrice non ha spiccato il volo e che sta semplicemente seguendo suo marito in questa nuova avventura. A differenza di Francis, che parla il rumeno e conosce la sua terra di origine, Julia deve imparare tutto da capo e colmare lo svantaggio linguistico che le rende difficile comprendere ciò che gli altri intorno a lei dicono, cosa che prova a fare guardandosi attorno con estrema attenzione. La casa in cui si sono trasferiti Julia e Francis ha delle enormi finestre che fronteggiano un complesso abitativo: lì, solo una lunga serie di altre finestre che affacciano sulla quotidianità di vicini sconosciuti e verso le quali Julia rivolge spesso lo sguardo, incrociando ben presto quello di una persona che sembra costantemente fissarla.

Da questo momento, nella protagonista si fanno strada l’idea, il sospetto e la sensazione che quella persona sia pericolosa. E da questo momento, le idee, i sospetti e le sensazioni di Julia vengono sistematicamente messi in dubbio, derisi e invalidati da chiunque la circondi, dando vita a un complesso intreccio di visione, mancata visione, visione distorta e visione manipolata da parte dei personaggi che si relazionano a lei. Julia è l’unica che sembra accorgersi dell’estraneo osservatore, avvertire quanto sia inquietante il suo atteggiamento e preoccuparsi per la notizia, appresa al telegiornale, della presenza di un serial killer proprio nel suo quartiere. Il marito inizia ben presto a dubitare delle parole della moglie, attribuendo le sue preoccupazioni ora alla (para)noia, ora al troppo tempo libero a disposizione, ora a un eccessiva diffidenza nei confronti degli altri. La polizia – alla quale Julia si rivolge dopo essere stata approcciata a seguita per strada – la tratta con ironia e superficialità e con un sottotono paternalista. Anche i vicini di casa reagiscono con stupore e fastidio alle richieste di aiuto di Julia. Nessuno di loro sembra vedere, né tantomeno accorgersi, dell’effettiva e rivoltante presenza di un individuo pericoloso a pochi metri dalle loro abitazioni, dalle loro vite. Rimasta ben presto sola con la sua angoscia, nonché l’unica a vedere le cose per come stanno, Julia non potrà fare altro che tenere gli occhi ben aperti, dilatati dal terrore.

In Watcher, i riferimenti allo sguardo e alla visione sono pressoché infiniti: solo in ambito cinematografico, oltre agli ovvi rimandi a La finestra sul cortile di Hitckcock (e al derivativo Pericolo in agguato di Carpenter), in una scena fa capolino per alcuni secondi il film Sciarada di Stanley Donen, brillante commedia-giallo-thriller che racconta la disperata ricerca di qualcosa di molto importante che non viene trovata, pur trovandosi sotto gli occhi di tutti. C’è poi un altro rimando – più ideologico che concreto – piuttosto importante a Gaslight di Thorold Dickinson (e al suo più famoso remake del 1944), il film per eccellenza sulla manipolazione psicologica del partner che ha dato il nome al fenomeno del gaslighting. E poi c’è un enorme, sterminato sottofondo intriso di misoginia sistemica, quella che porta certi uomini a pensare che le donne siano naturalmente predisposte a isterismi, timori infondati, paranoie e vittimismo. La stessa misoginia sistemica che costringe una donna a stare costantemente sul chi va là, a temere il prossimo, a dover valutare attentamente ogni possibile scenario di rischio in presenza di un uomo e a dover difendersi da qualcuno reale e vicino che è sempre lì, intento a fissarla, forte della certezza di rimanere invisibile agli occhi di chiunque altro.

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