TOHORROR FANTASTIC FILM FESTIVAL 2022: TERRIFIER 2, MAD HEIDI E TUTTI I MIGLIORI HORROR TRA FOUND FOOTAGE E FOLLIE WEIRD

Il TOHorror Fantastic film fest – giunto quest’anno alla ventiduesima edizione, si è tenuto a Torino dal 18 al 23 ottobre 2022. La proposta del festival ha visto sfidarsi in concorso sia lungometraggi che cortometraggi, lavori d’animazione, sceneggiature e racconti (i vincitori li trovate qui) ma ha lasciato spazio anche a una retrospettiva di titoli del calibro di Videodrome, Wild at heart e The Blair witch project, a conferenze, concerti e ad attesissime proiezioni in anteprima. Tra i tanti film presentati al festival (in concorso e non) eccone una selezione, in ordine di mio personale gradimento:

MEGALOMANIAC
[Belgio, 2022 – regia di Karim Ouelhaj]

Nel 1997, in Belgio, vennero trovati una dozzina di sacchi della spazzatura con dentro i resti di cadaveri fatti a pezzi di cinque donne. A oggi, il serial killer responsabile di questi omicidi – soprannominato Macellaio di Mons – non è mai stato trovato: non si sa chi sia, dove abbia vissuto e commesso i reati, quali i suoi trascorsi. Megalomaniac, partendo dallo spunto di cronaca, ipotizza in maniera tanto speculativa quanto suggestiva che il Macellaio di Mons abbia avuto due figli, nati dalle sue vittime, traumatizzati sin dall’infanzia dalla visione e dalla percezione di abusi e omicidi e in qualche modo plagiati e plasmati da una dimensione mortifera: Felix e Martha vivono insieme in una grande casa piena di stanze in cui sono avvenute – e avvengono ancora – torture e uccisioni a opera del primo e con la tacita complicità della seconda. Felix continua a perpetrare i crimini del padre, con simili modus operandi sui quali però il regista decide di non soffermarsi più di tanto. Martha, dalla salute mentale già parecchio fragile, fa i conti con una lenta ma inesorabile discesa nella follia. Dopo ripetuti stupri da parte dei colleghi di lavoro, il labile legame della donna con la realtà circostante si spezza, lasciando spazio a un’oscurità più viscosa della pece che sembra inghiottire ogni angolo buio della casa in cui vive.
Il confine tra vittima e carnefice smette di esistere: Felix è diventato un serial killer perché suo padre glielo ha insegnato; Martha finisce per internalizzare gli abusi subiti perché nessuno ha voluto difenderla; i due si sottraggono alle regole di una società cattiva e brutale che non è stata in grado di prendersi cura di loro o delle loro vittime, e via discorrendo, ma senza spoiler.
Magalomaniac, facendo ricorso a immagini violente e d’impatto che ricordano una certa moda dei video musicali degli anni Novanta, confeziona il racconto estremamente cupo di esistenze del tutto prive di qualsiasi speranza, tracciando una parabola che spazia dall’orrore psicologico al revenge, sul solco di un horror estremo che gioca più sulle suggestioni allucinatorie che sulle visioni esplicite.

DIRECTAMENTE PARA VIDEO
[Uruguay, 2021 – regia di Emilio Silva Torres]


Atto di violenza su una giovane giornalista (Acto de violencia en una joven periodista) è un b-movie di bassissima qualità del 1988 uscito in VHS pressoché sconosciuto al di fuori dei confini uruguaiani ma divenuto un vero e proprio cult, con tanto di seguito di appassionati e rewatch periodici, all’interno del suo paese. Il prodotto è di scarsissima qualità, ma la storia di questo film, degli attori che vi appaiono e soprattutto di Manuel Lama, il regista autodidatta che l’ha scritto, diretto e montato ha qualcosa di affascinante per chiunque vi si approcci. Così, Emilio Silva Torres ha deciso di girare un documentario per investigare sul film e sull’enigmatica figura di Manuel Lama, finendo con il perdersi all’interno di una trama di connessioni piuttosto inquietanti e rivelando il potere infestante dei ricordi, delle suggestioni e di certe enigmatiche impressioni sottocutanee.
Directamente para video è un documentario che poi diventa qualcos’altro, virando verso il mistery con qualche incursione del paranormale ma anche verso il metacinematografico, portando lo spettatore a dubitare di tutte le informazioni precedentemente acquisite, di tutto ciò che ha visto o che pensa di aver visto, persino dell’esistenza stessa del film (che si trova su YouTube e Imdb e che non rientra dunque nel lungo affascinante elenco dei finti film all’interno dei veri film né in quello dei film perduti o dimenticati), degli attori, del regista e della VHS. Così come Acto de violencia en una joven periodista ha “qualcosa” che interessa e affascina un intero seguito di fedelissimi che l’hanno visto, il documentario che ne parla ha “qualcosa” che inquieta e affascina chiunque lo guardi, fortunatamente anche a netto della visione del B-movie d’origine.


LANDLOCKED
[Stati Uniti, 2022 – regia di Paul Owens]

Jeffrey Owens, morto da tempo, ha disposto anni prima che la casa in cui ha vissuto, cresciuto i suoi tre figli ed è morto venga demolita in un preciso giorno, oramai prossimo. Per farlo sapere ai figli, fa recapitare loro una VHS registrata mentre era ancora in vita, invitandoli a portare via dall’abitazione eventuali oggetti rimasti, prima che vengano distrutti. I tre fratelli, cresciuti e lontani tra loro, si ritrovano in quella casa per dare un’ultima occhiata ai loro ricordi ma uno di loro – Mason – dopo aver trovato molte VHS con filmini di famiglia e la videocamera che li aveva registrati, si sofferma più a lungo, scoprendo che quella macchina è ancora in grado di vedere il passato e trasmetterne i ricordi in presa diretta semplicemente accendendola, impostando la data indietro nel tempo e inquadrando il punto della casa del quale si vuole evocare un ricordo. Ma il problema dei ricordi rievocati è che, al pari e più del tempo, consumano, confondono e rendono più difficile distinguere il passato dal presente. Mason indugia talmente a lungo nelle immagini della sua infanzia da rimanerci in qualche modo intrappolato dentro, mentre intorno a lui iniziano ad accadere cose sempre più strane e inquietanti.
Landlocked, traendo il massimo da un piccolo budget e utilizzando i reali filmati di famiglia del registra come spunto narrativo e la sua vera casa dell’infanzia come set, rappresenta un approccio innovativo, intimista, commovente e molto riuscito al found footage. Funziona perché evoca in maniera sinestetica le sensazioni tattili, visive, uditive dei ricordi d’infanzia, di quella strana sensazione di malinconia e mistero che proviamo ogni volta vediamo, tocchiamo o odoriamo un oggetto appartenuto al nostro passato, viaggiando anche solo per un attimo indietro nel tempo, verso ricordi oscuri rimasti nascosti, in agguato, nei meandri dell’inconscio.

MAD HEIDI
[Svizzera, 2022 – regia di Johannes Hartmann e Sandro Klopfstein]


Nell’ambito dell’exploitation geografica, esistono l’Ozploitation per l’Australia, la Canuxploitation per il Canada, e da oggi con questo film c’è anche la Swissploitation per la Svizzera, che non voleva essere da meno. In quel delle Alpi, in un tempo altro rispetto al nostro, è stato instaurato un regime dittatoriale che ricorda molto quello nazista, basato sul monopolio, l’adorazione e l’imposizione del formaggio svizzero. Gli intolleranti al lattosio vengono discriminati, incarcerati, torturati e condannati a morte, così come i dissidenti e i ribelli, ad esempio i contrabbandieri di formaggio di capra. Heidi è una ragazza di montagna che vive insieme al nonno e che amoreggia con Goat Peter (probabilmente il personaggio più affascinante e carismatico del film) che affianca l’attività principale di pastore con quella di contrabbandiere, finché un giorno le truppe governative non lo giustiziano pubblicamente, per poi inseguire Heidi, ucciderne anche il nonno e condurla in una prigione per costringerla a combattere in uno spietato torneo di lotta femminile. Ma in Heidi sta per esplodere un’implacabile voglia di vendetta: ci sarà un grosso spargimento di sangue e di formaggio.
Come si potrà intuire, Mad Heidi è un film pesantemente cazzone, una parodia piuttosto divertente formata per il sessanta percento da luoghi comuni, battute e ammiccamenti sulla Svizzera e i suoi cliché (dall’onnipresente formaggio alla puntualità, dal cioccolato al latte all’abbigliamento tradizionale) e per il restante da citazioni e omaggi a film come Kill Bill o Machete e al calderone dell’exploitation.
Un lavoro molto notevole, tenuto anche conto si tratta di un progetto indipendente, del tutto finanziato con una gloriosa campagna su Kickstarter.

A WOUNDED FAWN
[Stati Uniti, 2022 – regia di Travis Stevens]


Meredith, gallerista di successo uscita da una relazione violenta, sta provando a dare ancora una volta fiducia agli uomini, concedendosi weekend romantico fuori porta con un commerciante d’arte conosciuto da poco. Cattiva idea. Di lui sappiamo che è un serial killer affetto da qualcosa che somiglia alla schizofrenia ma che ha più l’aspetto della misoginia e che ha già ucciso varie donne perché un curioso personaggio vestito da gufo che vede solo lui gli ha detto di farlo. Meredith inizia ben presto sentirsi a disagio nella grande e bellissima casa di lui, nascosta nel bosco e arredata con opere d’arte molto pregiate. E l’uomo inizia ben presto a comportarsi esattamente come chi sta per commettere un femminicidio. Per fortuna una grossa e pesante statua delle Erinni – le personificazioni della vendetta – giungerà in suo soccorso, scardinando radicalmente i piani dell’assassino. La narrazione è strutturata in atti, proprio come una tragedia greca, che in un crescendo di violenza, tensione e assurdità conduce verso l’attuazione di una revenge profondamente catartica e allucinatoria.
A wounded fawn, pur non mancando di difetti – primo tra tutti una certa ripetitività nelle scene d’interscambio tra vittima e carnefice con relativi fuga, smarrimento, blackout e presa di coscienza che finisce con l’indebolire l’idea della reiterazione sistemica del male e del suo contrappasso – regala uno sguardo anticonformista (al quale Stevens ci aveva già abituati con i suoi precedenti lungometraggi The girl on the third floor e Jacob’s Wife) sulla violenza di genere.

TERRIFIER 2
[Stati Uniti, 2022 – regia di Damien Leone]



Art il Clown, che nel 2016 aveva creato scompiglio nel mondo dello slasher dimostrando che è possibile inventarsi un nuovo villain senza fare infiniti sequel e reboot di film usciti trent’anni fa e al contempo mettere su un ottimo film con pochi soldi, è tornato indietro dalla morte più matto e burlone che mai, intenzionato a fare fuori più o meno chiunque, ma soprattutto una famigliola – per motivi che la sceneggiatura ha deciso di non rivelare, forse per un futuro aggancio al terzo film la cui realizzazione è chiaramente già nelle intenzioni del regista – con madre vedova e due adolescenti Jonathan e Sienna. Quest’ultima è una cosplayer che soffre di attacchi di panico, che percepisce istintivamente la pericolosa presenza di Art il Clown e che per la notte di Halloween si è concessa di andare a ballare con gli amici con indosso un meraviglioso e audace costume da lei realizzato pezzo per pezzo: un’armatura angelica tribale. Perfetta per una final girl. Tra un omicidio raccapricciante e l’altro e le relative gag da pagliaccio, il clown si avvicina sempre di più a Sienna e alla sua famiglia, mentre la narrazione si allontana sempre di più dal piano della realtà in un crescendo di momenti parecchio fantasiosi in cui vengono meno le principali leggi della fisica, della meccanica e della biologia: a ogni morte presunta segue un respawn , a ogni sparizione una magica riapparizione, il paranormale e l’assurdo entrano di prepotenza nella messinscena senza alcun giustificativo di sorta: vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole.
Terrifier 2 è un ottimo slasher barocco, è un trionfo creativo, è la coronazione di un sogno per tutti i fan di questo film cult, con una grossa pecca: una durata pressoché infinita (di due ore e venti minuti!) ai limiti dell’insopportabile.


SALOUM
[Senegal, 2021 – regia di Jean Luc Herbulot]


Un trio affiatato di mercenari, una missione apparentemente facile, la fuga rocambolesca dalla Guinea Bissau durante il colpo di stato del 2003, sparatorie e guerriglie, un incidente di percorso che li dirotta nell’apparentemente pacifico paesino da qualche parte lungo al corso del fiume Saloum, in Senegal: sembra l’inizio di un action movie, e in effetti, almeno in parte, questa originale produzione africana lo è. Ma la componente horror non tarda a farsi notare, quando dopo l’arrivo dei tre in un piccolo villaggio che li accoglie senza troppe reticenze, iniziano a verificarsi degli eventi inspiegabili: in seguito all’uccisione di uno storico abitante del posto da parte di uno dei tre mercenari, la cui storia conosceremo man mano attraverso dei flashback, vengono liberati degli spiriti che perseguitano, divorano, infestano e infine uccidono il corpo dei malcapitati in cui si imbattono. Si tratterebbe di antiche entità legate al popolo Bainouk, storico abitante della regione del Casamance, al loro folclore e a una maledizione radicata in quella terra.
Saloum è un affascinante e singolare conglomerato di sottogeneri, che lascia spazio anche a una riflessione politico-filosofica sulle conseguenze tangibili che la violenza e la sopraffazione hanno sui popoli e sui territori nei quali mettono radici: il riferimento alle guerre, alla colonizzazione ai bambini-soldato è evidente. Nonostante gli effetti in CGI non proprio convincenti, il film scorre gradevolmente dall’inizio alla fine e colpisce dritto nel segno.

HOLY MOTHER
[Giappone, 2021 – regia di Yoshihiro Nishimura]


Esistono i film strani, esistono i film molto strani e poi esistono i film molto strani giapponesi. Come ad esempio questo compendio di colorate e sanguinosissime bizzarrie messe in atto da una misteriosa organizzazione apparsa dal nulla con l’obiettivo di sterminare la Yakuza per ottenere il controllo del territorio e di un’ancora più misteriosa donna transgender che non proferisce parola e che combatte a fianco della mafia giapponese contro quei nemici sconosciuti. Ma chi sono queste persone e cosa vogliono? La risposta assurda, completata da un finale ancora più assurdo, giunge solo alla fine, ma non ha importanza, perché spesso la parte migliore di un viaggio (qui anche nell’accezione di trip psichedelico) non è la meta finale, ma il cammino e ciò che vi si incontra, a patti che si accetti di entrare nei poco rassicuranti territori del weird puro, del gore e della quasi totale assenza di punti di riferimento.
Senza dunque interrogarsi troppo sul senso di ciò che si sta guardando, non resta che godersi un’ora e mezza di uccisioni, torture, spappolamenti, balletti, crisi mistiche, mostriciattoli, arti amputati, sangue dappertutto, colori violenti e costumi da fare invidia al più fantasioso dei cosplayer.

SKINAMARINK
[Stati Uniti, 2022 – regia di Kyle Edward Ball]

Due bimbi durante la notte si rendono conto che in casa sta succedendo qualcosa di strano: il loro papà sembra scomparso nel nulla, così come le porte e le finestre delle stanze, che si dileguano inspiegabilmente a intermittenza. Mentre nel frattempo si sentono rumori e voci che non dovrebbero assolutamente esserci, accadono cose spaventose e ogni angolo della casa, complice il buio e quell’angosciosa sensazione di pericolo tipica dei terrori notturni, mette i brividi.
Skinamarink è un film con luci ma soprattutto ombre, in senso figurato e non: si tratta di un found footage sperimentale e atipico (non è chiaro chi stia riprendendo, come e perché – né tantomeno si accenna alle circostanze di ritrovamento delle immagini riprese) in cui, per la maggior parte del tempo, non si vede praticamente nulla. Anzi, si vede il buio. E si ascolta tantissimo: le voci, i sussurri, le grida, i suoni e le musiche sovrastano nettamente la parte visuale. Si viene a conoscenza dei personaggi senza praticamente mai vederli, si intuisce quel che succede solo a condizione di lasciare che l’immaginazione vada a riempire i vuoti visivi e narrativi, la mancanza di avvenimenti e spiegazioni, le inquadrature sgranate e parziali.
Un po’ come in certi incubi in cui non si riesce a vedere chiaramente ma si sa cosa sta succedendo e si ha sempre più paura. Questo film parla il linguaggio dell’inconscio (con qualche manierismo di derivazione lynchiana) e risulta quasi impossibile comprenderlo se non chiudendo gli occhi. Col rischio però, tra lentezza e incomprensibilità del tutto, di addormentarsi, perché nonostante abbia un enorme fascino concettuale, non riesce a travasare quel fascino nella messinscena.

TINY CINEMA
[Stati Uniti, 2022 – regia di Tyler Cornack]

Una donna trova l’uomo ideale in un cadavere intraprendendo con lui una relazione (nek)romantica del tutto plausibile ed equilibrata; un gruppo di amici è disposto a tutto – ma proprio tutto – per far sì che uno di loro riesca a raggiungere l’appagamento sessuale; la consegna di un pacco si trasforma per il fattorino in una missione fantascientifica (nello specifico fare sesso con il sé stesso del futuro) per evitare l’apocalisse; un gruppo di mafiosi spiega in maniera molto efficace che è poco carino fare battute sessuali sulla madre altrui; due sconosciuti si incontrano per un date che estremizza in maniera decisa il luogo comune per cui le donne scelgono uomini molto simili al proprio padre. Questi sono i racconti – legati tra loro dall’onnipresente voce narrante e da un generico disprezzo per l’umanità – di Tiny Cinema, commedia horror antologica che gioca con l’umorismo del linguaggio e con la volontà di violare e dissacrare il senso letterale di concetti e parole. Un invito insomma a non prendere le cose troppo sul serio, soprattutto le espressioni figurate.
Dal regista di Butt Boy ci si aspettava qualcosa di più, ma è anche vero che è oggettivamente difficile battere il record di un noir a base di inserzioni anali.

ALL JACKED UP AND FULL OF WORMS
[Stati Uniti, 2022 – regia di Alex Phillips]

Un uomo molto solo e con seri problemi legati alla sessualità, manifesta un discutibilissimo senso paterno nei confronti di uno strano bambolotto reborn che assolve alla ripugnante funzione di sex doll.
Un altro uomo, altrettanto solo, scopre gli stupefacenti benefici dei vermi allucinogeni. I due si incontrano, dando vita a una bromance lisergica all’insegna del degrado, e intraprendendo un delirante viaggio senza capo né coda- ma molto divertente – alla ricerca di altri vermi allucinogeni. Lungo il loro cammino incroceranno vari personaggi, uno più infimo dell’altro, e cadranno in una spirale d’insensata violenza e di depravazione.
Commedia horror che sfocia costantemente nel camp, nel nonsense, nell’anarchico e che non fa alcun segreto delle sue intenzioni mettendo le cose in chiaro sin dal titolo: sono tutti strafatti e pieni di vermi.

LIMONADA
[Repubblica Dominicana, 2022 – regia di Ethan Maniquis]

Una giovane coppia prossima al matrimonio affitta una villa di lusso per festeggiare insieme alla famiglia. Qualcuno pensa bene di preparare una limonata e di addolcirla con quello che sembra zucchero liquido – ma non lo è – trovato per caso nel frigorifero. Viene dunque servita una limonata carica di estratto di potenti funghi allucinogeni, con tutto ciò che ne consegue: allucinazioni, viaggi nel tempo e nello spazio, sparizioni, alterchi, rivelazioni sciamaniche, amplessi discutibili. Girato nello stile di una telenovela e forte di una comicità genuina, Limonada ha ben poco di horror, ma può essere considerato la versione low budget felice, rassicurante e invertita di segno di Climax, in cui tutto va bene, i problemi si risolvono da soli e la vita è bella.

GLORIOUS
[Stati Uniti, 2022 – regia di Rebekah McKendry]

Un uomo rimane chiuso in un bagno pubblico, insieme a una voce misteriosa proveniente dal cesso accanto al suo che gli chiede di fare certe cosacce attraverso un glory hole, per il bene dell’universo. Una situazione piuttosto singolare, resa ulteriormente complicata dalla scoperta che ciò che si nasconde in quel bagno è effettivamente una potentissima entità lovecraftiana che porta con sé del vero orrore cosmico pronto a deflagrare in qualsiasi istante. Le premesse sembrano insomma ottime per l’evoluzione di un plot originale e brillante, per uno di quei film claustrofobici ambientati in un’unica stanza, in cui il carisma delle interpretazioni, l’efficacia dei dialoghi e il contenuto della narrazione dovrebbero sovrastare per importanza qualsiasi altra componente. Eppure c’è qualcosa che non torna: il ritmo è lento, il materiale sembra quello di un buon cortometraggio diluito e allungato all’inverosimile per raggiungere il minutaggio minimo di un lungometraggio, c’è una sotto trama non proprio ben sviluppata e nonostante una buona tenuta generale e una spiccata venatura comica, la sottoscritta ha fatto fatica a mantenere desto l’interesse.


RAQUEL 1,1
[Brasile 2022 – regia di Mariana Bastos]

Trasferitasi in un paesino della provincia insieme al padre per ricominciare una nuova vita dopo aver assistito all’assassinio della madre a opera del suo compagno violento, la religiosissima adolescente Raquel fa amicizia con due ragazze della chiesa locale, con le quali si trova a uscire, divertirsi e scambiare idee sulla fede, i dogmi e l’affidabilità delle scritture. Resasi conto di quanto siano misogini e violenti alcuni passaggi delle sacre scritture, la ragazza convince sé stessa e le altre di dover intraprendere un’operazione di revisione e ri-scrittura della Bibbia, rivelando una vera e propria ossessione di natura mistica che non porterà a nulla di buono e che dovrà fare i conti con l’altrettanto potente bigottismo degli altri parrocchiani, pronto a sfociare in atti di violenza sempre più espliciti.
Raquel 1,1 è un film drammatico sulla violenza di genere e il fanatismo religioso girato e interpretato in maniera essenziale, semplice e composta. Di horror nemmeno l’ombra, se non nel finale che può ricordare quello del bellissimo e scostumato film francese “E non liberarci dal male“, ma invertito di segno.

DEVIL’S RESIDENTS
[Giappone, 2022 – regia di Katsumi Sasaki]

Un’aspirante attrice e due youtuber vengono convinte a passare alcune notti una casa infestata dove in passato sono accadute morti violente e fatti macabri, con l’idea di creare dei contenuti ad hoc per i loro follower – senza star troppo a preoccuparsi di raccontare la verità. Ma non sarà necessario ricorrere alla finzione, dato che fin da subito le tre ragazze inizieranno ad assistere a eventi inspiegabili e molto inquietanti, come se in quella casa ci fosse effettivamente ancora qualcuno.
Sembra un j-horror, inizia come un j-horror, ha tutti i cliché del j-horror, ma a un certo punto The Devil’s Residents cambia completamente rotta (e menomale, perché come j-horror non è davvero un granché), trasformandosi in una stupefacente insalatona splatter che non fa prigionieri. Anzi, che li fa e poi li smembra malamente. Non si può urlare al capolavoro con questo film, e nemmeno urlare per la paura, ma riconoscere il valore di una buona idea, portata avanti con un budget evidentemente basso, quello sì. Ma è troppo poco per provare entusiasmo sul momento o ricordarsene in futuro.



2 pensieri riguardo “TOHORROR FANTASTIC FILM FESTIVAL 2022: TERRIFIER 2, MAD HEIDI E TUTTI I MIGLIORI HORROR TRA FOUND FOOTAGE E FOLLIE WEIRD”

  1. Che interessante sequenza di film…
    Ps.: mentre guardavo Atti di violenza su di una giovane giornalista (film che non ho capito) ho notato che youtube mi consigliava anche “Costruire una casa con i pallet in inverno. Dall’inizio alla fine” … E tutto ciò è spaventoso.

    Scherzi a parte, spunti interessanti per visioni da 3-4 birre 🙂
    Grazie

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