Archivi categoria: Horror indipendenti

[RECENSIONE] THE DARK AND THE WICKED di bryan bertino: IL VECCHIO E IL MALE

Un’ombra di morte e di Male, imperscrutabile eppure tangibile, cala su una sperduta fattoria texana e sulle vite dei suoi anziani tenutari. All’angoscia per l’approssimarsi sempre più evidente della fine si unisce la paura allo stato puro per il verificarsi di alcuni terrificanti – e inspiegabili, ça va sans dire – avvenimenti ai quali assisteranno i figli dei due contadini, giunti al capezzale del letto paterno per l’ultimo saluto.
Presentato alla 38esima edizione del Torino Film Festival, The Dark and the Wicked di Bryan Bertino è uno degli horror più cupi e spaventosi del 2020 nonché nuova stella di punta del cosiddetto “horror geriatrico”, che a dispetto del nome e dell’argomento trattato, sembra godere di ottima salute.

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[SPECIALE TS+FF] RELIC, BENNY LOVES YOU, PENINSULA E TUTTI GLI HORROR DEL TRIESTE SCIENCE+FICTION FESTIVAL 2020

Si è appena conclusa una nuova, atipica e diversa edizione del Trieste Science + Fiction Festival, funestata dalla chiusura imposta dei cinema ma salvatasi grazie alla programmazione online, che ha consentito la proiezione di film, cortometraggi e incontri nelle sale virtuali di MyMovies. Tra i tanti titoli presentati, otto titoli horror, qui recensiti in ordine di gradimento:

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[SPECIALE FEFF 2020] IMPETIGORE, SOUL, DETENTION: GLI HORROR DEL FAR EAST FILM FESTIVAL

Quest’anno il Far East Film Festival – il festival del cinema asiatico che dal 1999 porta a Udine una vasta selezione di lungometraggi da paesi come Giappone, Corea, Cina, Thailandia – si è tenuto in rete, dal 26 giugno al 4 luglio, offrendo la possibilità di acquistare un pass virtuale e accedere alle pellicole in streaming, attraverso la piattaforma di MyMovies. Tra i titoli in concorso, cinque gli horror proiettati, nessuno dei quali ha dimostrato un potenziale d’impatto tale da tenere incollati allo schermo (del pc). Quella che segue è una recensione di tre dei cinque titoli in catalogo.



IMPETIGORE (Perempuan Tanah Jahanam)
di Joko Anwar

Una giovane donna, allertata dal terrificante incontro con un aggressore misterioso, fa ritorno nel remoto villaggio nel quale è nata, alla ricerca di un passato del quale non ha alcuna memoria, mentre tra inquietanti apparizioni in una villa abbandonata e ambigui scambi con gli abitanti del luogo si dipana una progressiva indagine sul passato di quel luogo e della sua famiglia. Il regista indonesiano, autore dell’ottimo remake Satan’s Slaves, gira una pellicola più semplice ed essenziale, nel solco dell’horror folk ma sempre incentrata sul tema della maledizione familiare.
Impetigore regala una più che soddisfacente esecuzione tecnica, una fotografia calda e priva di sbavature, una buona percentuale di sangue e violenza e con la valorizzazione scenica di elementi fortemente caratteristici, come la foresta indonesiana o come le marionette del Wayang Kulit, il teatro delle ombre giavanese. Quel che il film non regala, invece, è una narrazione avvincente, oscillando in maniera brutale tra momenti di stasi pressoché totale e altri di eccessivo clamore, a scapito dell’armonia compositiva generale. Tra un tentativo di jumpscare e l’altro, l’atmosfera va diradandosi fino a sparire quasi del tutto, paradossalmente, nel grandioso finale a sorpresa.

Il trailer di Impetigore



SOUL (Roh)
di Emir Ezwan

Una donna e i suoi due figli trascorrono le loro semplici esistenze in una palafitta nascosta tra la fitta vegetazione, occupandosi della sussistenza quotidiana, le cui attività principali spaziano dal procacciarsi il cibo al raccogliere il carbone da rivendere nel villaggio più vicino. A sconvolgere le loro vite sarà l’incontro con una misteriosa bambina apparsa dal nulla, chiusa in un inquietante mutismo e foriera di un funesto quanto incomprensibile presagio. Ai tre non resterà altro che tentare di comprendere, prima che sia troppo tardi. Soul è un film i cui pregi e le intuizioni azzeccate si rivelano allo stesso tempo dei limiti: se a un budget evidentemente limitato corrisponde la sacrosanta idea di sfruttarlo nel modo più intelligente, dando un’impostazione minimale al film con una location – la meravigliosa foresta pluviale malese – ridotta all’osso e con un cast limitato a cinque/sei attori, delude la mancata valorizzazione di quei luoghi già dotati di un notevole potenziale ammaliante e degli attori, le cui interpretazioni creano vuoti anziché riempirli. Il risultato è un film più che lento: inamovibile.

DETENTION (Fanxiao)
di John Hsu

Quando negli anni Quaranta dello scorso secolo gli abitanti di Taiwan insorsero con proteste e manifestazioni anti-governative contro il Kuomintang (il partito nazionalista cinese, ma di stanza a Taiwan: è una storia complessa), ebbe inizio un lunghissimo periodo di repressioni sanguinarie, di applicazione della legge marziale, di soppressione della libertà di pensiero, destinato protrarsi fino al 1987, il cosiddetto Terrore Bianco. E proprio in questo contesto storico è ambientato Detention, un horror politico in piena regola, che arriva anche in un momento significativo, a più di un anno dalla ripresa delle proteste di Hong Kong.
Protagonisti della vicenda sono un gruppo di liceali e i loro insegnanti, sospettati di condurre attività eversive e quindi perseguitati, torturati e uccisi in quello che sembra un incubo stratificato su più livelli, all’interno del quale è facile perdersi e quasi impossibile svegliarsi. Ricorda molto Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro, questo Detention, sia per l’impronta fiabesca, sia per la struttura narrativa adottata. E nonostante l’importanza del messaggio veicolato e l’importanza di valorizzare un tipo di horror che si dimostra critico e immerso nel contesto politico-sociale in maniera più concreta e manifesta di quanto non facciano già metaforicamente – in maniera meno palese, dunque – tanti altri horror, l’impressione è quella di stare guardando un film per bambini, e nemmeno dei migliori.

[ANTEPRIMA] THE INVISIBLE MAN: IL GASLIGHTING C’È, MA NON SI VEDE

Una metafora per nulla sottile ma necessaria e urlata per raccontare gli orrori del gaslighting e dell’abuso psicologico in un rapporto di coppia: una storia che si ripete in continuazione, una denuncia di odiose e insopportabili pratiche di prevaricazione e coercizione. The Invisible Man di Leigh Whannell scavalca i suoi illustri predecessori e con uno scarto di qualità non indifferente pone la narrazione su un piano completamente diverso.

[Disclaimer: sono presenti spoiler]

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BLISS e VFW: BAGNI DI SANGUE AL NEON SOTTO IL SEGNO DEL PUNK HORROR

Joe Begos, regista statunitense classe 1987, dopo un interessante esordio nel 2013 con “Almost human”, ritorna con VFW e Bliss, due film appartenenti al filone del genere punk horror sorprendentemente validi, accomunati dall’affanno per una ricerca estetica votata alla violenza lisergica, dalle droghe come motore immobile dell’azione e dall’ambientazione urbana caratterizzata da un certo livello di degrado.

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[RECENSIONE] COLOR OUT OF SPACE DI RICHARD STANLEY

Se tre è il numero perfetto, Color Out of Space  è un film triplicemente fortunato: terzo riadattamento cinematografico statunitense del racconto di H.P. Lovecraft “Il colore dallo spazio“, terzo lungometraggio di Richard Stanley – regista sudafricano autore negli anni Novanta di due piccoli cult atipici a cavallo tra horror e cyberpunk postapocalittico, “Hardware Metallo letale” e “Demoniaca“, riapparso improvvisamente dalle sabbie dell’oblio – e terzo horror di successo interpretato da Nicolas Cage negli ultimi tre anni dopo “Mom and Dad” e “Mandy“.

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[RECENSIONE] THE LIGHTHOUSE DI ROBERT EGGERS

Il faro di un’isola sperduta, gli scalcagnati deliri di due marinai ubriachi, la loro allucinata discesa verso la follia, e a fare da sfondo il mare, perturbante ancestrale in cui si perdono il senso del tempo, dell’identità e della realtà: The Lighthouse, l’ultima fatica di Robert Eggers – già autore di quella piccola gemma folk horror del cinema indipendente che è The VVitch – unisce elementi visivi e concettuali parecchio eterogenei, dando vita a un prodotto atipico e affascinante.

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I FILM HORROR DEL 2019 CHE FORSE NON AVETE ANCORA VISTO (MA DOVRESTE)

Proprio come la rimozione tardiva degli addobbi natalizi, difficile ma necessaria, la stesura della grande lista sui film horror del 2019 da non perdere è ostica ma indispensabile: non si tratta di una classifica né di un best of, quanto piuttosto di un elenco di titoli ingiustamente sottovalutati o poco conosciuti dello scorso anno. Vale lo stesso principio applicato ai film horror del 2017 e ai film horror del 2018: niente sacra triade di prequel, sequel, remake e poco spazio alle pellicole sulle quali si è già scritto tanto, come il pantagruelico Midsommar di Ari Aster, lo stra-chiacchierato Suspiria di Guadagnino, il divisivo e poco compreso Us di Jordan Peele, l’eccentrico e tanto atteso The Lighthouse di Robert Eggers o l’insuperabile The house that Jack built di Lars Von Trier.

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[RECENSIONE IN ANTEPRIMA] THE LODGE DI SEVERIN FIALA E VERONIKA FRANZ

Dopo aver stupito e centrato nel segno con il bellissimo “Goodnight Mommy” (Ich seh, Ich seh), i registi austriaci Severin Fiala e Veronika Franz ci provano ancora con “The Lodge“, un horror psicologico nuovamente a base di ragazzini problematici, nuovamente ambientato all’interno di una casa glacialmente austera, nuovamente basato sull’effetto sorpresa e quindi terribilmente prevedibile.

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[RECENSIONE] Antrum: il diavolo si nasconde nei dettagli

C’era una volta – e c’è ancora – il mockumentary, un genere che dagli esordi sperimentali degli anni Trenta dello scorso secolo è giunto illeso fino ai nostri giorni, raccontando storie inventate, spacciate per vere e impacchettate nel confortante involucro del finto documentario.
C’era una volta – e c’è ancora – anche il found footage, croce e delizia del genere horror da Cannibal Holocaust in poi, rappresentando al contempo un’alternativa semplice ed economica agli inarrivabili costi di produzione ma anche un espediente filmico un po’ troppo inflazionato e banalizzato nel corso degli anni Duemila a suon di riprese pseudo-amatoriali tutte scossoni e interferenze.
Mockumentary e found footage, incrociati i loro cammini in svariate occasioni, hanno continuato a farlo anche nel 2019, quando tutto ormai sembrava essere già stato visto e raccontato, facendo da numi tutelari a una pellicola che si fregia del titolo di “film più letale mai realizzato” e che si è affidata a un infelice tentativo di viral marketing a la Blair Witch Project, diffondendo la notizia del ritrovamento di un vecchio film considerato perduto: Antrum The deadliest film ever made, di David Amito e Michael Laicini.

Un preambolo necessario, questo, per spiegare la duplice natura del film,  composto da un’introduzione documentaria, che attraverso le  (finte) testimonianze di (finti) critici cinematografici, organizzatori di festival e altri addetti ai lavori, presenta un (finto) film maledetto degli anni Settanta, la cui visione e proiezione avrebbe provocato in maniera indiretta la morte degli spettatori, addirittura l’incendio di un intero cinema in Ungheria e del quale una copia sarebbe misteriosamente riapparsa in tempi recenti.
I primi dieci minuti di freddo resoconto documentaristico sono insomma una dichiarazione d’intenti, un messaggio di monito che mette in guardia lo spettatore sulla vocazione della pellicola, anticipando in maniera più o meno esplicita tutto ciò che seguirà, ossia il film vero e proprio, con tutti i suoi dettagli – numerosi, significativi e da non sottovalutare – all’interno dei quali si nasconde il Diavolo in persona, presenza malefica effettiva e causa di suggestioni inconsce e oniriche, spaventi e malori. A incontrare il demonio, in uno strano bosco a metà tra non-luogo di passaggio dalla vita alla morte e sala d’attesa dell’inferno, sono il piccolo Nathan, traumatizzato dalla morte del suo cane, e la sorella maggiore Oralee, che nel tentativo di far superare il lutto al fratello lo coinvolge in un rituale, convincendolo della possibilità di redimere l’anima dell’amato cane. Il gioco innocente dei ragazzini si trasforma ben presto in un’ambigua discesa agli inferi scandita da apparizioni demoniache e una terrificante sospensione del senso della realtà.

Pellicole perdute, film che non esistono e Fury of the Demon

Quello trattato da Antrum – The deadliest film ever made non è un tema originale ma nemmeno una semplice scopiazzatura: è il topos cinematografico della pellicola misteriosa, del film perduto e ritrovato, possibilmente maledetto, la cui visione condurrebbe gli spettatori alla follia o alla morte. Di film perduti, o non ancora ritrovati, nascosti negli anfratti di polverose soffitte o negletti in certi archivi, ce ne sono tanti; come tante sono le pellicole dalla fama sinistra. Succedeva soprattutto durante i primi anni di produzioni e sperimentazioni cinematografiche, che le bobine andassero perdute per sempre, distrutte da incendi o semplicemente smarrite, o magari celate per lunghi periodi a causa di un’errata catalogazione. E succedeva soprattutto con i film horror, colpevoli di aver scomodato impropriamente le forze del male, spingendosi un po’ troppo in là con simulate evocazioni, di dar vita a una lunga sequela di morti e sciagure tra attori e membri della troupe: si pensi a casi esemplari come L’Esorcista, Poltergeist e Rosemary’s Baby.
E poi ci sono film (girati con lo stile del mockumentary e/o del found footage) che parlano di altri film (considerati perduti e/o maledetti) che non esistono affatto: primi fra tutti Ringu di Hideo Nakata e Cigarette Burns di John Carpenter, esplicitamente citati nella parte introduttiva di Antrum. Ma esiste anche un mockumentary del 2016, pressoché sconosciuto per qualche curiosa coincidenza, che ricorda parecchio questo film: La rage du Démon (Fury of the Demon) di Fabien Delage, ricostruzione minuziosa e totalmente inattendibile della storia di una pellicola maledetta e introvabile attribuita a Georges Méliès. Su questo film, che non viene citato in Antrum ma che ne condivide addirittura alcuni fotogrammi tratti da The merry frolics of Satan e altre opere del visionario regista francese, vale la pena soffermarsi brevemente perché ne anticipa gli argomenti con una sola, macroscopica differenza: in Fury of the Demon, il film maledetto non viene mai mostrato e l’intera durata della messa in scena è dedicata alle testimonianze di chi avrebbe avuto a che farci, o di avrebbe voluto.
Partendo da un assunto reale, ovvero la scomparsa di molti cortometraggi realizzati da George Méliès nel corso della sua carriera, il mockumentary dà voce a personaggi – che in realtà non esistono – del mondo del cinema, nel tentativo di ricostruire la storia di una pellicola, La rage du Demon appunto, le cui proiezioni sarebbero sempre sfociate in pubbliche tragedie, con crisi d’isteria di massa e cinema incendiati, e la cui tribolata vicenda riguarderebbe lo stretto rapporto tra Méliès e il mondo dell’occulto. Quella di non mostrare il finto film incriminato ma di creare un finto documentario che ne parli è una scelta intrigante, tanto singolare quanto limitante, che rende il film realistico ma a lungo andare soporifero.

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L’inferno dantesco e l’inferno di Antrum: due mondi lontani

Dante’s Inferno (L’Inferno) è un film del 1924 di David Otto che, traendo ispirazione dalla Divina Commedia, racconta un incubo popolato da demoni e gironi infernali ma che nello sviluppo del plot non ha poi molto a che vedere con l’opera di Dante Alighieri. I primissimi fotogrammi ad apparire in Antrum sono tratti proprio da questo vecchio film, seguiti da altri frame presi da Le Diable géant ou le Miracle de la madonne (1901) di Georges Méliès, L’Inferno (1911) di Bertolini – De Liguoro – Padovan e Häxan (1922) di Benjamin Christensen. Si tratta di pellicole antiche, misteriose e ancora terrificanti, evergreen e pietre miliari dell’horror, accomunate dalla presenza di diavoli e di incursioni nell’ultraterreno.
Nonostante questi rimandi, il tentativo di scovare analogie tra l’inferno di Antrum e quello dantesco conduce a pochi ma significativi legami: i due giovani protagonisti si perdono all’interno di una selva che ricorda parecchio Aokigahara, la foresta giapponese dei suicidi (ma che non lo è). La sorella maggiore guida il fratello in crisi lungo quello che sembrerebbe un cammino di iniziazione alla conoscenza (ma che non lo è). E dopo il cameo di un simil-Caronte traghettatore di anime in una scena tanto breve quanto agghiacciante e la comparsa in tralice di un succedaneo canino del Cerbero, l’aldilà del found footage prende le distanze dal capolavoro dantesco, raccontando di un inferno composto da cinque strati ai quali non corrisponde un’effettiva discesa fisica ma un ripetuto peregrinare all’interno della foresta, che cambia aspetto e si fa man mano sempre più ostile.
A disciplinare la modalità d’ingresso agli inferi è un curioso grimorio, chiamato “Libro di Ike”, che descrive i pericoli degli strati infernali e propone incantesimi di difesa dagli spiriti malvagi. Nemmeno questo libro esiste, perché proprio come tutto il resto contenuto nel film, è una menzogna.

Frame tratto da “Antrum”: possibile analogia con il celebre “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”

Frame tratto da “Antrum” – Nathan e Oralee giocano nella foresta dei suicidi

Frame tratto da “Antrum” – Il libro di Ike con il rituale per l’ingresso agli inferi

Le citazioni latine, il cirillico e gli sberleffi linguistici

Antrum è parlato in almeno cinque lingue, : i protagonisti si esprimono in inglese, un viandante suicida che incontrano nel bosco parla in giapponese, i demoni che danno loro la caccia parlano in ungherese, tra le pagine del grimorio e tra gli innumerevoli messaggi subliminali sparsi nel corso della pellilcola fanno capolino delle frasi in latino, come “Nihil pretiosius veritate”, parte della frase “Latet enim veritas, sed nihil pretiosius veritate“, ossia “La verità è nascosta, ma niente è più prezioso della verità”; oppure “Abyssus abyssum invocat“, “Un abisso chiama l’abisso“, adagio presente nei Salmi biblici; o ancora il monito attribuito a san Tommaso D’Aquino “Cave ab hominem unius libri“, “Guardati da chi legge un solo libro“.  I titoli di testa, infine, sono scritti parzialmente in cirillico e spesso nascondono giochi di parole o significati ambigui e inquietanti: una burla linguistica piuttosto peculiare che risulterà impossibile cogliere a chiunque non conosca il russo o il bulgaro, ma che contribuisce a suggerire l’idea che la pellicola stia tendendo un tranello allo spettatore.

Frame tratto da “Antrum” : nihil pretiosius veritate (messaggio subliminale)

 

 

Frame tratto da “Antrum” : abyssus abissum invocat (messaggio subliminale)

 

 

Curiosità dai titoli di testa: nel’ultima riga, “Проклятие” significa “maledizione, sacrilegio”.

Le parole che appaiono, tradotte dal bulgaro, significano “Feto di agnello maledetto”

I messaggi subliminali, la caccia ai dettagli e Satana alla regia

Antrum è pieno zeppo di messaggi subliminali. Si tratta di simboli, glifi, del sigillo di Astaroth, proposto in innumerevoli occasioni, e di brevi scene di un filmato la cui origine non verrà mai rivelata. Sono tantissimi anche i dettagli, apparentemente insignificanti, nei quali invece si nasconde la principale chiave di lettura del film: ad esempio, l’ombra di un uomo che si impicca, che appare per ben quattro volte (si lascia ai lettori il piacere d’individuarla). Oppure, l’ambiguità del rapporto tra mondo reale e mondo degli incubi filtrato attraverso lo sguardo del piccolo Nathan, condannato a credere senza essere creduto, a vedere senza mai comprendere, a fuggire da ciò che lui stesso insegue. Oppure ancora, una frase apparentemente giocosa e insignificante che sin dai primi minuti anticipa l’unica possibile interpretazione del film, della sua aura maledetta, delle presenze che lo infestano e dello strano effetto che fa: “sembra che il diavolo in persona abbia diretto un film”.
Solo immaginando Satana alla regia, ogni dettaglio acquista un senso. D’altro canto, tra sigilli di Astaroth, apparizioni in trasparenza e apparizioni in chiaro, parole in tante lingue diverse, pentoloni sacrificali a forma di demone Bafometto e agghiaccianti interferenze sonore, diventa chiaro che a dirigere un film basato sulla menzogna -poiché è pur sempre un falso documentario su un film inesistente – e sull’ambiguità – perché le motivazioni, le storie e le sorti di chiunque appaia nel film rimangono ignote – non può che essere stato lui, il diavolo. La complessità di Antrum sta proprio nella sfida che lancia allo spettatore, costringendolo a osservare, volente o nolente, la manifestazione del male, senza mai distogliere lo sguardo da ciò che più lo terrorizza, proprio come negli incubi.

Il sigillo di Astaroth appare innumerevoli volte sotto forma di messaggio subliminale.

Alcuni dei fotogrammi del misterioso footage parallelo che appaiono nel corso del film.

Simboli e glifi in “Antrum” (messaggio subliminale) 

Il diavolo si rivela gradualmente all’interno della pellicola.