Archivi categoria: Horror indipendenti

[Recensione] The Lodgers, gotico irlandese per famiglie disfunzionali

La vita di un fratello e una sorella segnata da una maledizione atavica che li costringe a seguire le regole di una vecchia casa decadente, di giorno popolata da ombre e silenzi, di notte invasa da spiriti inquieti. The Lodgers, opera seconda di Brian O’Malley, è una ghost story carica di cliché tipici del gotico, ben amalgamati tra loro da un’atmosfera elegante, inquieta e densa di simboli.

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[Recensione] Les Affamés: il Quebec dei morti viventi

Per chiunque si sia mai chiesto come possa funzionare un’epidemia zombi nelle zone rurali più isolate del Quebec, arriva a gamba tesa una produzione Netflix che, tra cliché e stilemi del genere fedelmente riproposti e interessanti incursioni surrealiste, racconta la fine del mondo attraverso le peripezie campagnole di alcuni sopravvissuti in lotta per la vita: Les Affamés di Robin Aubert.

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What we do in the shadows: il mio coinquilino di merda è un vampiro

Ci siamo passati tutti: l’appartamento in condivisione con perfetti sconosciuti, i piatti sporchi lasciati dal giorno prima, le piccole insopportabili abitudini altrui, dover pulire divani e pareti dal sangue delle vittime, non disturbare i vicini. La convivenza non è mai facile, soprattutto se a doversi dividere gli spazi sono quattro vampiri europei emigrati in Nuova Zelanda.
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Alucarda (1977): tutta nera, tutta calda

Prendi un collegio abitato da suore, aggiungi un lesbo-patto con il Diavolo, amalgama con tantissime urla da soap opera latinoamericana e ottieni Alucarda di Juan López Moctezuma. La ricetta base di questo film messicano sembra facile, ma il condimento è molto più ricco di quanto non possa sembrare a un primo assaggio.

Intanto c’è il regista, Moctezuma, che è anche un collaboratore di Jodorowskj e che per questo non potrà fare a meno di insaporire la sua pellicola con un velato misticismo fiabesco, che anni dopo Guillermo Del Toro (tra registi “horror” MENO amati da chi scrive, NdA) non potrà fare a meno di apprezzare e omaggiare.
Poi c’è l’inevitabile accostamento a due film ben più famosi e pregiati: I Diavoli di Ken Russel, seppur con tutte le differenze del caso, per l’affinità tra le scene di isteria collettiva e invasamento di attraenti suorine, sul ciglio della nunxploitation e Carrie di Brian De Palma per alcune palesi analogie visive nel finale. E in un circolo vizioso che va per aspera ad astra – più aspera che astra, a dirla tutta – si passa dall’omaggio alla letteratura del Marchese de Sade a una recitazione da telenovelas con tanto di urla finte riproposte con cadenza regolare di una ogni trenta secondi.

Alucarda è un’adolescente inquieta e dagli scarsi freni inibitori, con un aspetto piuttosto dark, lunghi capelli scuri a incorniciare lo sguardo e vestito nero goticheggiante a disegnarne la sagoma. Essa vive in un orfanotrofio simile a una casa rupestre gestito da suore che indossano strani e palesemente scomodi vestiti color cipria che sembrano creazioni di Gucci sotto mescalina:

Nata sotto una cattiva stella e genuinamente votata al male, Alucarda seduce la sua compagna di stanza Justine, coinvolgendola in una serie rocambolesca di vicissitudini che comprendono un patto col demonio in salsa lesbo, un soffocante rapporto d’amore, la possessione demoniaca, un esorcismo in chiave bdsm con tanto di crocifissione da nuda e torture, la morte di Justine, una breve resurrezione della stessa sotto forma di demone grondante sangue, l’eliminazione definitiva a suon di acido muriatico e un paio di denunce per disturbo della quiete pubblica.

Quello di Moctezuma è un film visionario e quasi ingenuo, dalla realizzazione imperfetta che ne mina la credibilità ma che gli assicura un posto tra i film di culto che raccontano un’epoca, gli anni Settanta, lasciando intravedere in filigrana gli argomenti caldi di un decennio allucinato: la ribellione sessuale, un ritorno alla natura e alla nudità, l’esoterismo, la ricerca di culti alternativi a quello cattolico e cristiano. Impossibile prenderlo sul serio ma difficile non apprezzarlo e rimanere sorpresi dal paradossale iato filmico tra buone e cattive idee, genuinità e povertà della sceneggiatura, carisma dei personaggi e scarsa capacità recitativa del cast.

[Recensione] Slumber: demoni del sonno e incubi soporiferi

Esiste qualcosa di più inquietante dei disturbi del sonno? Di vedere qualcuno aggirarsi per casa, occhi spiritati e privo di coscienza, compiere azioni apparentemente senza senso? Di avvertire una presenza o essere gli unici a vedere ombre e arabeschi di materia oscura aggirarsi minacciosi nella stanza da letto? Di aprire gli occhi nel cuore della notte e non riuscire a muoversi né gridare? Sonnambulismo, allucinazioni ipnagogiche e paralisi del sonno sono fenomeni reali e per questo più terrificanti di qualsiasi entità paranormale. Basterebbe tenere in mente questo dettaglio – di come la realtà, con le sue sfaccettature reali e spigolose, possa spaventare più di qualsiasi mostro o apparizione – per creare un horror credibile ed efficace. Ma Slumber di Jonathan Hopkins intraprende un sentiero diverso, indugiando su jumpscare, demoni e ricostruzioni scientificamente poco accurate di fenomeni ampiamente diffusi e tipici come la deambulazione notturna, gli stati allucinatori durante la transizione sonno-veglia o le paralisi.

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[Recensione] The Transfiguration: come diventare un vampiro in poche semplici mosse

Imparare a memoria la filmografia dedicata, accumulare ricchezze, bere sangue umano almeno una volta al mese. Queste le regole del perfetto succhiasangue secondo Milo, un adolescente introverso e taciturno che elabora certi traumi personali sviluppando un interesse morboso verso il mito del vampiro, creatura affascinante ma condannata alla solitudine, essere che si nutre delle vite altrui ma che dalle vite altrui è attratto, demone tanto potente quanto vulnerabile. The Transfiguration di Michael O’ Shea, ambientato nel Queens, a New York, in un isolato ad alta concentrazione di criminalità e disagio, cita in maniera aperta e speculare Let the right one in di Tomas Alfredson, la pellicola svedese del 2008 che ha cambiato per sempre il modo di guardare e raccontare i vampiri.

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[Recensione] The Lure: Sirenetta Horror Picture Show

Metti una sera in un night club polacco due sirene, disco music in sottofondo, paillettes e luci stroboscopiche tutt’intorno, voci ammalianti e grosse code di pesce servite agli sguardi affamati degli spettatori. Aggiungi una versione un po’ horror e un po’ spinta della Sirenetta di Andersen e ottieni The Lure  (titolo originale: Córki dancingu) di  Agnieszka Smoczynska, un musical horror polacco presentato lo scorso anno al Sundance Festival.
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[Recensione] Cut Shoot Kill: apri tutto, smarmella, DAI!

Uno slasher con protagonista una troupe cinematografica che gira uno slasher in cui gli attori sono personaggi e i personaggi sono attori e anche gli addetti ai lavori sono un po’ attori e un po’ personaggi – in un tripudio di metacinema che fa pensare alla versione horror di Boris, la gloriosa serie italiana che mostra con surreale onestà il mondo sommerso del “dietro del quinte” televisivo, del lavoro sporco di chi non appare sullo schermo. In estrema sintesi è quel che propone Cut Shoot Kill di Michael Walker, solo con una gran quantità di sangue in più.

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A girl walks home alone at night: l’amore è un morso mai dato

La prima cosa che ho fatto dopo aver guardato A girl walks home alone at night di Ana Lily Amirpour è stata rimanere ferma a fissare il vuoto pensando di aver appena visto uno dei film più belli del nuovo millennio e che se mai avessi aperto un blog sul cinema horror indipendente – cosa che ho effettivamente fatto qualche tempo dopo – avrei voluto dargli un nome che in qualche modo potesse richiamarne il titolo. Ma “Horror Vacui” funzionava meglio di ” A girl watches movies alone at night” e me ne sono fatta una ragione.

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Mayhem: i colletti bianchi si ammazzano (di lavoro)

Lavoratori indaffarati, un virus potentissimo e otto ore di mattanza in ufficio. Potrebbe sembrare la descrizione di una qualsiasi giornata lavorativa in periodo d’influenza e invece è Mayhem di Joe Lynch, corporate horror che indugia nel limbo della commedia senza risparmiare ettolitri di sangue sparso.

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