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Alucarda (1977): tutta nera, tutta calda

Prendi un collegio abitato da suore, aggiungi un lesbo-patto con il Diavolo, amalgama con tantissime urla da soap opera latinoamericana e ottieni Alucarda di Juan López Moctezuma. La ricetta base di questo film messicano sembra facile, ma il condimento è molto più ricco di quanto non possa sembrare a un primo assaggio.

Intanto c’è il regista, Moctezuma, che è anche un collaboratore di Jodorowskj e che per questo non potrà fare a meno di insaporire la sua pellicola con un velato misticismo fiabesco, che anni dopo Guillermo Del Toro (tra registi “horror” MENO amati da chi scrive, NdA) non potrà fare a meno di apprezzare e omaggiare.
Poi c’è l’inevitabile accostamento a due film ben più famosi e pregiati: I Diavoli di Ken Russel, seppur con tutte le differenze del caso, per l’affinità tra le scene di isteria collettiva e invasamento di attraenti suorine, sul ciglio della nunxploitation e Carrie di Brian De Palma per alcune palesi analogie visive nel finale. E in un circolo vizioso che va per aspera ad astra – più aspera che astra, a dirla tutta – si passa dall’omaggio alla letteratura del Marchese de Sade a una recitazione da telenovelas con tanto di urla finte riproposte con cadenza regolare di una ogni trenta secondi.

Alucarda è un’adolescente inquieta e dagli scarsi freni inibitori, con un aspetto piuttosto dark, lunghi capelli scuri a incorniciare lo sguardo e vestito nero goticheggiante a disegnarne la sagoma. Essa vive in un orfanotrofio simile a una casa rupestre gestito da suore che indossano strani e palesemente scomodi vestiti color cipria che sembrano creazioni di Gucci sotto mescalina:

Nata sotto una cattiva stella e genuinamente votata al male, Alucarda seduce la sua compagna di stanza Justine, coinvolgendola in una serie rocambolesca di vicissitudini che comprendono un patto col demonio in salsa lesbo, un soffocante rapporto d’amore, la possessione demoniaca, un esorcismo in chiave bdsm con tanto di crocifissione da nuda e torture, la morte di Justine, una breve resurrezione della stessa sotto forma di demone grondante sangue, l’eliminazione definitiva a suon di acido muriatico e un paio di denunce per disturbo della quiete pubblica.

Quello di Moctezuma è un film visionario e quasi ingenuo, dalla realizzazione imperfetta che ne mina la credibilità ma che gli assicura un posto tra i film di culto che raccontano un’epoca, gli anni Settanta, lasciando intravedere in filigrana gli argomenti caldi di un decennio allucinato: la ribellione sessuale, un ritorno alla natura e alla nudità, l’esoterismo, la ricerca di culti alternativi a quello cattolico e cristiano. Impossibile prenderlo sul serio ma difficile non apprezzarlo e rimanere sorpresi dal paradossale iato filmico tra buone e cattive idee, genuinità e povertà della sceneggiatura, carisma dei personaggi e scarsa capacità recitativa del cast.

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[Recensione] The Transfiguration: come diventare un vampiro in poche semplici mosse

Imparare a memoria la filmografia dedicata, accumulare ricchezze, bere sangue umano almeno una volta al mese. Queste le regole del perfetto succhiasangue secondo Milo, un adolescente introverso e taciturno che elabora certi traumi personali sviluppando un interesse morboso verso il mito del vampiro, creatura affascinante ma condannata alla solitudine, essere che si nutre delle vite altrui ma che dalle vite altrui è attratto, demone tanto potente quanto vulnerabile. The Transfiguration di Michael O’ Shea, ambientato nel Queens, a New York, in un isolato ad alta concentrazione di criminalità e disagio, cita in maniera aperta e speculare Let the right one in di Tomas Alfredson, la pellicola svedese del 2008 che ha cambiato per sempre il modo di guardare e raccontare i vampiri.

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[Recensione] Cut Shoot Kill: apri tutto, smarmella, DAI!

Uno slasher con protagonista una troupe cinematografica che gira uno slasher in cui gli attori sono personaggi e i personaggi sono attori e anche gli addetti ai lavori sono un po’ attori e un po’ personaggi – in un tripudio di metacinema che fa pensare alla versione horror di Boris, la gloriosa serie italiana che mostra con surreale onestà il mondo sommerso del “dietro del quinte” televisivo, del lavoro sporco di chi non appare sullo schermo. In estrema sintesi è quel che propone Cut Shoot Kill di Michael Walker, solo con una gran quantità di sangue in più.

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Mayhem: i colletti bianchi si ammazzano (di lavoro)

Lavoratori indaffarati, un virus potentissimo e otto ore di mattanza in ufficio. Potrebbe sembrare la descrizione di una qualsiasi giornata lavorativa in periodo d’influenza e invece è Mayhem di Joe Lynch, corporate horror che indugia nel limbo della commedia senza risparmiare ettolitri di sangue sparso.

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Happy Death Day, lo slasher della marmotta

Esiste al mondo qualcuno che non abbia mai visto né sentito parlare del film Groundhog Day (Ricomincio da capo)? Probabilmente no, tranne la protagonista di Happy Death Day, uscito in Italia col titolo Auguri per la tua morte, che tira fuori un easter egg dalle proporzioni notevoli ammettendo candidamente in una battuta di non avere idea di cosa sia questo film sul giorno della marmotta.
Date le premesse, dovrebbe essere chiaro quale sia il principio portante della trama di Happy Death Day: la studentessa Tree Gelbman (interpretata dalla brava Jessica Rothe) rivive in loop sempre la stessa giornata, che è anche il giorno del suo compleanno, che è anche il giorno in cui viene uccisa. Ogni giorno Tree si sveglia nel medesimo luogo, nel medesimo modo e vede accadere le medesime cose. Inesorabilmente, a fine giornata morirà uccisa da qualcuno: non importa quanti tentativi faccia per provare a cambiare la sua sorte e giungere illesa a un domani che non esiste, in un buffo contrappasso per una vita da universitaria che indugia in eccessi alcolici, azioni sconsiderate e cattiverie gratuite proprio come se non ci fosse un domani.

In Groundhog day il protagonista trova finalmente pace nel momento in cui smette i panni da cinico egoista e riesce ad amare in maniera totale e sincera, mettendo fine al cortocircuito temporale nel quale finisce per ragioni apparentemente ignote. In Happy Death day, analogamente, il cammino personale della bionda tutta pepe ha un’importanza cruciale: smettere di essere una stronza per un giorno non le risparmierà una morte violenta a fine giornata, ma è l’unico modo per intraprendere un cammino di redenzione e consapevolezza che la renda meno vulnerabile e che le consenta di risolvere una serie di conflitti interiori e traumi non elaborati che le impediscono di andare avanti con la sua vita. E per scoprire chi sia il suo assassino, chiaramente.

Tree è quindi sola in una lotta contro il tempo che non scorre e s’inceppa, un po’ come il meccanismo narrativo del film.  Tra piccole gag e momenti non esattamente aulici (si tratta pur sempre di una commedia horror), la storia arranca senza sussulti né sorprese – ma senza mai annoiare, perché è un film complessivamente ben fatto e stiamo pur sempre parlando di una produzione Blumhouse –  sino alle scene conclusive, in cui finalmente arriva un timido plot twist che però chiunque abbia mai guardato uno slasher comprensivo di villain mascherato, o un episodio di Scooby Doo, deve necessariamente aspettarsi.

 

Creep 2, le burle di un incorreggibile psicopatico

* Attenzione: potrebbero esserci spoiler rilevanti sulla trama*

Qualche giorno fa parlavo di Troll 2 con un’amica e, mentre cercavo inutilmente di spiegarle perché fosse importante guardarlo almeno una volta nella vita, lei m’ha chiesto: “Non dovremmo guardare il primo Troll e poi il secondo?”. Ovviamente no, nel caso della pellicola di Fragasso non serve. Ma nel caso di Creep 2 sì, quindi è necessario fare un piccolo passo indietro.

Creep è un horror found footage del 2014, diretto da Patrick Brice e interpretato dallo stesso regista nel ruolo di Aaron, un ingenuo videomaker, e da quel mattacchione di Mark Duplass nel ruolo di Josef, un eccentrico individuo dai comportamenti gioviali ma poco rassicuranti. L’occhio della videocamera è quello di Aaron, assoldato da Josef tramite un annuncio su Craigslist per girare quello che ritiene essere un normalissimo video destinato a un figlio non ancora nato. Attraverso le riprese, lo spettatore capisce fin da subito che c’è qualcosa che non va e all’inquietudine di sapere che la vittima è in trappola si aggiunge lo straniamento nel non vederla fuggire a gambe levate alla prima occasione e il disagio di assistere agli scherzi inquietanti e ai deliri esibizionistici di Josef. Come prevedibile, le cose per Aaron non si mettono bene.

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Islamic Exorcist, l’horror indiano delle controversie

Quando alcune settimane fa ho visto una locandina con su scritto “Islamic Exorcist” incoronata da roboanti tagline, sono subito stata genuinamente curiosa di vederlo. Il cinema contemporaneo pullula di film-fotocopia sulla possessione demoniaca, che si rifanno per lo più alla tradizione cattolica. Con alcune eccezioni: come ad esempio il polacco Demon di Marcin Wrona, in cui a possedere è un dybbuk della tradizione ebraica; oppure Siccîn di Alper Mestçi, pasticciato horror turco su misteriosi rituali islamici di magia nera, per non parlare dei vari film popolati dai jinn, malevole creature della religione islamica. Per questo motivo o anche per semplice curiosità interculturale, gli horror dal mondo andrebbero visti, supportati e raccontati.

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A ghost story. Un lenzuolo bianco svolazzante mi parla del post-horror

La prima cosa che ho fatto dopo aver guardato A Ghost Story è stata asciugare alcuni lacrimoni caldi che sono scesi meccanicamente in risposta a un qualche impulso neuronale di natura emotiva.
La seconda è stata guardarlo un’altra volta, per godermi ancora la fotografia un po’ nebbiosa e quell’inusuale formato 1:33:1 che gli calza a pennello. Per rileggere quella citazione da Una casa stregata di Virginia Woolf, rivedere la scena della torta che sa di dolore e il bellissimo monologo sul “senso della vita”.
La terza è stata immaginare di parlarne con il fantasma protagonista, lui:

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Ho guardato It al cinema e a farmi paura è stato il pubblico

Del nuovo IT di Andrés Muschietti, appena arrivato nelle sale italiane, s’è parlato fin troppo. Non è un horror indipendente e non mi interessa raccontarne la trama o recensirlo: semplicemente, è uno di quei film che ti ritrovi a guardare per osmosi.
Infatti è andata così. Ero da qualche parte a pensare al nulla e d’un tratto intorno a me si è materializzato un cinema multisala dalle poltrone rosse e comode, uno di quei posti che puzza di popcorn e sudore. Dopo essermi chiesta cosa ci facessi lì senza trovare una risposta plausibile e aver accettato il mio destino, ho dato un’occhiata al chiassoso potpourri umano che riempiva la sala. Adolescenti e ragazzi. Tantissimi. Di quelli che vanno a svernare ai centri commerciali durante il weekend, come si faceva negli anni Ottanta, ma senza cotonatura. Di quelli che, detto fuori dai denti, molto probabilmente un domani non entreranno a far parte dell’intellighenzia. Di quelli che scattano foto col cellulare a proiezione iniziata e col buio in sala, usando il flash. Di quelli che URLANO DURANTE IL FILM, per farsi sentire da tutti.
Dalla prima all’ultima scena di It, è stato un continuo declamare battute da un capo della sala e fare eco ridendo dall’altra. Era un continuo implorare il silenzio da parte di pochi. Era un continuo fastidio.
Mentre scorrevano le immagini sullo schermo, ho capito che l’orrore, quello vero, era dentro una sala che puzza di popcorn e sudore, seduto su poltrone rosse e comode. Il cinema era invaso dagli indèmoniati ma purtroppo nessuna motocicletta è arrivata sgommando tra i sedili per falcidiarli. La società dei buzzurri, l’orrore, fatto di gambe appoggiate sui sedili, l’una sull’altra, mani che volano, bocche che succhiano da cannucce e facce da culo, un’orgia di versi e risate, corpi fusi senza un’identità, un ammasso di carne ottusa che non prova vergogna a mostrarsi per quel che è.
Essi vivono, e non sono capaci di guardare un film stando in silenzio o bisbigliando, perché sono i figli di quella parte di società che urla, gesticola, si mette in mostra, si fa riconoscere.
Sono quelli che non hanno sviluppato, mentalmente, la capacità di adattarsi a un contesto diverso dal loro. Sono quelli che da grandi posteggeranno in seconda e terza fila, passeranno col rosso, non faranno l’assicurazione. Sono quelli che è inutile richiamare, perché se ne fottono e non sono in grado di riconoscere un concetto semplice come “ho pagato il biglietto per guardare il film, non per sentire le cagate che dici tu”. Galleggiano, galleggiano tutti, sfortunatamente non da qualche parte nelle fognature ma ovunque, senza possibilità di scampo, come un’armata delle tenebre troppo numerosa e potente da sconfiggere.

Ah, It comunque non era male, alla fine.

The Devil’s Candy: il metal non è la musica del demonio.

Più o meno. C’è  che in questo film la musica metal, in netta controtendenza rispetto alla stragrande maggioranza dei film a tema,  ha anche un potere salvifico. I demoni li tiene a bada, non li evoca. E finalmente viene dato il giusto rilievo alla natura tenera e coccolosa  dei metalhead.

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