Archivi categoria: I mostri sacri

Gli horror del passato meno conosciuti, perle nascoste o dimenticate, film dell’orrore dagli anni 50 agli anni 90.

The Hypnotic Eye (1960): deturpazioni facciali, stati di trance e hype

Se c’è una lezione che s’impara pensando allo strano caso di The Hypnotic Eye, poco nota pellicola del 1960 diretta da George Blair, pubblicizzata in maniera massiccia per poi essere quasi dimenticata negli anni a venire, è che a volte il marketing non paga.
Era l’epoca della pubblicità aggressiva, delle grandi occasioni, della spensieratezza economica e il cinema, preso anch’esso da questa frenesia, ingurgitava frotte di spettatori attratti dalla voglia di novità, di tecniche di ripresa avveniristiche e di visioni coinvolgenti. Seguendo l’esempio di William Castle, prolifico regista di B-movie e produttore di Rosemary’s Baby, incoronato re dei “gimmick” (ovvero delle trovate pubblicitarie sensazionalistiche e fantasiose), la casa produttrice di The Hypnotic Eye prometteva infatti alla sua audience un’esperienza elettrizzante grazie allo spettacolo di Ipnomagia, una fregnaccia inventata su due piedi dai pubblicitari per far credere che gli spettatori sarebbero caduti realmente in stato di trance durante la visione del film, con tanto di dimostrazioni promozionali dal vivo per generare quello che oggi chiamiamo hype.

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Alucarda (1977): tutta nera, tutta calda

Prendi un collegio abitato da suore, aggiungi un lesbo-patto con il Diavolo, amalgama con tantissime urla da soap opera latinoamericana e ottieni Alucarda di Juan López Moctezuma. La ricetta base di questo film messicano sembra facile, ma il condimento è molto più ricco di quanto non possa sembrare a un primo assaggio.

Intanto c’è il regista, Moctezuma, che è anche un collaboratore di Jodorowskj e che per questo non potrà fare a meno di insaporire la sua pellicola con un velato misticismo fiabesco, che anni dopo Guillermo Del Toro (tra registi “horror” MENO amati da chi scrive, NdA) non potrà fare a meno di apprezzare e omaggiare.
Poi c’è l’inevitabile accostamento a due film ben più famosi e pregiati: I Diavoli di Ken Russel, seppur con tutte le differenze del caso, per l’affinità tra le scene di isteria collettiva e invasamento di attraenti suorine, sul ciglio della nunxploitation e Carrie di Brian De Palma per alcune palesi analogie visive nel finale. E in un circolo vizioso che va per aspera ad astra – più aspera che astra, a dirla tutta – si passa dall’omaggio alla letteratura del Marchese de Sade a una recitazione da telenovelas con tanto di urla finte riproposte con cadenza regolare di una ogni trenta secondi.

Alucarda è un’adolescente inquieta e dagli scarsi freni inibitori, con un aspetto piuttosto dark, lunghi capelli scuri a incorniciare lo sguardo e vestito nero goticheggiante a disegnarne la sagoma. Essa vive in un orfanotrofio simile a una casa rupestre gestito da suore che indossano strani e palesemente scomodi vestiti color cipria che sembrano creazioni di Gucci sotto mescalina:

Nata sotto una cattiva stella e genuinamente votata al male, Alucarda seduce la sua compagna di stanza Justine, coinvolgendola in una serie rocambolesca di vicissitudini che comprendono un patto col demonio in salsa lesbo, un soffocante rapporto d’amore, la possessione demoniaca, un esorcismo in chiave bdsm con tanto di crocifissione da nuda e torture, la morte di Justine, una breve resurrezione della stessa sotto forma di demone grondante sangue, l’eliminazione definitiva a suon di acido muriatico e un paio di denunce per disturbo della quiete pubblica.

Quello di Moctezuma è un film visionario e quasi ingenuo, dalla realizzazione imperfetta che ne mina la credibilità ma che gli assicura un posto tra i film di culto che raccontano un’epoca, gli anni Settanta, lasciando intravedere in filigrana gli argomenti caldi di un decennio allucinato: la ribellione sessuale, un ritorno alla natura e alla nudità, l’esoterismo, la ricerca di culti alternativi a quello cattolico e cristiano. Impossibile prenderlo sul serio ma difficile non apprezzarlo e rimanere sorpresi dal paradossale iato filmico tra buone e cattive idee, genuinità e povertà della sceneggiatura, carisma dei personaggi e scarsa capacità recitativa del cast.

Carnival of Souls (1962): ai confini dell’aldilà

Sì, ci sono spoiler. E sì, sono parecchio rilevanti sulla trama. 

Quando nel 1962 Carnival of Souls di Herk Harvey venne presentato al pubblico dopo una lavorazione complessiva di ben cinque settimane e l’impiego di un budget parecchio modesto, pare non abbia destato grande entusiasmo tra i critici. In compenso è poi piaciuto molto a George Romero, David Lynch, a Roman Polanski e persino a Tim Burton e M. Night Shyamalan, che non hanno perso occasione di citarlo in maniera più o meno esplicita nelle loro pellicole.
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Savage Hunt of King Stakh (1980): dalla Bielorussia con folklore

In principio era The Wicker Man, e folk horror fu. Il film del ’73 di Robin Hardy – non il primo del suo genere, ma probabilmente il più famoso  – ha aperto la strada a un filone cinematografico dal potenziale tanto ricco quanto poco sdoganato, quello che racconta le tradizioni più spaventose, i miti e le leggende legati a un luogo. Non esiste un paese o una comunità in cui non ci sia del folklore, e non esiste folklore che non rimandi all’occulto, alla magia, a creature mostruose, a superstizioni dimenticate e a dimensioni altre: perché quindi non travasare questo mondo bizzarro su pellicola come forma moderna di narrazione? Da Il grande inquisitore (1968) a The VVitch (2015) passando attraverso Kill List o A field in England, tra i più famosi, o tra i decisamente meno popolari Jug Face e Lord of Tears, senza dimenticare il contributo fondamentale dei registi scandinavi in quella che si configura come una vera e propria invasione nordica del genere horror e che tanto mutua dai racconti dei boschi e dalla mitologia norrena (troverete prossimamente un apposito listone  dedicato), il folk horror sembra godere di ottima salute pur rimanendo all’interno di un’enclave ben protetta.

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Dellamorte Dellamore è una cosa meravigliosa

C’era una volta Dyland Dog, anzi no: c’era una volta Francesco Dellamorte, protagonista del romanzo Dellamorte Dellamore, scritto nel 1983 da Tiziano Sclavi – che avrebbe esordito con Dylan Dog tre anni dopo – ma pubblicato solo nel 1991, divenuto per coincidenza un piccolo caso letterario e tramutato in maniera quasi altrettanto accidentale in un film diretto da Michele Soavi nel 1994. Che casino.

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Jigoku (1960): splatter before it was cool

Cos’è l’inferno? Com’è fatto? Potrebbe somigliare a un autobus che non si ferma mai, pieno stracolmo di pendolari maleodoranti? Potrebbe avere le fattezze di un’interminabile fila di macchine in partenza intelligente al quindici di agosto? È insomma una forma di punizione prolungata e inevitabile ma in qualche modo a noi familiare oppure un luogo metafisico svincolato dalla nostra percezione?
È il cinema giapponese degli anni Sessanta a prendersi la briga di rispondere a tali annose questioni con quello che viene ricordato per essere uno dei primi film con vocazione splatter ed elementi gore: Jigoku di Nobuo Nakagawa, che racconta l’inferno rifacendosi alla tradizione buddista e da una prospettiva (apparentemente) terrena, umana e materiale, rappresentando con quadretti vivaci tutte le possibili cause di dannazione che possono condurre a uno stadio dell’esistenza fatto di atroci sofferenze, corporee e psicologiche. Ma, sorpresa, l’inferno inizia ben prima del trapasso. E per qualcuno esiste anche una possibilità di redenzione.

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Incubus (1966): esperanto, maledizioni e demoni con il capitano Kirk

Per quanto possa sembrare strano, il titolo di questo post non è stato assemblato utilizzando parole a caso: Incubus  di Leslie Stevens (1966) è una pellicola recitata in esperanto, funestata da una sorte maledetta e con protagonista William Shatner, interprete dello storico capitano Kirk in Star Trek.

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Il Demonio (Brunello Rondi): esorcismo before it was cool

Come fare a scrivere delle pellicole horror del passato, quando già sono stati consumati fiumi d’inchiostro – o miliardi di righe di codice – quando tutto è già stato detto e scoperto? Mi sono arrovellata a lungo prima di decidere se aggiungere o meno in questo sito una sezione dedicata al vintage, ai film più vecchi, all’horror datato da riscoprire. Poi ho pensato che ne vale la pena, almeno per omaggiare quei film che magari, al di fuori della cerchia di cinefili e connoisseur, proprio famosissimi non sono. O magari sì, ma non importa quanto sia vecchio e conosciuto un film: ci saranno sempre prime visioni e prime fascinazioni orrorifiche.

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