Archivi categoria: Recenshorror

[RECENSIONE IN ANTEPRIMA] THE LODGE DI SEVERIN FIALA E VERONIKA FRANZ

Dopo aver stupito e centrato nel segno con il bellissimo “Goodnight Mommy” (Ich seh, Ich seh), i registi austriaci Severin Fiala e Veronika Franz ci provano ancora con “The Lodge“, un horror psicologico nuovamente a base di ragazzini problematici, nuovamente ambientato all’interno di una casa glacialmente austera, nuovamente basato sull’effetto sorpresa e quindi terribilmente prevedibile.

Continua a leggere [RECENSIONE IN ANTEPRIMA] THE LODGE DI SEVERIN FIALA E VERONIKA FRANZ

[RECENSIONE] Antrum: il diavolo si nasconde nei dettagli

C’era una volta – e c’è ancora – il mockumentary, un genere che dagli esordi sperimentali degli anni Trenta dello scorso secolo è giunto illeso fino ai nostri giorni, raccontando storie inventate, spacciate per vere e impacchettate nel confortante involucro del finto documentario.
C’era una volta – e c’è ancora – anche il found footage, croce e delizia del genere horror da Cannibal Holocaust in poi, rappresentando al contempo un’alternativa semplice ed economica agli inarrivabili costi di produzione ma anche un espediente filmico un po’ troppo inflazionato e banalizzato nel corso degli anni Duemila a suon di riprese pseudo-amatoriali tutte scossoni e interferenze.
Mockumentary e found footage, incrociati i loro cammini in svariate occasioni, hanno continuato a farlo anche nel 2019, quando tutto ormai sembrava essere già stato visto e raccontato, facendo da numi tutelari a una pellicola che si fregia del titolo di “film più letale mai realizzato” e che si è affidata a un infelice tentativo di viral marketing a la Blair Witch Project, diffondendo la notizia del ritrovamento di un vecchio film considerato perduto: Antrum The deadliest film ever made, di David Amito e Michael Laicini.

Un preambolo necessario, questo, per spiegare la duplice natura del film,  composto da un’introduzione documentaria, che attraverso le  (finte) testimonianze di (finti) critici cinematografici, organizzatori di festival e altri addetti ai lavori, presenta un (finto) film maledetto degli anni Settanta, la cui visione e proiezione avrebbe provocato in maniera indiretta la morte degli spettatori, addirittura l’incendio di un intero cinema in Ungheria e del quale una copia sarebbe misteriosamente riapparsa in tempi recenti.
I primi dieci minuti di freddo resoconto documentaristico sono insomma una dichiarazione d’intenti, un messaggio di monito che mette in guardia lo spettatore sulla vocazione della pellicola, anticipando in maniera più o meno esplicita tutto ciò che seguirà, ossia il film vero e proprio, con tutti i suoi dettagli – numerosi, significativi e da non sottovalutare – all’interno dei quali si nasconde il Diavolo in persona, presenza malefica effettiva e causa di suggestioni inconsce e oniriche, spaventi e malori. A incontrare il demonio, in uno strano bosco a metà tra non-luogo di passaggio dalla vita alla morte e sala d’attesa dell’inferno, sono il piccolo Nathan, traumatizzato dalla morte del suo cane, e la sorella maggiore Oralee, che nel tentativo di far superare il lutto al fratello lo coinvolge in un rituale, convincendolo della possibilità di redimere l’anima dell’amato cane. Il gioco innocente dei ragazzini si trasforma ben presto in un’ambigua discesa agli inferi scandita da apparizioni demoniache e una terrificante sospensione del senso della realtà.

Pellicole perdute, film che non esistono e Fury of the Demon

Quello trattato da Antrum – The deadliest film ever made non è un tema originale ma nemmeno una semplice scopiazzatura: è il topos cinematografico della pellicola misteriosa, del film perduto e ritrovato, possibilmente maledetto, la cui visione condurrebbe gli spettatori alla follia o alla morte. Di film perduti, o non ancora ritrovati, nascosti negli anfratti di polverose soffitte o negletti in certi archivi, ce ne sono tanti; come tante sono le pellicole dalla fama sinistra. Succedeva soprattutto durante i primi anni di produzioni e sperimentazioni cinematografiche, che le bobine andassero perdute per sempre, distrutte da incendi o semplicemente smarrite, o magari celate per lunghi periodi a causa di un’errata catalogazione. E succedeva soprattutto con i film horror, colpevoli di aver scomodato impropriamente le forze del male, spingendosi un po’ troppo in là con simulate evocazioni, di dar vita a una lunga sequela di morti e sciagure tra attori e membri della troupe: si pensi a casi esemplari come L’Esorcista, Poltergeist e Rosemary’s Baby.
E poi ci sono film (girati con lo stile del mockumentary e/o del found footage) che parlano di altri film (considerati perduti e/o maledetti) che non esistono affatto: primi fra tutti Ringu di Hideo Nakata e Cigarette Burns di John Carpenter, esplicitamente citati nella parte introduttiva di Antrum. Ma esiste anche un mockumentary del 2016, pressoché sconosciuto per qualche curiosa coincidenza, che ricorda parecchio questo film: La rage du Démon (Fury of the Demon) di Fabien Delage, ricostruzione minuziosa e totalmente inattendibile della storia di una pellicola maledetta e introvabile attribuita a Georges Méliès. Su questo film, che non viene citato in Antrum ma che ne condivide addirittura alcuni fotogrammi tratti da The merry frolics of Satan e altre opere del visionario regista francese, vale la pena soffermarsi brevemente perché ne anticipa gli argomenti con una sola, macroscopica differenza: in Fury of the Demon, il film maledetto non viene mai mostrato e l’intera durata della messa in scena è dedicata alle testimonianze di chi avrebbe avuto a che farci, o di avrebbe voluto.
Partendo da un assunto reale, ovvero la scomparsa di molti cortometraggi realizzati da George Méliès nel corso della sua carriera, il mockumentary dà voce a personaggi – che in realtà non esistono – del mondo del cinema, nel tentativo di ricostruire la storia di una pellicola, La rage du Demon appunto, le cui proiezioni sarebbero sempre sfociate in pubbliche tragedie, con crisi d’isteria di massa e cinema incendiati, e la cui tribolata vicenda riguarderebbe lo stretto rapporto tra Méliès e il mondo dell’occulto. Quella di non mostrare il finto film incriminato ma di creare un finto documentario che ne parli è una scelta intrigante, tanto singolare quanto limitante, che rende il film realistico ma a lungo andare soporifero.

Questa presentazione richiede JavaScript.

L’inferno dantesco e l’inferno di Antrum: due mondi lontani

Dante’s Inferno (L’Inferno) è un film del 1924 di David Otto che, traendo ispirazione dalla Divina Commedia, racconta un incubo popolato da demoni e gironi infernali ma che nello sviluppo del plot non ha poi molto a che vedere con l’opera di Dante Alighieri. I primissimi fotogrammi ad apparire in Antrum sono tratti proprio da questo vecchio film, seguiti da altri frame presi da Le Diable géant ou le Miracle de la madonne (1901) di Georges Méliès, L’Inferno (1911) di Bertolini – De Liguoro – Padovan e Häxan (1922) di Benjamin Christensen. Si tratta di pellicole antiche, misteriose e ancora terrificanti, evergreen e pietre miliari dell’horror, accomunate dalla presenza di diavoli e di incursioni nell’ultraterreno.
Nonostante questi rimandi, il tentativo di scovare analogie tra l’inferno di Antrum e quello dantesco conduce a pochi ma significativi legami: i due giovani protagonisti si perdono all’interno di una selva che ricorda parecchio Aokigahara, la foresta giapponese dei suicidi (ma che non lo è). La sorella maggiore guida il fratello in crisi lungo quello che sembrerebbe un cammino di iniziazione alla conoscenza (ma che non lo è). E dopo il cameo di un simil-Caronte traghettatore di anime in una scena tanto breve quanto agghiacciante e la comparsa in tralice di un succedaneo canino del Cerbero, l’aldilà del found footage prende le distanze dal capolavoro dantesco, raccontando di un inferno composto da cinque strati ai quali non corrisponde un’effettiva discesa fisica ma un ripetuto peregrinare all’interno della foresta, che cambia aspetto e si fa man mano sempre più ostile.
A disciplinare la modalità d’ingresso agli inferi è un curioso grimorio, chiamato “Libro di Ike”, che descrive i pericoli degli strati infernali e propone incantesimi di difesa dagli spiriti malvagi. Nemmeno questo libro esiste, perché proprio come tutto il resto contenuto nel film, è una menzogna.

Frame tratto da “Antrum”: possibile analogia con il celebre “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”
Frame tratto da “Antrum” – Nathan e Oralee giocano nella foresta dei suicidi
Frame tratto da “Antrum” – Il libro di Ike con il rituale per l’ingresso agli inferi

Le citazioni latine, il cirillico e gli sberleffi linguistici

Antrum è parlato in almeno cinque lingue, : i protagonisti si esprimono in inglese, un viandante suicida che incontrano nel bosco parla in giapponese, i demoni che danno loro la caccia parlano in ungherese, tra le pagine del grimorio e tra gli innumerevoli messaggi subliminali sparsi nel corso della pellilcola fanno capolino delle frasi in latino, come “Nihil pretiosius veritate”, parte della frase “Latet enim veritas, sed nihil pretiosius veritate“, ossia “La verità è nascosta, ma niente è più prezioso della verità”; oppure “Abyssus abyssum invocat“, “Un abisso chiama l’abisso“, adagio presente nei Salmi biblici; o ancora il monito attribuito a san Tommaso D’Aquino “Cave ab hominem unius libri“, “Guardati da chi legge un solo libro“.  I titoli di testa, infine, sono scritti parzialmente in cirillico e spesso nascondono giochi di parole o significati ambigui e inquietanti: una burla linguistica piuttosto peculiare che risulterà impossibile cogliere a chiunque non conosca il russo o il bulgaro, ma che contribuisce a suggerire l’idea che la pellicola stia tendendo un tranello allo spettatore.

Frame tratto da “Antrum” : nihil pretiosius veritate (messaggio subliminale)

 

 

Frame tratto da “Antrum” : abyssus abissum invocat (messaggio subliminale)

 

 

Curiosità dai titoli di testa: nel’ultima riga, “Проклятие” significa “maledizione, sacrilegio”.
Le parole che appaiono, tradotte dal bulgaro, significano “Feto di agnello maledetto”

I messaggi subliminali, la caccia ai dettagli e Satana alla regia

Antrum è pieno zeppo di messaggi subliminali. Si tratta di simboli, glifi, del sigillo di Astaroth, proposto in innumerevoli occasioni, e di brevi scene di un filmato la cui origine non verrà mai rivelata. Sono tantissimi anche i dettagli, apparentemente insignificanti, nei quali invece si nasconde la principale chiave di lettura del film: ad esempio, l’ombra di un uomo che si impicca, che appare per ben quattro volte (si lascia ai lettori il piacere d’individuarla). Oppure, l’ambiguità del rapporto tra mondo reale e mondo degli incubi filtrato attraverso lo sguardo del piccolo Nathan, condannato a credere senza essere creduto, a vedere senza mai comprendere, a fuggire da ciò che lui stesso insegue. Oppure ancora, una frase apparentemente giocosa e insignificante che sin dai primi minuti anticipa l’unica possibile interpretazione del film, della sua aura maledetta, delle presenze che lo infestano e dello strano effetto che fa: “sembra che il diavolo in persona abbia diretto un film”.
Solo immaginando Satana alla regia, ogni dettaglio acquista un senso. D’altro canto, tra sigilli di Astaroth, apparizioni in trasparenza e apparizioni in chiaro, parole in tante lingue diverse, pentoloni sacrificali a forma di demone Bafometto e agghiaccianti interferenze sonore, diventa chiaro che a dirigere un film basato sulla menzogna -poiché è pur sempre un falso documentario su un film inesistente – e sull’ambiguità – perché le motivazioni, le storie e le sorti di chiunque appaia nel film rimangono ignote – non può che essere stato lui, il diavolo. La complessità di Antrum sta proprio nella sfida che lancia allo spettatore, costringendolo a osservare, volente o nolente, la manifestazione del male, senza mai distogliere lo sguardo da ciò che più lo terrorizza, proprio come negli incubi.

Il sigillo di Astaroth appare innumerevoli volte sotto forma di messaggio subliminale.
Alcuni dei fotogrammi del misterioso footage parallelo che appaiono nel corso del film.

Simboli e glifi in “Antrum” (messaggio subliminale) 

Il diavolo si rivela gradualmente all’interno della pellicola.

 

[RECENSIONE] MIDSOMMAR DI ARI ASTER

Di Midsommar – in uscita il 25 luglio in Italia con l’infelice sottotitolo “Il villaggio dei dannati” – si parla tantissimo già dallo scorso anno: perché dal regista Ari Aster, apparso dal nulla e subito promosso ad astro nascente del cinema horror col suo primo lungometraggio Hereditary, ci si aspetta grandi cose. E Midsommar non delude certo le aspettative, con una messa in scena pantagruelica all’insegna dell’eccesso e della grandiosità.

[Attenzione: contiene spoiler]

Continua a leggere [RECENSIONE] MIDSOMMAR DI ARI ASTER

[RECENSIONE] I MORTI NON MUOIONO (E INTANTO SI ANNOIANO)

Non tutte le ciambelle riescono col buco né tutte le “brillanti” commedie horror sono poi davvero così splendide. Nemmeno se a girarle è Jim Jarmush. Nemmeno con un cast bravo e ruffiano. Nemmeno con buone fotografia e messa in scena. Alla sacrosanta curiosità suscitata da The Dead don’t Die – appena uscito in Italia col titolo “I morti non muoiono”, non corrisponde altrettanta soddisfazione, per un horror che omaggia l’horror senza sapere perché.

Continua a leggere [RECENSIONE] I MORTI NON MUOIONO (E INTANTO SI ANNOIANO)

[RECENSIONE] ONE CUT OF THE DEAD – ZOMBIE CONTRO ZOMBIE!

Un film su un film dentro un film che parla di un film. Di zombie. Le premesse di One cut of the Dead – la comedy horror giapponese di Shin’ichirô Ueda uscita in Italia col titolo di Zombie contro Zombie – sono ottime: l’esecuzione è geniale e la trama, apparentemente semplice, è in realtà una pantagruelica matrioska cinematografica in cui cast, troupe e maestranze si scambiano più volte i ruoli in un esaltante gioco di specchi di estrema difficoltà tecnica.
Continua a leggere [RECENSIONE] ONE CUT OF THE DEAD – ZOMBIE CONTRO ZOMBIE!

[RECENSIONE] THE FIELD GUIDE TO EVIL: EVVIVA IL FOLKLORE, EVVIVA L’ORRORE

Ah, le antologie horror! Croce e delizia per gli amanti della brevitas, visioni frammentarie e sbrigative di suggestioni inespresse, invitanti antipasti di un più grande banchetto, sfida aperta al talento di registi e sceneggiatori nonché scelta filmica difficile nonostante le apparenze. Delle antologie horror ho già parlato all’interno di un listone dedicato (→ Paura a piccole dosi: le antologie horror che forse non conoscete già ), ma è doveroso aggiungere all’elenco quel piccolo capolavoro autoriale che è “The Field Guide to Evil“, raccolta di cortometraggi che attingono a piene mani del folklore nazionale di ognuno dei registi autori dei singoli frammenti.
Continua a leggere [RECENSIONE] THE FIELD GUIDE TO EVIL: EVVIVA IL FOLKLORE, EVVIVA L’ORRORE

[RECENSIONE] Seven in Heaven, il teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto

Probabilmente tutti sanno che un titolo troppo lungo come “Seven in Heaven, il teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto ” non giova alla fruizione del post, o all’indicizzazione, ma a volte bisogna compiere scelte difficili e fare pace con l’idea che per parlare di questo film, non si possa non introdurlo come un teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto, perché così è.

Continua a leggere [RECENSIONE] Seven in Heaven, il teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto

[RECENSIONE] TRAUMA – STRAZIAMI MA DI TORTURE SAZIAMI

Violenza estrema? Ce l’ho.
Stupro e incesto? Anche.
Tortura e cannibalismo? Presenti.
Contestualizzazione storica e critica sociale? Eccole.
Disintegrazione del concetto di famiglia? Subito.

Si potranno pur muovere alcune critiche a Trauma, il nuovo film del giovane cileno Lucio A. Rojas, ma non si potrà certo dire che non sia un horror completo. Completo di tutte le nefandezze che la mente umana possa concepire, una specie di inventario oltraggioso che prende spunto dagli stessi metodi di tortura che rappresenta, andando a colpire lo spettatore/vittima in maniera graduale ma continua, regalando strategici momenti di quiete tra una scarica di violenza e l’altra, costringendo infine al cedimento psicologico, alla resa, al liberatorio supplizio finale.

Quello messo in scena nel film, che si apre con un prologo ambientato a Santiago nel 1978, durante il regime di Pinochet, è il trauma personale di una vittima che si trasforma in carnefice, ma anche quello collettivo di un’intera nazione e dei crimini di cui si è macchiata: il giovane Juan viene drogato e costretto ad avere un rapporto con la sua stessa madre, imprigionata e torturata perché sospettata di tradimento e infine uccisa con un colpo di pistola alla testa nel bel mezzo dell’atto, che prosegue sotto lo sguardo compiaciuto di colui che ha premuto il grilletto: suo marito, ovvero il padre del ragazzo.  La violenza estrema dell’incipit non lascia dubbi su quale sia la vocazione della pellicola, che spostandosi avanti e indietro nel tempo, da ieri a oggi, racconta la nascita di un mostro la cui mente è stata spezzata nel più crudele dei modi e che da adulto si limita a ripetere le atrocità viste e subite con chiunque gli capiti a tiro. Juan ha all’attivo una sorella-moglie che tiene incatenata al letto, un figlio psicopatico nato dalla loro unione, il grande capannone nel quale avvennero i fatti del prologo, perfetta location per gli orrori commessi, un numero imprecisato di vittime incatenate, torturate, smembrate lentamente per essere mangiate, e il benestare dei vicini del piccolo villaggio rurale in cui vive che lo lasciano fare, a patto di non venire attaccati. A questo bizzarro quadretto familiare se ne contrappone uno tutto al femminile formato da due sorelle, Camila e Andrea, la loro cugina minore e la fidanzata di Camila, in gita da quelle parti per un weekend insieme: a poche ore dal loro arrivo nello sperduto cottage di campagna da qualche parte fuori Santiago, il loro lesbo party si trasforma in una mattanza di stupri e percosse a opera di Juan e del figlio demente, dando inizio a una specie di guerra dei sessi, ma soprattutto a una lunga lotta per la salvezza, ma anche per la vendetta, tra le due fazioni contrapposte. Chi ne uscirà vivo?

Trauma è un film crudo, esplicito e violento che poco o nulla lascia di sottinteso o incompiuto, per lo meno a livello puramente visivo e sebbene porti addosso alcuni vistosi assottigliamenti della sceneggiatura che danno vita a scene poco credibili. I temi trattati vanno però al di là del gusto per l’estremo e ci parlano di fatti realmente accaduti, di questioni ampiamente diffuse, di ciò che insomma esiste, che ci piaccia o no, e col quale dobbiamo fare i conti: la famiglia del killer è un nucleo malato e disfunzionale, nel quale chi più dovrebbe amarti ti tradisce, ti distrugge e ti insegna a perpetrare la violenza. La famiglia rappresenta in qualche modo la patria, il Cile in questo caso, e la storia, che con i suoi corsi e ricorsi vanifica ogni tentativo di affrancamento dal passato. Con l’inevitabile e conseguente interrogativo su quale possa essere l’origine del male: è  frutto dell’esperienza, di un trauma appunto, oppure è una tara ereditaria profondamente radicata in alcuni individui? Buon Selvaggio o Homo homini lupus? Sarà vero che dalla violenza nasce violenza? La risposta, tremendamente ambigua, la fornisce il finale del film. Che rappresenta il punto più alto del cinema di Rojas – ancora abbastanza giovane per permettersi certe imperfezioni, ma cresciuto e miglioratosi a colpo d’occhio – e che sciorina temi e attori a lui cari già dai precedenti Sendero e Perfidia. A proposito di precedenti, questa volta illustri: sembra impossibile non nominare A Serbian film – la pellicola estrema del 2010 che, contrariamente alla maggior parte dei film del genere, più di nicchia e squattrinati, ha avuto un grande successo di pubblico – quanto meno per alcune evidenti affinità: il passato violento di una nazione, le scene raccapriccianti e socialmente inaccettabili di violenza, la famiglia polverizzata. E a quel punto, perché non tirare in ballo anche Salò di Pasolini?
Ma Trauma di Rojas, anziché sedere sulle spalle dei giganti, cammina bene sulle proprie gambe, lungo un sentiero fatto di sangue e spappolamenti ma anche di ottime idee ben realizzate.

 

[RECENSIONE] THE HOUSE THAT JACK BUILT: BENVENUTI IN CASA VON TRIER

Disclaimer: questo post contiene spoiler rilevanti sulla trama.

L’origine dell’arte, il male, il cinema, l’egotismo, i discorsi deliranti, la narrazione episodica e didascalica: c’è davvero tanto di Von Trier nel nuovo film di Von Trier, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Il controverso regista danese ha partorito un horror che è una proiezione narcisistica e mostruosa di sé e del proprio lavoro, una sorta di casa ben strutturata su più piani e arredata di tutto punto con un gusto baroccheggiante per la saturazione e l’abbondanza.

Continua a leggere [RECENSIONE] THE HOUSE THAT JACK BUILT: BENVENUTI IN CASA VON TRIER

SUSPIRI – Un elenco (s)ragionato di opinioni approssimative su Suspiria

Di Suspiria, il remake-non-remake di Luca Guadagnino, s’è parlato tantissimo, forse troppo ma mai abbastanza. L’abnorme mole di attenzione mediatica riservata a questo film già dallo scorso anno ha generato un nutrito coacervo di opinioni superficiali e tagliate con l’accetta, che ha inglobato sia il Suspiria originale di Dario Argento, sia il Suspiria di Guadagnino, alla disperata ricerca di una presa di posizione in termini assoluti.
Qui di seguito, riportate in forma rigorosamente anonima, alcuni dei pareri esposti – a caldo e a freddo – da critici, blogger, spettatori, avventori di passaggio e da chiunque si sia sentito in dovere di condividere le proprie idee per entrare nel merito del dibattito cinematografico:

  • «Suspiria di Dario Argento fa cacare».

  • «Suspiria di Guadagnino fa cacare».

  • «Suspiria avrà fatto paura negli anni Settanta, ma oggi non è più credibile».

  • «Suspiria di Guadagnino non fa paura».

  • «Guadagnino non nasce come regista di horror, quindi non può essere in grado di girare un horror».

  • «Nel nuovo Suspiria c’è decisamente troppa, troppa CGI»

  • «Se avessi voluto guardare un film fassbinderiano, avrei guardato un film di Fassbinder».

  • «Non puoi fare un remake di Suspiria in cui di Suspiria non c’è davvero proprio nulla e intitolarlo Suspiria…»

  • «Il titolo Suspiria serve solo a farsi pubblicità»

  • «DUEOREMMEZZA di film, ma siamo pazzi?»

  • «Suspiria di Guadagnino è solo un’altra espressione diretta di quell’horror d’autore intellettualoide, cerebrale e astratto che va tanto di moda oggi».

  • «Ma che c’entra la storia?»

  • «Ma che c’entra il muro di Berlino?»

  • «Ma che c’entra l’autunno del ’77?»

  • «Ma che c’entra il femminismo?»

 

Qual è il commento assolutista che preferite? Quali altri aggiungereste a questa lista? Fatecelo sapere nei commenti. Prego astenersi dal fornire opinioni equilibrate e ragionevoli che contemplino al tempo stesso pregi e difetti di una pellicola o aperte all’idea che possano piacere entrambi i Suspiria, per ragioni diverse e a netto di impossibili confronti stilistici.