Archivi categoria: Recenshorror

[RECENSIONE] MIDSOMMAR DI ARI ASTER

Di Midsommar – in uscita il 25 luglio in Italia con l’infelice sottotitolo “Il villaggio dei dannati” – si parla tantissimo già dallo scorso anno: perché dal regista Ari Aster, apparso dal nulla e subito promosso ad astro nascente del cinema horror col suo primo lungometraggio Hereditary, ci si aspetta grandi cose. E Midsommar non delude certo le aspettative, con una messa in scena pantagruelica all’insegna dell’eccesso e della grandiosità.

[Attenzione: contiene spoiler]

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[RECENSIONE] I MORTI NON MUOIONO (E INTANTO SI ANNOIANO)

Non tutte le ciambelle riescono col buco né tutte le “brillanti” commedie horror sono poi davvero così splendide. Nemmeno se a girarle è Jim Jarmush. Nemmeno con un cast bravo e ruffiano. Nemmeno con buone fotografia e messa in scena. Alla sacrosanta curiosità suscitata da The Dead don’t Die – appena uscito in Italia col titolo “I morti non muoiono”, non corrisponde altrettanta soddisfazione, per un horror che omaggia l’horror senza sapere perché.

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[RECENSIONE] ONE CUT OF THE DEAD – ZOMBIE CONTRO ZOMBIE!

Un film su un film dentro un film che parla di un film. Di zombie. Le premesse di One cut of the Dead – la comedy horror giapponese di Shin’ichirô Ueda uscita in Italia col titolo di Zombie contro Zombie – sono ottime: l’esecuzione è geniale e la trama, apparentemente semplice, è in realtà una pantagruelica matrioska cinematografica in cui cast, troupe e maestranze si scambiano più volte i ruoli in un esaltante gioco di specchi di estrema difficoltà tecnica.
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[RECENSIONE] THE FIELD GUIDE TO EVIL: EVVIVA IL FOLKLORE, EVVIVA L’ORRORE

Ah, le antologie horror! Croce e delizia per gli amanti della brevitas, visioni frammentarie e sbrigative di suggestioni inespresse, invitanti antipasti di un più grande banchetto, sfida aperta al talento di registi e sceneggiatori nonché scelta filmica difficile nonostante le apparenze. Delle antologie horror ho già parlato all’interno di un listone dedicato (→ Paura a piccole dosi: le antologie horror che forse non conoscete già ), ma è doveroso aggiungere all’elenco quel piccolo capolavoro autoriale che è “The Field Guide to Evil“, raccolta di cortometraggi che attingono a piene mani del folklore nazionale di ognuno dei registi autori dei singoli frammenti.
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[RECENSIONE] Seven in Heaven, il teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto

Probabilmente tutti sanno che un titolo troppo lungo come “Seven in Heaven, il teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto ” non giova alla fruizione del post, o all’indicizzazione, ma a volte bisogna compiere scelte difficili e fare pace con l’idea che per parlare di questo film, non si possa non introdurlo come un teen drama horror in salsa Sci-Fi che quasi nessuno ha visto, perché così è.

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[RECENSIONE] TRAUMA – STRAZIAMI MA DI TORTURE SAZIAMI

Violenza estrema? Ce l’ho.
Stupro e incesto? Anche.
Tortura e cannibalismo? Presenti.
Contestualizzazione storica e critica sociale? Eccole.
Disintegrazione del concetto di famiglia? Subito.

Si potranno pur muovere alcune critiche a Trauma, il nuovo film del giovane cileno Lucio A. Rojas, ma non si potrà certo dire che non sia un horror completo. Completo di tutte le nefandezze che la mente umana possa concepire, una specie di inventario oltraggioso che prende spunto dagli stessi metodi di tortura che rappresenta, andando a colpire lo spettatore/vittima in maniera graduale ma continua, regalando strategici momenti di quiete tra una scarica di violenza e l’altra, costringendo infine al cedimento psicologico, alla resa, al liberatorio supplizio finale.

Quello messo in scena nel film, che si apre con un prologo ambientato a Santiago nel 1978, durante il regime di Pinochet, è il trauma personale di una vittima che si trasforma in carnefice, ma anche quello collettivo di un’intera nazione e dei crimini di cui si è macchiata: il giovane Juan viene drogato e costretto ad avere un rapporto con la sua stessa madre, imprigionata e torturata perché sospettata di tradimento e infine uccisa con un colpo di pistola alla testa nel bel mezzo dell’atto, che prosegue sotto lo sguardo compiaciuto di colui che ha premuto il grilletto: suo marito, ovvero il padre del ragazzo.  La violenza estrema dell’incipit non lascia dubbi su quale sia la vocazione della pellicola, che spostandosi avanti e indietro nel tempo, da ieri a oggi, racconta la nascita di un mostro la cui mente è stata spezzata nel più crudele dei modi e che da adulto si limita a ripetere le atrocità viste e subite con chiunque gli capiti a tiro. Juan ha all’attivo una sorella-moglie che tiene incatenata al letto, un figlio psicopatico nato dalla loro unione, il grande capannone nel quale avvennero i fatti del prologo, perfetta location per gli orrori commessi, un numero imprecisato di vittime incatenate, torturate, smembrate lentamente per essere mangiate, e il benestare dei vicini del piccolo villaggio rurale in cui vive che lo lasciano fare, a patto di non venire attaccati. A questo bizzarro quadretto familiare se ne contrappone uno tutto al femminile formato da due sorelle, Camila e Andrea, la loro cugina minore e la fidanzata di Camila, in gita da quelle parti per un weekend insieme: a poche ore dal loro arrivo nello sperduto cottage di campagna da qualche parte fuori Santiago, il loro lesbo party si trasforma in una mattanza di stupri e percosse a opera di Juan e del figlio demente, dando inizio a una specie di guerra dei sessi, ma soprattutto a una lunga lotta per la salvezza, ma anche per la vendetta, tra le due fazioni contrapposte. Chi ne uscirà vivo?

Trauma è un film crudo, esplicito e violento che poco o nulla lascia di sottinteso o incompiuto, per lo meno a livello puramente visivo e sebbene porti addosso alcuni vistosi assottigliamenti della sceneggiatura che danno vita a scene poco credibili. I temi trattati vanno però al di là del gusto per l’estremo e ci parlano di fatti realmente accaduti, di questioni ampiamente diffuse, di ciò che insomma esiste, che ci piaccia o no, e col quale dobbiamo fare i conti: la famiglia del killer è un nucleo malato e disfunzionale, nel quale chi più dovrebbe amarti ti tradisce, ti distrugge e ti insegna a perpetrare la violenza. La famiglia rappresenta in qualche modo la patria, il Cile in questo caso, e la storia, che con i suoi corsi e ricorsi vanifica ogni tentativo di affrancamento dal passato. Con l’inevitabile e conseguente interrogativo su quale possa essere l’origine del male: è  frutto dell’esperienza, di un trauma appunto, oppure è una tara ereditaria profondamente radicata in alcuni individui? Buon Selvaggio o Homo homini lupus? Sarà vero che dalla violenza nasce violenza? La risposta, tremendamente ambigua, la fornisce il finale del film. Che rappresenta il punto più alto del cinema di Rojas – ancora abbastanza giovane per permettersi certe imperfezioni, ma cresciuto e miglioratosi a colpo d’occhio – e che sciorina temi e attori a lui cari già dai precedenti Sendero e Perfidia. A proposito di precedenti, questa volta illustri: sembra impossibile non nominare A Serbian film – la pellicola estrema del 2010 che, contrariamente alla maggior parte dei film del genere, più di nicchia e squattrinati, ha avuto un grande successo di pubblico – quanto meno per alcune evidenti affinità: il passato violento di una nazione, le scene raccapriccianti e socialmente inaccettabili di violenza, la famiglia polverizzata. E a quel punto, perché non tirare in ballo anche Salò di Pasolini?
Ma Trauma di Rojas, anziché sedere sulle spalle dei giganti, cammina bene sulle proprie gambe, lungo un sentiero fatto di sangue e spappolamenti ma anche di ottime idee ben realizzate.

 

[RECENSIONE] THE HOUSE THAT JACK BUILT: BENVENUTI IN CASA VON TRIER

Disclaimer: questo post contiene spoiler rilevanti sulla trama.

L’origine dell’arte, il male, il cinema, l’egotismo, i discorsi deliranti, la narrazione episodica e didascalica: c’è davvero tanto di Von Trier nel nuovo film di Von Trier, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Il controverso regista danese ha partorito un horror che è una proiezione narcisistica e mostruosa di sé e del proprio lavoro, una sorta di casa ben strutturata su più piani e arredata di tutto punto con un gusto baroccheggiante per la saturazione e l’abbondanza.

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SUSPIRI – Un elenco (s)ragionato di opinioni approssimative su Suspiria

Di Suspiria, il remake-non-remake di Luca Guadagnino, s’è parlato tantissimo, forse troppo ma mai abbastanza. L’abnorme mole di attenzione mediatica riservata a questo film già dallo scorso anno ha generato un nutrito coacervo di opinioni superficiali e tagliate con l’accetta, che ha inglobato sia il Suspiria originale di Dario Argento, sia il Suspiria di Guadagnino, alla disperata ricerca di una presa di posizione in termini assoluti.
Qui di seguito, riportate in forma rigorosamente anonima, alcuni dei pareri esposti – a caldo e a freddo – da critici, blogger, spettatori, avventori di passaggio e da chiunque si sia sentito in dovere di condividere le proprie idee per entrare nel merito del dibattito cinematografico:

  • «Suspiria di Dario Argento fa cacare».

  • «Suspiria di Guadagnino fa cacare».

  • «Suspiria avrà fatto paura negli anni Settanta, ma oggi non è più credibile».

  • «Suspiria di Guadagnino non fa paura».

  • «Guadagnino non nasce come regista di horror, quindi non può essere in grado di girare un horror».

  • «Nel nuovo Suspiria c’è decisamente troppa, troppa CGI»

  • «Se avessi voluto guardare un film fassbinderiano, avrei guardato un film di Fassbinder».

  • «Non puoi fare un remake di Suspiria in cui di Suspiria non c’è davvero proprio nulla e intitolarlo Suspiria…»

  • «Il titolo Suspiria serve solo a farsi pubblicità»

  • «DUEOREMMEZZA di film, ma siamo pazzi?»

  • «Suspiria di Guadagnino è solo un’altra espressione diretta di quell’horror d’autore intellettualoide, cerebrale e astratto che va tanto di moda oggi».

  • «Ma che c’entra la storia?»

  • «Ma che c’entra il muro di Berlino?»

  • «Ma che c’entra l’autunno del ’77?»

  • «Ma che c’entra il femminismo?»

 

Qual è il commento assolutista che preferite? Quali altri aggiungereste a questa lista? Fatecelo sapere nei commenti. Prego astenersi dal fornire opinioni equilibrate e ragionevoli che contemplino al tempo stesso pregi e difetti di una pellicola o aperte all’idea che possano piacere entrambi i Suspiria, per ragioni diverse e a netto di impossibili confronti stilistici.

 

[SPECIALE DUEMILADICIHORROR] I FILM HORROR DEL 2018 DA NON LASCIARSI SFUGGIRE

Smaltiti i postumi del 2018 ma non ancora i tanti film che ci ha regalato, è giunto il momento di trarre le somme con una selezione dei migliori film horror dell’anno appena trascorso, come sempre alla ricerca di pellicole indipendenti o ingiustamente sottovalutate. Per questo motivo, non mi soffermerò più di tanto a parlare di produzioni mainstream, seppur valide, delle quali si è già discusso tanto, sia qui e altrove, come ad esempio l’ottimo Unsane di Steven Soderberg, il soddisfacente Ghostland di Pascal Laugier, l’amato/odiato e poco compreso Hereditary di Ari Aster o ancora Climax, che è riuscito a farmi rivalutare Gaspar Noe. Ecco quindi, in ordine sparso, un elenco ragionato e impopolare degli horror meritevoli di grazia nel 2018 secondo Horror Vacui:

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[recensionE] Housewife: incubi e citazioni, citazioni e incubi

 I traumi infantili sono quella cosa che quando ce li hai, ti rimangono addosso per sempre come le cicatrici, quando non li hai significa che sono stati rimossi e seppelliti nella parte più buia e nascosta di te, e torneranno a galla quando meno te lo aspetti. La protagonista di “Housewife” – secondo lungometraggio del regista turco Can Evrenol al suo primo lavoro in inglese con un cast internazionale – ha traumi talmente grossi da portarsene ancora addosso alcuni e da averne dovuti rimuovere altri. Dopo aver visto la madre squilibrata uccidere la sorella, sgozzare il padre e inveire contro invisibili presenze chiamate “Visitatori“, Holly si trova da adulta a dover fare i conti con una costante sensazione di paura, di smarrimento e di solitudine, che nemmeno una vita agiata e un rapporto apparentemente sereno col marito riescono a scacciare via. Si rivela invece provvidenziale per lei partecipare al meeting di una psico-setta, Umbrella of Love and Mind, una specie di Scientology dei viaggi astrali e del controllo dei sogni, dove viene casualmente indicata come “la prescelta” dal carismatico leader ed esperto onironauta Bruce. Che è anche un gran figo.

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