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The Hypnotic Eye (1960): deturpazioni facciali, stati di trance e hype

Se c’è una lezione che s’impara pensando allo strano caso di The Hypnotic Eye, poco nota pellicola del 1960 diretta da George Blair, pubblicizzata in maniera massiccia per poi essere quasi dimenticata negli anni a venire, è che a volte il marketing non paga.
Era l’epoca della pubblicità aggressiva, delle grandi occasioni, della spensieratezza economica e il cinema, preso anch’esso da questa frenesia, ingurgitava frotte di spettatori attratti dalla voglia di novità, di tecniche di ripresa avveniristiche e di visioni coinvolgenti. Seguendo l’esempio di William Castle, prolifico regista di B-movie e produttore di Rosemary’s Baby, incoronato re dei “gimmick” (ovvero delle trovate pubblicitarie sensazionalistiche e fantasiose), la casa produttrice di The Hypnotic Eye prometteva infatti alla sua audience un’esperienza elettrizzante grazie allo spettacolo di Ipnomagia, una fregnaccia inventata su due piedi dai pubblicitari per far credere che gli spettatori sarebbero caduti realmente in stato di trance durante la visione del film, con tanto di dimostrazioni promozionali dal vivo per generare quello che oggi chiamiamo hype.

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Eyes without a face (1960): datemi una maschera e spaventerò il mondo

Nell’epoca dei ritocchini spinti e del botox confidenziale, quanto potranno mai inquietare l’idea di un trapianto di faccia e la visione di una maschera cela-orrori in una pellicola del 1960?
Parecchio, se la pellicola in questione è Les yeux sans visage di Georges Franju, horror in bianco e nero di ambientazione parigina con protagonisti l’eterea Christiane dal volto irrimediabilmente sfigurato e il di lei padre-padrone, un chirurgo ossessionato dall’idea di restituirle la bellezza attraverso l’impianto di un nuovo viso.

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Jigoku (1960): splatter before it was cool

Cos’è l’inferno? Com’è fatto? Potrebbe somigliare a un autobus che non si ferma mai, pieno stracolmo di pendolari maleodoranti? Potrebbe avere le fattezze di un’interminabile fila di macchine in partenza intelligente al quindici di agosto? È insomma una forma di punizione prolungata e inevitabile ma in qualche modo a noi familiare oppure un luogo metafisico svincolato dalla nostra percezione?
È il cinema giapponese degli anni Sessanta a prendersi la briga di rispondere a tali annose questioni con quello che viene ricordato per essere uno dei primi film con vocazione splatter ed elementi gore: Jigoku di Nobuo Nakagawa, che racconta l’inferno rifacendosi alla tradizione buddista e da una prospettiva (apparentemente) terrena, umana e materiale, rappresentando con quadretti vivaci tutte le possibili cause di dannazione che possono condurre a uno stadio dell’esistenza fatto di atroci sofferenze, corporee e psicologiche. Ma, sorpresa, l’inferno inizia ben prima del trapasso. E per qualcuno esiste anche una possibilità di redenzione.

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