Archivi tag: comedy horror

Nudist colony of the dead: tutti insieme appassionatamente morti

Cosa succede se un gruppo di teenager viene mandato in un’ex colonia nudista invasa da zombi, per un campeggio cristiano all’insegna della preghiera e della morigeratezza?
Essi canteranno e balleranno tutti insieme dei motivetti terribilmente accattivanti, regalando il migliore spettacolo che ci si possa aspettare da una commedia- musical horror realizzata con un budget di circa 2,500 dollari: Nudist Colony of the Dead, diretta da Mark Pirro, noto ai più – cioè ai meno – per aver coraggiosamente diretto una discreta quantità di B-movie horror demenziali quali “Curse of the Queerwolf“, “A Polish vampire in Burbank” e “Rectuma“.

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What we do in the shadows: il mio coinquilino di merda è un vampiro

Ci siamo passati tutti: l’appartamento in condivisione con perfetti sconosciuti, i piatti sporchi lasciati dal giorno prima, le piccole insopportabili abitudini altrui, dover pulire divani e pareti dal sangue delle vittime, non disturbare i vicini. La convivenza non è mai facile, soprattutto se a doversi dividere gli spazi sono quattro vampiri europei emigrati in Nuova Zelanda.
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Killer Klowns from Outer Space: i pagliacci non sono persone orribili

Sono alieni. Alieni orribili.
Prima di IT, sia il vecchio che il remake, prima di Amusement e di Strange Circus c’erano loro, i pagliacci assassini dallo spazio profondo, protagonisti della pellicola culto scritta, prodotta e diretta dai fratelli Chiodo: Killer Klowns from Outer Space (1988) ovvero una delle trashate più creative dello scorso millennio.

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Mayhem: i colletti bianchi si ammazzano (di lavoro)

Lavoratori indaffarati, un virus potentissimo e otto ore di mattanza in ufficio. Potrebbe sembrare la descrizione di una qualsiasi giornata lavorativa in periodo d’influenza e invece è Mayhem di Joe Lynch, corporate horror che indugia nel limbo della commedia senza risparmiare ettolitri di sangue sparso.

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Happy Death Day, lo slasher della marmotta

Esiste al mondo qualcuno che non abbia mai visto né sentito parlare del film Groundhog Day (Ricomincio da capo)? Probabilmente no, tranne la protagonista di Happy Death Day, uscito in Italia col titolo Auguri per la tua morte, che tira fuori un easter egg dalle proporzioni notevoli ammettendo candidamente in una battuta di non avere idea di cosa sia questo film sul giorno della marmotta.
Date le premesse, dovrebbe essere chiaro quale sia il principio portante della trama di Happy Death Day: la studentessa Tree Gelbman (interpretata dalla brava Jessica Rothe) rivive in loop sempre la stessa giornata, che è anche il giorno del suo compleanno, che è anche il giorno in cui viene uccisa. Ogni giorno Tree si sveglia nel medesimo luogo, nel medesimo modo e vede accadere le medesime cose. Inesorabilmente, a fine giornata morirà uccisa da qualcuno: non importa quanti tentativi faccia per provare a cambiare la sua sorte e giungere illesa a un domani che non esiste, in un buffo contrappasso per una vita da universitaria che indugia in eccessi alcolici, azioni sconsiderate e cattiverie gratuite proprio come se non ci fosse un domani.

In Groundhog day il protagonista trova finalmente pace nel momento in cui smette i panni da cinico egoista e riesce ad amare in maniera totale e sincera, mettendo fine al cortocircuito temporale nel quale finisce per ragioni apparentemente ignote. In Happy Death day, analogamente, il cammino personale della bionda tutta pepe ha un’importanza cruciale: smettere di essere una stronza per un giorno non le risparmierà una morte violenta a fine giornata, ma è l’unico modo per intraprendere un cammino di redenzione e consapevolezza che la renda meno vulnerabile e che le consenta di risolvere una serie di conflitti interiori e traumi non elaborati che le impediscono di andare avanti con la sua vita. E per scoprire chi sia il suo assassino, chiaramente.

Tree è quindi sola in una lotta contro il tempo che non scorre e s’inceppa, un po’ come il meccanismo narrativo del film.  Tra piccole gag e momenti non esattamente aulici (si tratta pur sempre di una commedia horror), la storia arranca senza sussulti né sorprese – ma senza mai annoiare, perché è un film complessivamente ben fatto e stiamo pur sempre parlando di una produzione Blumhouse –  sino alle scene conclusive, in cui finalmente arriva un timido plot twist che però chiunque abbia mai guardato uno slasher comprensivo di villain mascherato, o un episodio di Scooby Doo, deve necessariamente aspettarsi.

 

Creep 2, le burle di un incorreggibile psicopatico

* Attenzione: potrebbero esserci spoiler rilevanti sulla trama*

Qualche giorno fa parlavo di Troll 2 con un’amica e, mentre cercavo inutilmente di spiegarle perché fosse importante guardarlo almeno una volta nella vita, lei m’ha chiesto: “Non dovremmo guardare il primo Troll e poi il secondo?”. Ovviamente no, nel caso della pellicola di Fragasso non serve. Ma nel caso di Creep 2 sì, quindi è necessario fare un piccolo passo indietro.

Creep è un horror found footage del 2014, diretto da Patrick Brice e interpretato dallo stesso regista nel ruolo di Aaron, un ingenuo videomaker, e da quel mattacchione di Mark Duplass nel ruolo di Josef, un eccentrico individuo dai comportamenti gioviali ma poco rassicuranti. L’occhio della videocamera è quello di Aaron, assoldato da Josef tramite un annuncio su Craigslist per girare quello che ritiene essere un normalissimo video destinato a un figlio non ancora nato. Attraverso le riprese, lo spettatore capisce fin da subito che c’è qualcosa che non va e all’inquietudine di sapere che la vittima è in trappola si aggiunge lo straniamento nel non vederla fuggire a gambe levate alla prima occasione e il disagio di assistere agli scherzi inquietanti e ai deliri esibizionistici di Josef. Come prevedibile, le cose per Aaron non si mettono bene.

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Deathgasm: metal is the way (to summon a demon)!

 

Non si può parlare di un film divertente e un po’ cazzone in maniera noiosa e seria, quindi prima di procedere con le spiegazioni di rito, è indispensabile fare una premessa per entrare nel mood:

BRUTAL!

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The Greasy Strangler – È tutto grasso che cola. (Letteralmente).

Subito dopo aver guardato The Greasy Strangler mi sono domandata se il fatto che la maggior parte dei film che celebrano il disgusto in tutte sue forme siano anche dei piccoli capolavori possa essere considerato una coincidenza. Probabilmente no, perché riuscire a raccontare ciò di cui non si ha il coraggio nemmeno di parlare, stuzzicando però quel lato sopito e censurato fatto di fantasie sporche e malate che tutti abbiamo, non è impresa facile.

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