Archivi tag: slasher

[Anteprima] Halloween è morto, lunga vita ad Halloween (ma anche no)

Come i lettori più affezionati sapranno, questo blog si occupa raramente di horror del circuito mainstream, di film della grande e ricca distribuzione, di remake, sequel, prequel e di altre creature filmiche di natura derivativa. Per tante e valide ragioni, prima tra cui dare spazio alle alle idee originali e alle pellicole indipendenti. Eppure quella del tributo ai successi del passato è una delle grandi ossessioni dell’horror contemporaneo nonché uno dei leitmotiv cinematografici di un 2018 segnato, folgorato e trafitto da un gran numero di rifacimenti, seguiti, nuovi capitoli. E se l’horror in questione è Halloween, annunciato in maniera roboante e seguito da un’esplosione contagiosa irrefrenabile di puro hype, diretto da David Gordon Green, prodotto dalla Blumhouse, interpretato da Jamie Lee Curtis e approvato dal maestro Carpenter in persona, e se si tratta di un Halloween che ignora tutta la progenie successiva al capolavoro originario del 1978, di un titolo senza numeri né sottotitoli, senza vendette né prologhi, e se si ha l’occasione di vederlo in anteprima, perché mai rinunciare?

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[Recensione] The Ritual: la crisi di mezz’età è una cosa mostruosa

Non dev’essere facile per un uomo superare lo scoglio psicologico dei quarant’anni, se si scarta l’idea dell’acquisto di un macchinone costoso, o di un viaggio all’insegna della perdizione in un’isola frequentata da ventenni alcolizzati, optando magari per un impegnativo trekking nel più oscuro e profondo anfratto della foresta svedese. Soprattutto quando a complicare le cose intervengono una deviazione di percorso imprevista, gli screzi con i compagni di avventura, il ritrovamento di animali sbudellati, i segni inequivocabili di un rituale in corso incisi sugli alberi, numerose allucinazioni e una carrellata di disgrazie in rapida successione.

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The Ritual di David Bruckner è innanzitutto questo: il racconto di un viaggio e di un percorso interiore dall’ambientazione boschiva. La vicenda gira attorno alle disavventure di quattro amici, decisi a ritirarsi temporaneamente nella natura selvaggia. L’idea è di onorare il ricordo di un quinto compagno, ucciso tempo addietro durante una rapina, con la codarda complicità di uno di loro, Luke: rimasto in disparte a osservare l’omicidio, egli assiste a una scena che gli si riproporrà in più occasioni sotto forma di allucinato senso di colpa.

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Ma non è soltanto il rimorso a preoccupare il gruppo di esploratori: è la sensazione di non essere soli in mezzo a quei tronchi dalle crepature ostili. Sono le allucinazioni e gli inquietanti ritrovamenti di carcasse incastrate tra i rami. Sono degli strani simboli incisi sugli alberi. Costretti per l’infortunio di uno di loro a deviare dal sentiero alla ricerca della strada più breve, i quattro si troveranno intrappolati in una sorta di labirinto esoterico e onirico dal quale si esce radicalmente trasformati: da esseri umani a vittime sacrificali di una mostruosa creatura la cui progressiva rivelazione costituisce uno dei meccanismi portanti del film. Che riesce a portarsi avanti in maniera lineare pur proponendo una notevole quantità di elementi e topos, dalla lotta dell’uomo contro la natura e contro sé stesso ai richiami alla mitologia norrena, dal tema della trasformazione interiore e fisica a quello del’immolazione rituale.

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A metà strada tra survival slasher in chiave mistica e horror folk sui generis che ricorda un po’ The Blair witch project – graziosamente epurato dalla tecnica del found footage e da macroscopiche limitazioni di budget – The Ritual è un ottimo lavoro di regia per David Bruckener, che si era già fatto apprezzare in V/H/S e Southbound e che realizza un film visivamente ineccepibile all’insegna del perfezionismo, una pellicola dalla fotografia elegante e algida che si fa perdonare un finale decisamente sottotono.

Giallo a Venezia: parafilie, assassini e uova sode tra i canali

I cadaveri di due sposi rinvenuti sulla riva di un canale della Giudecca, una grossa introvabile forbice come arma del delitto, un numero imprecisato di piste – da quelle che si sniffano a quelle da seguire per le indagini –  ed è subito giallo. All’italiana, s’intende.

Giallo a Venezia è un film del 1979 dall’ambientazione molto lagunare diretto dal prolifico Mario Landi, passato con disinvoltura dagli sceneggiati televisivi a una produzione che, se esistesse il termine erosslasher, chiamerei esattamente così.

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[Recensione] Cut Shoot Kill: apri tutto, smarmella, DAI!

Uno slasher con protagonista una troupe cinematografica che gira uno slasher in cui gli attori sono personaggi e i personaggi sono attori e anche gli addetti ai lavori sono un po’ attori e un po’ personaggi – in un tripudio di metacinema che fa pensare alla versione horror di Boris, la gloriosa serie italiana che mostra con surreale onestà il mondo sommerso del “dietro del quinte” televisivo, del lavoro sporco di chi non appare sullo schermo. In estrema sintesi è quel che propone Cut Shoot Kill di Michael Walker, solo con una gran quantità di sangue in più.

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Happy Death Day, lo slasher della marmotta

Esiste al mondo qualcuno che non abbia mai visto né sentito parlare del film Groundhog Day (Ricomincio da capo)? Probabilmente no, tranne la protagonista di Happy Death Day, uscito in Italia col titolo Auguri per la tua morte, che tira fuori un easter egg dalle proporzioni notevoli ammettendo candidamente in una battuta di non avere idea di cosa sia questo film sul giorno della marmotta.
Date le premesse, dovrebbe essere chiaro quale sia il principio portante della trama di Happy Death Day: la studentessa Tree Gelbman (interpretata dalla brava Jessica Rothe) rivive in loop sempre la stessa giornata, che è anche il giorno del suo compleanno, che è anche il giorno in cui viene uccisa. Ogni giorno Tree si sveglia nel medesimo luogo, nel medesimo modo e vede accadere le medesime cose. Inesorabilmente, a fine giornata morirà uccisa da qualcuno: non importa quanti tentativi faccia per provare a cambiare la sua sorte e giungere illesa a un domani che non esiste, in un buffo contrappasso per una vita da universitaria che indugia in eccessi alcolici, azioni sconsiderate e cattiverie gratuite proprio come se non ci fosse un domani.

In Groundhog day il protagonista trova finalmente pace nel momento in cui smette i panni da cinico egoista e riesce ad amare in maniera totale e sincera, mettendo fine al cortocircuito temporale nel quale finisce per ragioni apparentemente ignote. In Happy Death day, analogamente, il cammino personale della bionda tutta pepe ha un’importanza cruciale: smettere di essere una stronza per un giorno non le risparmierà una morte violenta a fine giornata, ma è l’unico modo per intraprendere un cammino di redenzione e consapevolezza che la renda meno vulnerabile e che le consenta di risolvere una serie di conflitti interiori e traumi non elaborati che le impediscono di andare avanti con la sua vita. E per scoprire chi sia il suo assassino, chiaramente.

Tree è quindi sola in una lotta contro il tempo che non scorre e s’inceppa, un po’ come il meccanismo narrativo del film.  Tra piccole gag e momenti non esattamente aulici (si tratta pur sempre di una commedia horror), la storia arranca senza sussulti né sorprese – ma senza mai annoiare, perché è un film complessivamente ben fatto e stiamo pur sempre parlando di una produzione Blumhouse –  sino alle scene conclusive, in cui finalmente arriva un timido plot twist che però chiunque abbia mai guardato uno slasher comprensivo di villain mascherato, o un episodio di Scooby Doo, deve necessariamente aspettarsi.