A Dark Song, il rituale più indie del 2016

Due perfetti sconosciuti si rinchiudono in una casa sperduta nella campagna gallese per realizzare un difficilissimo e pericoloso rituale che può durare mesi, che richiede sacrifici estenuanti e che, nella non scontata ipotesi in cui riesca bene, permette di incontrare nientepopodimenoché il proprio angelo custode e chiedergli un favore.  Cosa potrà mai andare storto?

A Dark Song dell’irlandese Liam Gavin è una delle perle nascoste che il cinema indipendente del 2016 ci ha regalato, come spesso accade, in sordina: premiato da vari festival e graziato dalla critica, per qualche misteriosa ragione non ha spiccato il volo nelle sale cinematografiche. Eppure c’è tutto: la trama è ben costruita e si rivela gradualmente, in maniera equilibrata, muovendosi con grazia tra la necessità di essere comprensibile allo spettatore e l’abilità di lasciargli addosso qualche dubbio e trainare avanti il film; la recitazione, affidata totalmente ai due protagonisti – la borghese e più che benestante Sophia, alla ricerca di un contatto col figlioletto defunto e l’alcolizzato e iracondo Joseph Solomon, l’occultista più improbabile della storia del cinema – che non ne sbagliano una; la fotografia, che azzecca luci, ombre e colori; infine il suono, con una colonna sonora originale mesmerizzante. E poi c’è che questo è uno dei pochi film ancora in grado di spaventare, ma senza rinunciare a una sottile venatura comica, a vari colpi di scena e a qualche smargiassata.

Da una parte c’è una madre distrutta dal dolore per la perdita del figlio, dall’altra c’è un occultista che ricorda più un ingegnere informatico in hangover che un carismatico conoscitore delle discipline oscure. Lei è determinata a raggiungere il suo scopo, che però non appare chiaro fin dall’inizio, lui ha atteggiamenti che definire poco ortodossi sarebbe un eufemismo, tra scatti d’ira, coprolalia spinta e gesti di cattiveria apparentemente gratuiti. A unirli è una casa dalla quale non possono uscire finché non porteranno a termine un complesso rituale (un rituale che esiste davvero e che tira in ballo addirittura Crowley e l’ordine della Golden Dawn) che con i suoi digiuni, con le veglie, con le prove da superare simili a torture e con le lunghe ore di meditazione trascorse in silenzio mette a dura prova i nervi di entrambi e che si conforma esplicitamente come un viaggio, un passaggio a livelli di realtà diversi ma anche iter spirituale di purificazione e rivelazione. A separarli è la mancanza di fiducia l’uno nell’altra: Sophie, nonostante le vive raccomandazioni di Solomon sull’importanza di dichiarare con assoluta sincerità quali siano le sue intenzioni, mente più volte. Solomon a sua volta promette risultati che stentano ad apparire e che rendono Sophie sempre più dubbiosa. Per un attimo, si è indotti a pensare che questo film parli di una truffa a sfondo rituale e la lentezza delle scene sembra confermare questa ipotesi. Ma non appena i protagonisti riescono a intraprendere la giusta direzione, anche la narrazione impenna e si fa più veloce, mentre la paura fa il suo ingresso in scena.

A Dark Song, nonostante il budget contenuto, non risparmia nulla allo spettatore, nemmeno un finale che esagera e travalica quel fragile confine tra prodotto di gran classe e sboronata filmica. E riesce comunque a convincere e ad entrare a gamba tesa nell’olimpo dei film che molti non conoscono, ma che dovrebbero assolutamente guardare.

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