Tutti gli articoli di Ornella

Non si deve profanare il sonno dei morti. E nemmeno buttare le cartacce per terra.

Né sfidare le leggi della natura in nome del profitto, perché le conseguenze potrebbero essere terribili. Non si deve profanare il sonno dei morti di Jorge Grau è un film pieno di divieti e impedimenti, già a partire dai dialoghi e dalla sceneggiatura. Le sole cose che gli vengono concesse sono l’accesso per direttissima nella hall of fame dei film culto per gli appassionati del genere e una lunga serie di titoli alternativi per le varie riedizioni nazionali: Let sleeping corpses lie, The living dead at the Manchester morgue, Don’t open the windowLe Massacre des morts-vivantsDa dove vieni e Zombi 3, con l’evidente obiettivo di confondere il più possibile le idee allo spettatore.

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AMORE TERRORE / Breve guida alle storie d’amore nel cinema horror – Parte #1

Inutile girarci intorno: ogni storia d’amore è un po’ anche una storia d’orrore. La prova sta in quel lungo brivido di paura che ogni singola volta corre veloce dall’amigdala al duodeno al solo pensiero di avere a che fare con il proprio ex. O nelle svariate occasioni in cui il fantasma della persona amata sia apparso a tormentarci sotto forma di casuale ritrovamento di oggetti più o meno significativi nascosti in luoghi più o meno significativi. O semplicemente nell’incubo dei suoi calzini sporchi da lavare o dei suoi capelli annidati ovunque, se non vogliamo scendere troppo nel drammatico.

Ma il connubio amore-paura fa bella mostra di sé soprattutto nel cinema horror, quasi mai esente da incursioni da parte del sentimentalismo. Prerogativa dei grandi classici in bianco e nero giunta quasi intatta ai giorni nostri, la storia d’amore come elemento cardine del film horror o come sub-plot più o meno funzionale alla sceneggiatura è un’entità apparentemente imprescindibile per i più. Sono poche, infatti, le pellicole in cui non siano presenti una storia d’amore, un innamoramento lampo o almeno una coppietta in camporella.

Ecco quindi una prima selezione di film horror che declina in maniera variegata il concetto di amore, suddivisa per categorie e schieramenti, con una pellicola capofila e suggerimenti per affinità elettive. E con un occhio di riguardo, come sempre, per le produzioni indipendenti, neglette e scalcagnate.

Cliccate sulle anteprime delle immagini per sfogliare la gallery e fateci sapere nei commenti qual è il vostro horror d’amore preferito.

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Without Name, paura e delirio nei boschi irlandesi

Without Name è una pellicola di Lorcan Finnegan che vaga tra i sentieri del folk-horror e quelli del natural-horror, sospesa tra le manifestazioni magiche di entità silvestri legate alla superstizione irlandese e inspiegabili fenomeni naturali le cui radici affondano tanto nell’inconscio umano quanto nel sottosuolo boschivo.

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[Recensione] Pyewacket, non disturbare il famiglio che dorme

Come risolvere una crisi familiare provocata da una morte improvvisa, esacerbata da un lutto mai elaborato e scandita dagli squilibri di una madre alcolizzata e dai disagi adolescenziali di una figlia col pallino dell’occulto? Evocando un demone, è chiaro.

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[Recensione] The Ritual: la crisi di mezz’età è una cosa mostruosa

Non dev’essere facile per un uomo superare lo scoglio psicologico dei quarant’anni, se si scarta l’idea dell’acquisto di un macchinone costoso, o di un viaggio all’insegna della perdizione in un’isola frequentata da ventenni alcolizzati, optando magari per un impegnativo trekking nel più oscuro e profondo anfratto della foresta svedese. Soprattutto quando a complicare le cose intervengono una deviazione di percorso imprevista, gli screzi con i compagni di avventura, il ritrovamento di animali sbudellati, i segni inequivocabili di un rituale in corso incisi sugli alberi, numerose allucinazioni e una carrellata di disgrazie in rapida successione.

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The Ritual di David Bruckner è innanzitutto questo: il racconto di un viaggio e di un percorso interiore dall’ambientazione boschiva. La vicenda gira attorno alle disavventure di quattro amici, decisi a ritirarsi temporaneamente nella natura selvaggia. L’idea è di onorare il ricordo di un quinto compagno, ucciso tempo addietro durante una rapina, con la codarda complicità di uno di loro, Luke: rimasto in disparte a osservare l’omicidio, egli assiste a una scena che gli si riproporrà in più occasioni sotto forma di allucinato senso di colpa.

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Ma non è soltanto il rimorso a preoccupare il gruppo di esploratori: è la sensazione di non essere soli in mezzo a quei tronchi dalle crepature ostili. Sono le allucinazioni e gli inquietanti ritrovamenti di carcasse incastrate tra i rami. Sono degli strani simboli incisi sugli alberi. Costretti per l’infortunio di uno di loro a deviare dal sentiero alla ricerca della strada più breve, i quattro si troveranno intrappolati in una sorta di labirinto esoterico e onirico dal quale si esce radicalmente trasformati: da esseri umani a vittime sacrificali di una mostruosa creatura la cui progressiva rivelazione costituisce uno dei meccanismi portanti del film. Che riesce a portarsi avanti in maniera lineare pur proponendo una notevole quantità di elementi e topos, dalla lotta dell’uomo contro la natura e contro sé stesso ai richiami alla mitologia norrena, dal tema della trasformazione interiore e fisica a quello del’immolazione rituale.

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A metà strada tra survival slasher in chiave mistica e horror folk sui generis che ricorda un po’ The Blair witch project – graziosamente epurato dalla tecnica del found footage e da macroscopiche limitazioni di budget – The Ritual è un ottimo lavoro di regia per David Bruckener, che si era già fatto apprezzare in V/H/S e Southbound e che realizza un film visivamente ineccepibile all’insegna del perfezionismo, una pellicola dalla fotografia elegante e algida che si fa perdonare un finale decisamente sottotono.

Nudist colony of the dead: tutti insieme appassionatamente morti

Cosa succede se un gruppo di teenager viene mandato in un’ex colonia nudista invasa da zombi, per un campeggio cristiano all’insegna della preghiera e della morigeratezza?
Essi canteranno e balleranno tutti insieme dei motivetti terribilmente accattivanti, regalando il migliore spettacolo che ci si possa aspettare da una commedia- musical horror realizzata con un budget di circa 2,500 dollari: Nudist Colony of the Dead, diretta da Mark Pirro, noto ai più – cioè ai meno – per aver coraggiosamente diretto una discreta quantità di B-movie horror demenziali quali “Curse of the Queerwolf“, “A Polish vampire in Burbank” e “Rectuma“.

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The Hypnotic Eye (1960): deturpazioni facciali, stati di trance e hype

Se c’è una lezione che s’impara pensando allo strano caso di The Hypnotic Eye, poco nota pellicola del 1960 diretta da George Blair, pubblicizzata in maniera massiccia per poi essere quasi dimenticata negli anni a venire, è che a volte il marketing non paga.
Era l’epoca della pubblicità aggressiva, delle grandi occasioni, della spensieratezza economica e il cinema, preso anch’esso da questa frenesia, ingurgitava frotte di spettatori attratti dalla voglia di novità, di tecniche di ripresa avveniristiche e di visioni coinvolgenti. Seguendo l’esempio di William Castle, prolifico regista di B-movie e produttore di Rosemary’s Baby, incoronato re dei “gimmick” (ovvero delle trovate pubblicitarie sensazionalistiche e fantasiose), la casa produttrice di The Hypnotic Eye prometteva infatti alla sua audience un’esperienza elettrizzante grazie allo spettacolo di Ipnomagia, una fregnaccia inventata su due piedi dai pubblicitari per far credere che gli spettatori sarebbero caduti realmente in stato di trance durante la visione del film, con tanto di dimostrazioni promozionali dal vivo per generare quello che oggi chiamiamo hype.

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[Recensione] The Lodgers, gotico irlandese per famiglie disfunzionali

La vita di un fratello e una sorella segnata da una maledizione atavica che li costringe a seguire le regole di una vecchia casa decadente, di giorno popolata da ombre e silenzi, di notte invasa da spiriti inquieti. The Lodgers, opera seconda di Brian O’Malley, è una ghost story carica di cliché tipici del gotico, ben amalgamati tra loro da un’atmosfera elegante, inquieta e densa di simboli.

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[Recensione] Les Affamés: il Quebec dei morti viventi

Per chiunque si sia mai chiesto come possa funzionare un’epidemia zombi nelle zone rurali più isolate del Quebec, arriva a gamba tesa una produzione Netflix che, tra cliché e stilemi del genere fedelmente riproposti e interessanti incursioni surrealiste, racconta la fine del mondo attraverso le peripezie campagnole di alcuni sopravvissuti in lotta per la vita: Les Affamés di Robin Aubert.

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What we do in the shadows: il mio coinquilino di merda è un vampiro

Ci siamo passati tutti: l’appartamento in condivisione con perfetti sconosciuti, i piatti sporchi lasciati dal giorno prima, le piccole insopportabili abitudini altrui, dover pulire divani e pareti dal sangue delle vittime, non disturbare i vicini. La convivenza non è mai facile, soprattutto se a doversi dividere gli spazi sono quattro vampiri europei emigrati in Nuova Zelanda.
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