Tutti gli articoli di Ornella

[Recensione] Climax: la paura vien danzando

Si possono dire tante cose di Gaspar Noé, tranne che non sia un tipo determinato e di parola: ciascun titolo dei film del regista argentino contiene una promessa o un’anticipazione su quel che accadrà all’interno della pellicola e il suo ultimo Climax – proiettato in anteprima al Milano Film Festival 2018 – non è da meno. Già a partire dal titolo, che riconduce all’idea di aumento progressivo inesorabile, e già a partire dai primi minuti, subito dopo un autoreferenziale salto di montaggio con mostra della scena finale seguita dai titoli di coda e ritorno al principio del film, un po’ a la Irréversible, per intenderci. Siamo al cospetto di un horror in cui accadranno fatti terribili e questo, Noé, vuole che sia ben chiaro sin dal principio.
La sinossi di Climax è piuttosto semplice: un gruppo di ballerini, appena selezionati a un casting, festeggiano insieme l’inizio di un nuovo grandioso progetto (del quale non sapremo né vedremo praticamente nulla) bevendo sangria e ballando in free style, finché non si accorgono di aver assunto una grossa quantità di droga, occultata nel vino. Gli effetti inaspettati della sostanza sconvolgono il gruppo, che cede alla paranoia e agli istinti più bassi in un crescendo di terrore e violenza. Molta violenza. Dal pestaggio collettivo al suicidio, dall’aborto a suon di calci alla morte per fulminazione, dallo stupro all’incesto, dalla combustione all’assideramento: quello di Climax sembra un budello infernale in cui ognuno va incontro a un terribile destino, senza sapere perché, a passo di danza, in un non-luogo in cui i corridoi conducono al terrore e gli atti estremi hanno come sottofondo un’ottima colonna sonora.

Proprio durante le scene iniziali, Noé fornisce indizi ben precisi allo spettatore su ciò che accadrà a breve e sul tipo di film al quale sta per assistere: persino – ma è un dettaglio che si può intuire più facilmente a posteriori e che, secondo il regista, strizzerebbe l’occhio alla tradizione del giallo all’italiana – chi sia l’effettivo colpevole della somministrazione occulta di sostanze stupefacenti nella sangria incriminata. Ma sono i tanti titoli di film, disposti in maniera assolutamente non casuale a fianco di un vecchio televisore che trasmette le registrazioni dei provini, a rivelare che Climax sarà, innanzitutto, un film horror.

Climax di Gaspar Noe

A far bella mostra di sé, Suspiria di Dario Argento nel suo annus mirabilis: un collegamento ideale quasi obbligatorio, almeno per l’ambientazione, per la presenza di danzatori in una scuola, di nottate infernali e di colori intensi e vibranti. Poi c’è Possession di Zulawski, esplicitamente citato nella famosa scena di invasamento che viene riproposta in maniera piuttosto fedele nei movimenti convulsi e nelle urla dissociate di una ballerina in preda al delirio lisergico. E poi ancora c’è Dawn of the Dead di Romero, perché i protagonisti sotto effetto della droga diverranno piano piano simili a zombi privi di coscienza, dai movimenti automatizzati. E come non menzionare Angst di Gerald Kargl e Salò di Pasolini per l’escalation di violenza, bestialità e sadismo che ritroviamo (privi però di qualsiasi sottotesto socio-politico) anche in Climax?

Citazionismo a parte, Noe ci regala un’ora e trentacinque minuti di intenso e ammaliante spettacolo visuale, a partire dalla lunga e sensualissima scena del ballo sulle note di “Supernature” di Cerrone (prego), un’orgia danzante dal retrogusto pornografico perfettamente studiata e coreografata, le cui mosse vengono poi però ripetute in maniera sempre più parossistica, incontrollata e deforme con l’aumentare della paranoia e del degenero. La regia è solida e sicura di sé e il controllo dei movimenti della macchina da presa, delle luci e dei colori, praticamente un marchio di fabbrica di Noé, fanno da contrappunto a una recitazione volutamente minimale, basata sull’improvvisazione e su una sceneggiatura ridotta all’osso, come a voler dire che l’energia sprigionata dal dolore, dalla rabbia e dalla paura quando si perde il controllo è incontenibile, proprio come i movimenti di chi ne è attraversato. Sfidando sé stesso nel realizzare un film in pochi mesi che fosse al contempo un horror con velleità artistiche, una provocazione, una buona pellicola e un prodotto adatto a Cannes, Gaspar Noé con Climax ha mantenuto la promessa su tutta la linea, senza deludere (quasi) nessuno. Chapeau.

 

Annunci

[Recensione] Incident in a Ghostland: fenomenologia del plot twist laugeriano

In principio era Martyrs, anzi no: quando il registra francese Pascal Laugier regalò al cinema horror la sua pellicola più famosa e controversa non era certo al suo esordio, né quella poteva fregiarsi del titolo di prima opera legata alla corrente del nuovo estremismo francese. Martyrs è stato però il suo film più famoso e memorabile, asceso per direttissima all’Olimpo dei film-che-forse-non-avete-ancora-visto-ma-che-dovreste-assolutamente-recuperare grazie a quel delicato insieme di dolore e paura attraversato da lontani echi di torture porn ed exploitation ammantati da un’aura metafisica.
Ma il punto di partenza per parlare di Laugier e del suo ultimo film, Incident in a Ghostland non dev’essere l’impossibile confronto con Martyrs o la conta delle differenze tra pellicole, quanto l’individuazione dei denominatori comuni di ogni suo lavoro: la sofferenza umana declinata con pazienza e dedizione in tutti i modi possibili e l’irresistibile richiamo del plot twist.

Continua a leggere [Recensione] Incident in a Ghostland: fenomenologia del plot twist laugeriano

[Recensione] Hagazussa, la strega della porta accanto

Se è vero che le parole possiedono un potere evocativo intrinseco, un film intitolato Hagazussa,  termine dall’etimo complesso e controverso che affonda le sue radici nell’antico germanico e che indica approssimativamente la strega e l’incantesimo, trasmette da subito l’atmosfera giusta. E l’idea che si tratti di un film d’esordio, anzi del lavoro di fine corso di uno studente di cinema, lascia a bocca aperta.

La vicenda di Hagazussa – A Heathen’s Curse è ambientata nel XVesimo secolo, in un villaggio arroccato sulle Alpi austriache i cui abitanti si cibano in egual misura di latte appena munto e superstizioni grossolane. Qui, la presenza di una donna sola, con una bimba nata da padre ignoto e ancora legata a riti e tradizioni pagane non è certo vista di buon occhio. Martha e la piccola Albrun ci vengono presentate così: vecchia, perversa e moribonda la prima, giovanissima, ingenua e devota alla madre la seconda, minacciate entrambe dai vicini del villaggio travestiti da Klausen, che con indosso costumi dalle terrificanti sembianze caprine, muniti di torce e campanacci, non si peritano di cacciare via gli spiriti maligni nel cuore della notte. Il folklore nordico e certe antiche tradizioni pagane, riesumati dai ricordi d’infanzia del regista, emergono quindi in filigrana e fanno da accurato background storico-culturale della pellicola. (Chi volesse approfondire il discorso su Perchta e i dodici giorni, cui si fa cenno in Hagazussa, può consultare il sempre esaustivo Axis Mundi).

Con la morte della madre termina l’infanzia di Albrun, che troviamo in un salto temporale cresciuta, madre di una bimba nata da padre ignoto, sola al mondo e in silenziosa quiete a occuparsi di caprette e altre amene attività tipiche della vita di montagna. Gli abitanti del villaggio continuano a prenderla di mira additandola come strega, mentre una giovane donna decide di avvicinarla per conquistarne la fiducia e smascherarne la vera natura.

Albrun trascorre le proprie giornate in totale isolamento e poco o nulla suggerisce un suo effettivo rapporto con la stregoneria; solo il teschio della madre, decorato ed esposto a mo’ di altarino sacro, è il tramite per una dimensione altra di cui però la protagonista non sembra curarsi troppo. Almeno finché il suo precario equilibrio psichico non viene sconvolto dalla violenza dei vicini, che innescano in lei un meccanismo distruttivo e una vera e propria discesa negli abissi della mente e dell’annichilimento umano.

Ciò che fa Albrun, suo malgrado e in condizioni di scarsa lucidità, è odioso e imperdonabile, ma è in qualche modo verosimile, realistico, proprio ciò che ci si aspetterebbe da una strega e che si sentiva raccontare nelle vecchie storie tramandate dai bisnonni. La donna cede la propria anima e si vendica, diffondendo morte e malattia nel villaggio, perdendo ogni cosa e divenendo tutt’uno con i boschi colmi di presenze oscure e con i paesaggi alpini che assumono tinte cupe e angoscianti.

Quello realizzato dall’austriaco Lukas Feigelfeld è un horror- folk superbo, storicamente accurato e realistico ma allo stesso tempo allucinato e psicologico, che getta uno sguardo sulla sofferenza femminile legata alla maternità ma anche su antiche tradizioni dal fascino atavico. Si tratta di un film estremamente lento, quasi totalmente privo di dialoghi, minimalista eppure completo.  Una pellicola che cammina sulle proprie gambe e che si appoggia a una fotografia austera, studiata con perfezione quasi sospetta e a un impianto sonoro che mesmerizza, con tutta la cupezza delle musiche di MMMD, (duo greco specializzato in un genere deliziosamente etichettato come “chamber doom”). Un unicum se vogliamo, difficile da seguire e digerire per la lentezza con cui prosegue la narrazione ridotta all’osso, ma che trae ispirazione da altri precedenti illustri cui offre un tributo visuale: al di là dell’immediato ma semplicistico accostamento a The VVitch di Eggers per l’affinità tematica, non si può non pensare a Tarkovskij, Von Trier, Żuławski chiaramente evocati in molte scene e, scavando un po’ più a fondo, a quel piccolo capolavoro del cinema muto che è Häxan di Benjamin Christensen.

 

[Recensione] Hereditary: i panni sporchi si evocano in famiglia

Esistono due modi per approcciarsi alla visone di Hereditary, il lungometraggio d’esordio dell’americano Ari Aster che ha lasciato soddisfatti molti, perplessi altri e con la costante sensazione di essersi persi qualcosa di fondamentale ai fini della comprensione del film  un po’ tutti: guardarlo una prima volta, leggere subito dopo qualche articolo-spiegone (come ad esempio questa umile guida ai dettagli, simboli e segnali all’interno del film che forse vi erano sfuggiti) e magari guardarlo una seconda volta, alla luce della nuova consapevolezza acquisita. Oppure leggere in maniera preliminare qualche articolo-spiegone (come ad esempio questa umile guida ai dettagli del film che forse vi sareste persi con l’inevitabile presenza di spoiler parecchio rilevanti sulla trama e annientamento di qualsiasi effetto sorpresa), guardarlo un’unica volta, saperla lunga, fare bella figura con gli altri spettatori e mostrare una consapevolezza quasi sospetta su dettagli, simboli e segnali sparsi qua e là lungo la pellicola. Quale che sia la scelta, da qui in avanti appariranno  suddetti spoiler parecchio rilevanti.

Continua a leggere [Recensione] Hereditary: i panni sporchi si evocano in famiglia

[Recensione] Unsane: io sto bene, io sto male

Non sarà certo il primo né tanto meno l’ultimo, ma Steven Soderbergh con il suo nuovo film Unsane, girato interamente con un iPhone, dimostra ancora una volta che le dimensioni  (della videocamera) non contano, è importante come la si usa. E ancora di più contano le idee, soprattutto se si realizza un horror psicologico dall’ambientazione scarna, tutto occhi sgranati e straniamento.

[Attenzione: di seguito, spoiler rilevanti sulla trama]

Continua a leggere [Recensione] Unsane: io sto bene, io sto male

[Recensione] The Endless: verso l’infinito e horror

Era il lontano 2012 e due giovani registi-scenografi-produttori rispondenti ai nomi di Justin Benson e Aaron Moorhead confezionavano “Resolution“, un piccolo gioiellino horror indipendente sconosciuto ai più. Quel film è il punto di partenza e di ritorno essenziale nel quale emerge già la cifra stilistica del duo, destinato a rimanere unito nelle seguenti produzioni (Spring e VHS / Viral, fyi): basso budget e buone idee, paradossi spazio-temporali e atmosfere lovecraftiane, approccio personale e disinvolto alla macchina da presa.

[Attenzione: da qui in avanti troverete spoiler rilevanti sulla trama]

Continua a leggere [Recensione] The Endless: verso l’infinito e horror

Non si deve profanare il sonno dei morti. E nemmeno buttare le cartacce per terra.

Né sfidare le leggi della natura in nome del profitto, perché le conseguenze potrebbero essere terribili. Non si deve profanare il sonno dei morti di Jorge Grau è un film pieno di divieti e impedimenti, già a partire dai dialoghi e dalla sceneggiatura. Le sole cose che gli vengono concesse sono l’accesso per direttissima nella hall of fame dei film culto per gli appassionati del genere e una lunga serie di titoli alternativi per le varie riedizioni nazionali: Let sleeping corpses lie, The living dead at the Manchester morgue, Don’t open the windowLe Massacre des morts-vivantsDa dove vieni e Zombi 3, con l’evidente obiettivo di confondere il più possibile le idee allo spettatore.

Continua a leggere Non si deve profanare il sonno dei morti. E nemmeno buttare le cartacce per terra.

AMORE TERRORE / Breve guida alle storie d’amore nel cinema horror – Parte #1

Inutile girarci intorno: ogni storia d’amore è un po’ anche una storia d’orrore. La prova sta in quel lungo brivido di paura che ogni singola volta corre veloce dall’amigdala al duodeno al solo pensiero di avere a che fare con il proprio ex. O nelle svariate occasioni in cui il fantasma della persona amata sia apparso a tormentarci sotto forma di casuale ritrovamento di oggetti più o meno significativi nascosti in luoghi più o meno significativi. O semplicemente nell’incubo dei suoi calzini sporchi da lavare o dei suoi capelli annidati ovunque, se non vogliamo scendere troppo nel drammatico.

Ma il connubio amore-paura fa bella mostra di sé soprattutto nel cinema horror, quasi mai esente da incursioni da parte del sentimentalismo. Prerogativa dei grandi classici in bianco e nero giunta quasi intatta ai giorni nostri, la storia d’amore come elemento cardine del film horror o come sub-plot più o meno funzionale alla sceneggiatura è un’entità apparentemente imprescindibile per i più. Sono poche, infatti, le pellicole in cui non siano presenti una storia d’amore, un innamoramento lampo o almeno una coppietta in camporella.

Ecco quindi una prima selezione di film horror che declina in maniera variegata il concetto di amore, suddivisa per categorie e schieramenti, con una pellicola capofila e suggerimenti per affinità elettive. E con un occhio di riguardo, come sempre, per le produzioni indipendenti, neglette e scalcagnate.

Cliccate sulle anteprime delle immagini per sfogliare la gallery e fateci sapere nei commenti qual è il vostro horror d’amore preferito.

Continua a leggere AMORE TERRORE / Breve guida alle storie d’amore nel cinema horror – Parte #1

Without Name, paura e delirio nei boschi irlandesi

Without Name è una pellicola di Lorcan Finnegan che vaga tra i sentieri del folk-horror e quelli del natural-horror, sospesa tra le manifestazioni magiche di entità silvestri legate alla superstizione irlandese e inspiegabili fenomeni naturali le cui radici affondano tanto nell’inconscio umano quanto nel sottosuolo boschivo.

Continua a leggere Without Name, paura e delirio nei boschi irlandesi

[Recensione] Pyewacket, non disturbare il famiglio che dorme

Come risolvere una crisi familiare provocata da una morte improvvisa, esacerbata da un lutto mai elaborato e scandita dagli squilibri di una madre alcolizzata e dai disagi adolescenziali di una figlia col pallino dell’occulto? Evocando un demone, è chiaro.

Continua a leggere [Recensione] Pyewacket, non disturbare il famiglio che dorme